Et si

L’originalità non è certo un mio cruccio: per questo motivo, non mi faccio problemi a ripetere che la Grecia, ed Atene in particolare, per coloro che, a causa dei loro studi e dei loro sogni, l’hanno sempre reputata l’origine di tutto ciò che noi oggi siamo, il motivo per cui pensiamo nel modo in cui pensiamo, il punto di partenza di una storia (o forse di una Storia) ininterrotta fino ai giorni nostri, è una vera e propria delusione.

Di tutto ciò che nella capitale dello stato ellenico ho visto (ed è stato molto, anche se il mio viaggio è stato breve) l’unica cosa capace di muovermi a reale commozione non è stata il Partenone, non l’Eretteo, non la biblioteca di Adriano; no, ciò che di più bello ricorderò (e qualcuno mi prenderà in giro per sempre per questo, lo so) è stato qualcosa che ho adocchiato nel (brutto) museo dell’Agorà; qualcosa che non gode dei favori di una posizione espositiva privilegiata, che non è presente sui depliant turistici e non è illuminata dalle luci cocenti della notorietà.

La faccio finita con la suspense e ve lo dico: sto parlando dei cocci con cui, più di duemila anni fa, gli ateniesi ostracizzarono Temistocle.

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Prologo – The festival was over

Uscendo dal cancello del carcere, Jack non volle guardare il cielo; si rifiutò pure di puntare gli occhi verso le scarpe a punta, ormai fuori moda da anni (ma esisteva ancora, una cosa che si chiamava moda?), che si sporcavano finalmente della polvere morta, ma vera, del suolo, e non di quella tanto viva quanto artificiale che le aveva sporcate fino a quel giorno.

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