Stampelle

Uno dei ricordi più vividi della mia adolescenza riguarda il giorno in cui Francesco Storace, senatore nominalmente in forza ad un partito poi scomparso di nome La Destra, ma in realtà parte dell’ampia corte di illustri signor nessuno che ruotava attorno al satrapo Silvio Berlusconi, irritato per l’appoggio che lei continuava a fornire al governo Prodi, propose sarcasticamente di inviare (o, nel mio ricordo certo distorto, inviò davvero) un paio di stampelle a Rita Levi Montalcini, senatrice a vita all’epoca novantottenne.

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Un tipografo, un fiume, un professore (riflessioni in libertà)

Sono tre anni e mezzo che ci vivo e, nonostante ciò, non sono mai riuscito ad amare e nemmeno a farmi stare simpatica Verona, né credo che ci riuscirò mai. D’altro canto, questa città mi ha dimostrato in più occasioni che il sentimento è ampiamente ricambiato, ed io ho talvolta pensato che i reciproci tentativi di avvicinarci l’uno all’altra, che pure talvolta sono avvenuti, siano del tutto futili: troppe sono le differenze, troppi i punti di insanabile conflitto tra me, che mi considero aquilano e, dunque, montanaro d’adozione, e questa città che finge di non essere l’avanguardia e insieme l’essenza della Pianura Padana, ed a cui rimprovero un numero eccessivo di difetti incompatibili col mio carattere (grettezza, provincialismo, egoismo, una certa, democristiana ipocrisia). Probabilmente, lei dice lo stesso di me: ma, com’è ovvio in questi casi, io sono più che certo di avere ragione, e se vi interessa la sua opinione vi consiglio di andare a chiederla a lei.

Spero con tutto me stesso che questo rapporto di incompatibilità non si concluda come quella famosa battuta di, credo, Paul Valery: ci siamo odiati, ci siamo amati ed alla fine siamo invecchiati insieme. Perché l’idea di invecchiare in questo posto, tra queste mura fuori dalle quali “non c’è mondo, ma solo prigione, tormento, l’inferno stesso” (spiace, Shakespeare, ma non sono d’accordo) è capace di trasmettermi un senso di claustrofobia, che neppure questi giorni di quarantena riescono ad eguagliare.

Diavolo, per altro: non è forse ironico che io sia proprio qui, proprio in questo momento insieme storico e surreale?

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I ministri esiste

Nei commenti al mio precedente articolo (che lui stesso ha provocato), bortocal scriveva:

io non parlo MAI di Matteo Salvini, perché non si può parlare di chi non esiste come essere reale, ma soltanto come invenzione fantastica o incubo per alcuni; io parlo, come sai, sempre e soltanto del ministro dell’Interno: questo sì è qualcosa che esiste.

Il giorno prima, lo stesso bortocal (ultimamente, mia inesauribile fonte di ispirazione) aveva pubblicato sul suo blog un post, questo, dove notava che non solo esiste il ministro dell’interno, ma anche quello degli esteri; e che il primo crede che queste due figure (nonché quelle di ministro delle infrastrutture, e dell’istruzione, e dell’economia…) siano in realtà una sola.

A cosa dovrebbe far pensare, una fattispecie siffatta (che è reale, ciò è innegabile)? Forse ad una monarchia; personalmente, mi ha riportato alla mente l’inizio della Bibbia.

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(Tentativo di) Difesa di Karl Marx

Ho meditato, talora, di scrivere un testo intitolato Difesa di Karl Marx.

Se non l’ho mai fatto, non è solo perché mi è mancato il coraggio (o la faccia tosta, chiamatela come volete) per analizzare, sia pure in maniera superficiale, l’opera di un autore tanto importante per la storia degli ultimi due secoli, ma, anche e soprattuto, perché temevo che, in qualche modo, un testo del genere potesse trasformarsi in qualcosa di molto somigliante ad un “saggio critico” di Diego Fusaro. E non ci tengo ad avere qualcosa in comune con Fusaro, in nessun modo; anche se talune fonti piuttosto affidabili mi dicono che il “turbofilosofo” ha molto successo con le donne, soprattutto con quelle vergini.

Le note che state leggendo dimostrano che, infine, ho deciso di ignorare qualunque buon motivo mi portasse ad esitare, e, quanto meno, a produrre un tentativo di quel testo; le ragioni di questa decisione, che alcuni potranno ritenere temeraria, sono presto dette: ho considerato che di rado, in futuro, mi capiterà un’occasione altrettanto propizia per occuparmi di un argomento del genere.

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QAnon – Perfino i miei errori

Nel post che precede questo, e che ho cercato, per quanto possibile, di mantenere ad un livello di oggettività, riassumevo la parabola di QAnon, quella che è, verosimilmente, la più bizzarra (e meno divertente) teoria del complotto in cui mi sia capitato di imbattermi; riassumevo o, per meglio dire, tentavo di riassumere: tante e tali, infatti, sono le ramificazioni e gli sviluppi che essa ha assunto, che è impossibile darne un quadro organico e completo. A chi volesse la sintesi più brutale, si potrebbe dire: un anonimo (o un insieme di anonimi), che asserisce di possedere un’autorizzazione per accedere ai documenti più riservati in possesso del Dipartimento statunitense dell’energia, ha pubblicato, su Internet, una serie di post (chiamati bread crumps, molliche); in essi, egli dichiara che la Clinton, Obama, Soros (e, ho scoperto, anche Tom Hanks) sono i leader di una gigantesca setta satanista che pratica rituali pedofili, e che Donald Trump sta tentando in ogni modo di annientarli; un gruppo di americani crede a questo anonimo, che si fa chiamare Q.

Ciò, tuttavia, oltre a non essere così sintetico, toglierebbe ogni profondità ad un intreccio che è andato ben oltre la nuda trama.

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QAnon – Quasi una premessa

In chiusura del mio ultimo post, citavo (e non per la prima volta, credo) quella frase invero notevole di Gilbert Chesterton:

quando gli uomini smettono di credere in Dio, non è che smettono di credere. Iniziano a credere a tutto.

Pur provenendo da un uomo le cui idee non condivido praticamente su nessun punto, devo ammettere che essa è piuttosto arguta, e bisogna riconoscere che contiene un buon grado di veridicità (ad esempio, mette a nudo con mirabile brevità il paradosso che si annida nel pensiero di gente come Odifreddi, che si dichiara non credente ma che professa, in realtà, una religione dell’irreligione). D’altronde, non ci si può nascondere: essa ha dei limiti. Ad esempio, tace del fatto che anche gli uomini che credono in Dio sono contemporaneamente capaci di credere a tutto: lo dimostra che, in quegli stessi Stati Uniti in cui molti sono convinti che Dio li abbia creati, così come sono adesso, in soli sette giorni (e si vede che andava di fretta, per citare Bill Hicks), abbia avuto (nell’ultimo anno eh, non nei giorni oscuri delle streghe di Salem o del maccartismo) un seguito considerevole una roba come QAnon; i cui punti salienti tenterò di riassumere, se me lo consentite, per coloro che non abbiano voglia di leggersi una lunga pagina Wikipedia, per altro redatta nell’aspra lingua di Albione.

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Eterogenesi dei fini – Episodio 1

Wikipedia, citando l’opinione (ritengo autorevole) del “filosofo e psicologo empirico tedesco Wilhelm Wundt”, definisce l’eterogenesi dei fini come

un campo di fenomeni i cui contorni e caratteri trovano più chiara descrizione nell’espressione “conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali

e la riferisce non ai “semplici accadimenti naturali” bensì, specificatamente, all’agire umano.

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Ex falso quodlibet

Mia madre condivide con me un articolo, che preferisco non linkare, tratto dal sito internet di una televisione locale della mia città d’origine (ma sono sicuro che una televisione locale di Verona – ed anche una di Caltanissetta, probabilmente – avrebbe trattato la notizia nello stesso modo).

Il titolo dell’articolo è il seguente: “Piscina del Nettuno-che-fa-il-morto-a-galla, l’utilizzo del pallone in piscina solo per i bambini non italiani. E poi parlano di razzismo” (sic; il nome della piscina non è quello reale, il corsivo è mio).

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