Le parole per dirlo

Per motivazioni che non saprei spiegare bene (visto che, colpevolmente, non mi sono mai eccessivamente interessato all’argomento), alcuni giorni fa, tra i consigliati della mia homepage Chrome, è comparsa quest’intervista rilasciata, ormai due mesi fa, dal meteorologo più noto d’Italia, Luca Mercalli, ad un giornalista de Linkiesta. Al centro della conversazione non potevano che esserci, visto il momento in cui è avvenuta ed il titolo dell’ultimo libro di Mercalli, Non c’è più tempo, i temi che hanno contribuito a rendere famoso il “professore coi papillon” a livello nazionale ed anzi nazional-popolare: il riscaldamento globale, le colpe attribuibili all’uomo per questo fenomeno, la visione (apparentemente radicale) dell’ambientalismo da lui professata.

Per una volta, sono stato felice della scelta dell’intelligenza artificiale, perché l’intervista è davvero interessante, ed invito tutti voi a leggerla, nel caso non l’abbiate già fatto; ciò non significa, ovviamente, che io abbia condiviso tutto quello che in essa viene detto.

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Mentre scrivevo epitaffi

La mia amica Anita, qualche giorno fa, in un momento di particolare sconforto, mi ha dettato il suo epitaffio (tranquilli: stava scherzando e non c’è stato ancora bisogno di farlo scolpire da nessuna parte). Iniziava con le parole: “lettrice incallita”. Probabilmente (se io ed Anita siamo amici, d’altronde, dovrà pur esserci qualche motivo) sono anche le stesse parole con cui inizierei il mio.

(E per favore, nessuno faccia battute sul fatto che io non sono una lettrice, suvvia).

Verosimilmente, anzi, sono anche le stesse parole con cui lo concluderei: perché, a parte quella definizione, non avrei granché da aggiungere. Molte delle altre cose che sono (medico, imbrattafogli, apprendista stregone), infatti, sono conseguenza dell’essere stato, per tanto tempo, un “lettore incallito”. Continue reading

Et si

L’originalità non è certo un mio cruccio: per questo motivo, non mi faccio problemi a ripetere che la Grecia, ed Atene in particolare, per coloro che, a causa dei loro studi e dei loro sogni, l’hanno sempre reputata l’origine di tutto ciò che noi oggi siamo, il motivo per cui pensiamo nel modo in cui pensiamo, il punto di partenza di una storia (o forse di una Storia) ininterrotta fino ai giorni nostri, è una vera e propria delusione.

Di tutto ciò che nella capitale dello stato ellenico ho visto (ed è stato molto, anche se il mio viaggio è stato breve) l’unica cosa capace di muovermi a reale commozione non è stata il Partenone, non l’Eretteo, non la biblioteca di Adriano; no, ciò che di più bello ricorderò (e qualcuno mi prenderà in giro per sempre per questo, lo so) è stato qualcosa che ho adocchiato nel (brutto) museo dell’Agorà; qualcosa che non gode dei favori di una posizione espositiva privilegiata, che non è presente sui depliant turistici e non è illuminata dalle luci cocenti della notorietà.

La faccio finita con la suspense e ve lo dico: sto parlando dei cocci con cui, più di duemila anni fa, gli ateniesi ostracizzarono Temistocle.

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Realtà e statistica

Sabato scorso sono andato a trovare mio fratello. non so dire perché (è sempre così, quando parlo con lui) ma ad un certo punto ci siamo ritrovati a discutere di Ducktales e della Saga di Paperon de’ Paperoni di Don Rosa. Consiglio visione degli episodi del primo e lettura del secondo a tutti (e anzi consiglio pure l’ascolto del disco che Tuomas Holopainen dei Nightwish ha dedicato all’opera di Rosa), purché poi non mi diventiate dei fanatici come buona parte di quelli che hanno letto la Saga e credono che sia l’unica cosa Disney che sia mai stata prodotta.

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Su Del peggio del nostro peggio

Un creazionista è uno che quando non sa spiegarsi perché qualcosa è successo da la colpa a Dio. In pratica, se torna a casa prima dal lavoro e trova la moglie al letto nuda e le lenzuola sporche di sperma, pensa che la moglie lo abbia tradito con Dio. E magari è pure contento.

Nell’articolo che precede questo, la puntata di dicembre 2016 di “Del peggio del nostro peggio”, esprimevo le mie perplessità circa la futura prosecuzione di questa rubrica che ci ha accompagnato per tutto il 2016 ed in cui mi sono travestito da stand up comedian e mi sono divertito a commentare (mettendoci almeno la voce, anche se non la faccia) gli eventi capitati nei dolorosi dodici mesi che hanno costituito quell’anno.

Ammenicolidipensiero, mio amico virtuale (virtuale ancora per poco, spero) di vecchia data nonché, evidentemente, appassionato lettore delle facezie che si potevano tirar fuori a proposito del cambio di governo, non ha preso la cosa bene: e questo mi ha sinceramente stupito.

Non mi considero un tipo molto divertente e non credevo che qualcun altro potesse davvero ridere per le cose che scrivo. La sua reazione, dunque, mi ha spinto a riconsiderare tutto quanto avevo “prodotto” negli ultimi dodici mesi ed a chiedermi: dovrei davvero continuare con questa rubrica? E, nel caso, perché sì e perché no?

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