Il caso L.R.

Con l’esclusione di Carlo Calenda, che manteneva un contegno dignitoso che altri, malignamente, avrebbero detto piuttosto bovino, coloro che Hercule Poirot aveva radunato nello studiolo di quello storico palazzo romano tradivano, ciascuno a modo suo, la loro impazienza: da quando cinque minuti prima erano entrati nella stanza (impreziosita, si faceva per dire, da un brutto affresco che raffigurava la gloria di qualche insignificante famiglia patrizia del Settecento), l’investigatore non aveva ancora rivolto loro una sola parola e, anzi, non li aveva ancora neppure guardati; le mani incrociate dietro la schiena, continuava a rimirare l’angolo di Roma che riusciva a vedere dalla finestra a cui era affacciato, di tanto in tanto emettendo un deliziato mugolio di ammirazione.

Fu, infine, Giorgia Meloni a parlare, senza dubbio interpretando il pensiero generale (cosa che, in tempi recenti, aveva preso l’abitudine a fare, spesso a sproposito): “Ma insomma, questa mancanza di rispetto è inaccettabile! Ci ha sottratti tutti alle nostre occupazioni che, almeno per alcuni di noi, comportano un elevato carico di responsabilità, ed ora se ne sta lì a non far nulla! Questo atteggiamento tipicamente europeo…”

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Trucchi poco noti

Tra il 17 ed il 25 settembre scorsi sono stato in ferie. E no, al contrario di quanto accaduto in molte occasioni precedenti (per l’Andalusia, per la Toscana, per Parigi, per Napoli ed a ben vedere anche per Roma, visitata in due occasioni del tutto particolari in tempi assai più prossimi alla nascita di questo blog, quando ancora sognavo di scrivere una guida turistica tutto sommato convenzionale) questa circostanza non sarà occasione per il lancio di una rubrica “a tema”.

Ciò non significa, ovviamente, che le mie vacanze di quest’anno non siano state soddisfacenti o interessanti; è solo che, come ho detto più volte a chi mi ha chiesto dove sarei andato, esse sono state itineranti: in poco più di una settimana ho dormito in cinque città differenti di quattro regioni e cinque province diverse, e l’esperienza è stata così varia e mutevole da non poterla racchiudere tutta sotto un unico “filo conduttore”. Semmai, avrei potuto pensare di dedicare un ciclo di post a ciascuna delle città in cui ho soggiornato, sia pure così brevemente… ma non vi voglio così male. Non ancora, almeno.

Una delle mete di questo mio vagabondare, degno del Di Caprio di Prova a prendermi, è stata Torino, che ho visitato con il preciso intento di capire non solo perché, ma anche se effettivamente si meritasse il titolo di capitale magica d’Italia; e, nascosta sotto la fastosità e la magniloquenza di cui i Savoia l’hanno ricoperta nel tempo, senza riuscire ad annullarne del tutto il fascino, ho trovato effettivamente una città che è magica non solo nel senso, per così dire, “esoterico”, ma anche in un senso più “tecnico” che, forse, preferisco. Intendo dire che, forse anche per via della compagnia con cui mi trovavo, l’ho trovata una città particolarmente congeniale all’illusionismo (d’altronde, ci abita il mio maestro in quest’arte, Mariano Tomatis), una città che stimola la riflessione illusionistica e la visione illusionistica del mondo. In altri termini: mi è venuta voglia di lavorare a moltissimi effetti magici, mentre camminavo per le sue vie tagliate ad angolo retto. Uno di questi, voglio condividerlo con voi.

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D di Desolante (e forse qualcosa in più)

Raccontavo qualche tempo fa di come l’Italia invasa dai manifesti elettorali di Silvio Berlusconi e Francesco Rutelli (nonché da quelli di Pierferdinando Casini, mister 100% coerenza e lealtà), avesse spinto nel 2001 il Financial Times ad equiparare il nostro paese all’Iraq di Saddam Hussein; quella di quell’anno è la prima campagna elettorale che ricordi con precisione (la sorte è generosa, a volte) e, per lungo tempo, ha costituito la pietra di paragone riguardo la bassezza cui potesse giungere la politica italiana: ad insidiare il suo primato, sta solo l’ultima, vincente battaglia mediatica del Cavaliere; quella, per capirci, che nel 2013, dopo una stagione di governo giudicata fallimentare perfino dai suoi alleati, lo portò, grazie a promesse tanto mirabolanti quanto insultanti, a colmare il distacco di quasi dieci punti percentuali che lo separava da Pierluigi Bersani, il quale diede in quest’occasione prova di singolare inettitudine.

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Stampelle

Uno dei ricordi più vividi della mia adolescenza riguarda il giorno in cui Francesco Storace, senatore nominalmente in forza ad un partito poi scomparso di nome La Destra, ma in realtà parte dell’ampia corte di illustri signor nessuno che ruotava attorno al satrapo Silvio Berlusconi, irritato per l’appoggio che lei continuava a fornire al governo Prodi, propose sarcasticamente di inviare (o, nel mio ricordo certo distorto, inviò davvero) un paio di stampelle a Rita Levi Montalcini, senatrice a vita all’epoca novantottenne.

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Un tipografo, un fiume, un professore (riflessioni in libertà)

Sono tre anni e mezzo che ci vivo e, nonostante ciò, non sono mai riuscito ad amare e nemmeno a farmi stare simpatica Verona, né credo che ci riuscirò mai. D’altro canto, questa città mi ha dimostrato in più occasioni che il sentimento è ampiamente ricambiato, ed io ho talvolta pensato che i reciproci tentativi di avvicinarci l’uno all’altra, che pure talvolta sono avvenuti, siano del tutto futili: troppe sono le differenze, troppi i punti di insanabile conflitto tra me, che mi considero aquilano e, dunque, montanaro d’adozione, e questa città che finge di non essere l’avanguardia e insieme l’essenza della Pianura Padana, ed a cui rimprovero un numero eccessivo di difetti incompatibili col mio carattere (grettezza, provincialismo, egoismo, una certa, democristiana ipocrisia). Probabilmente, lei dice lo stesso di me: ma, com’è ovvio in questi casi, io sono più che certo di avere ragione, e se vi interessa la sua opinione vi consiglio di andare a chiederla a lei.

Spero con tutto me stesso che questo rapporto di incompatibilità non si concluda come quella famosa battuta di, credo, Paul Valery: ci siamo odiati, ci siamo amati ed alla fine siamo invecchiati insieme. Perché l’idea di invecchiare in questo posto, tra queste mura fuori dalle quali “non c’è mondo, ma solo prigione, tormento, l’inferno stesso” (spiace, Shakespeare, ma non sono d’accordo) è capace di trasmettermi un senso di claustrofobia, che neppure questi giorni di quarantena riescono ad eguagliare.

Diavolo, per altro: non è forse ironico che io sia proprio qui, proprio in questo momento insieme storico e surreale?

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I ministri esiste

Nei commenti al mio precedente articolo (che lui stesso ha provocato), bortocal scriveva:

io non parlo MAI di Matteo Salvini, perché non si può parlare di chi non esiste come essere reale, ma soltanto come invenzione fantastica o incubo per alcuni; io parlo, come sai, sempre e soltanto del ministro dell’Interno: questo sì è qualcosa che esiste.

Il giorno prima, lo stesso bortocal (ultimamente, mia inesauribile fonte di ispirazione) aveva pubblicato sul suo blog un post, questo, dove notava che non solo esiste il ministro dell’interno, ma anche quello degli esteri; e che il primo crede che queste due figure (nonché quelle di ministro delle infrastrutture, e dell’istruzione, e dell’economia…) siano in realtà una sola.

A cosa dovrebbe far pensare, una fattispecie siffatta (che è reale, ciò è innegabile)? Forse ad una monarchia; personalmente, mi ha riportato alla mente l’inizio della Bibbia.

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(Tentativo di) Difesa di Karl Marx

Ho meditato, talora, di scrivere un testo intitolato Difesa di Karl Marx.

Se non l’ho mai fatto, non è solo perché mi è mancato il coraggio (o la faccia tosta, chiamatela come volete) per analizzare, sia pure in maniera superficiale, l’opera di un autore tanto importante per la storia degli ultimi due secoli, ma, anche e soprattuto, perché temevo che, in qualche modo, un testo del genere potesse trasformarsi in qualcosa di molto somigliante ad un “saggio critico” di Diego Fusaro. E non ci tengo ad avere qualcosa in comune con Fusaro, in nessun modo; anche se talune fonti piuttosto affidabili mi dicono che il “turbofilosofo” ha molto successo con le donne, soprattutto con quelle vergini.

Le note che state leggendo dimostrano che, infine, ho deciso di ignorare qualunque buon motivo mi portasse ad esitare, e, quanto meno, a produrre un tentativo di quel testo; le ragioni di questa decisione, che alcuni potranno ritenere temeraria, sono presto dette: ho considerato che di rado, in futuro, mi capiterà un’occasione altrettanto propizia per occuparmi di un argomento del genere.

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