Tutto questo, per quanto corretto, non è il punto

Negli anni Cinquanta del Settecento, Jean Jacques Rousseau, rispondendo alla domanda: “da dove vengono le disuguaglianze tra gli uomini?”, elaborò il seguente pensiero:

Il primo che, avendo cintato un terreno, pensò di dire questo è mio e trovò delle persone abbastanza stupide da credergli fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quanti assassinii, quante miserie ed errori avrebbe risparmiato al genere umano chi, strappando i pioli o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: guardate dal dare ascolto a questo impostore! Se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno, siete perduti!

Nel corso del tempo, Rousseau è stato citato (e, sorprendentemente, più spesso a proposito che no) da molti movimenti di destra come proprio nume tutelare; sì, mi riferisco ovviamente anche al Movimento Cinque Stelle ed al fatto che il sistema operativo del partito che oggi esce sconfitto dalle elezioni si chiami Rousseau, ovviamente; ciò dimostra che cercare di ridurre il pensiero di un intellettuale ad una sola frase, per quanto incisiva, sia un errore.

Tutto questo, per quanto corretto, non è il punto (cit.).

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Il giusto mistero

Il 2 novembre del 1975, in circostanze mai chiarite del tutto, moriva sulla spiaggia di Ostia Pierpaolo Pasolini, con la testa spaccata prima con qualche oggetto contundente e poi dalle ruote della sua stessa auto, guidata da un ragazzino di sedici anni di nome Pino Pelosi. Che, nonostante la sua giovane età, era già uno di quei “ragazzi di vita” cui proprio Pasolini si era ispirato per il titolo di un suo libro, e che di quella morte si prenderà tutta la colpa. Salvo poi ripensarci e ritrattare, dopo essersi fatto dieci anni di carcere più almeno un’altra quindicina portando addosso lo stigma (o, per alcuni, la benemerenza) di essere “quello che aveva ammazzato Pasolini”. Fin qui, i fatti. Da qui in poi, dobbiamo affidarci alla fantasia e la mia, a volte, mi fa strani scherzi.

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Dal reame di Korsakoff (I venerdì del libro)

“Non esiste nel mondo, credo, qualcosa di più assurdo e paradossale del diario.

Pensateci: avete tra le mani un oggetto pensato e disegnato per contenere memorie, per tramandare (al suo autore, prima che ai posteri) il ricordo  di eventi che sono tanto significativi, che non si vuole che vadano persi. Ma, d’altronde, se tali eventi sono tanto impressivi da meritare di finire nelle pagine di un diario, allora dovrebbero esserlo anche per finire tra le complesse pieghe che formano la memoria di chi li ha vissuti e vuole ricordarli: e, quindi, i diari sono pieni, alla fine, di annotazioni che fissano per l’eternità storie e piccoli aneddoti che, comunque, non sarebbero andati persi, in nessun caso. Cosicché, soprattutto per il loro autore, sono una lettura grandemente noiosa”.

Ora, se le cose stanno così (e chi ha scritto queste parole sapeva di cosa stava parlando), a Martin è stato concesso un grande privilegio: quello di sorprendersi tutte le volte che qualcuno gli ricorda di aggiornare il suo diario; non solo perché le annotazioni dei giorni precedenti gli sembrano del tutto incredibili (“Ma davvero ho fatto questo?”, chiede sempre, sorpreso), ma anche perché apprende sempre con stupore ed un briciolo di disappunto che sì, ha un diario, ed è quel bel quadernino, dalla copertina di pelle. Gliel’ho regalato io, anche se lui non lo ricorda.

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