Posizione laterale (di sicurezza)

Alcuni giorni fa io ed una mia collega siamo andati a conoscere il primario del pronto soccorso in cui, se tutto va bene (ma essendoci di mezzo parecchia burocrazia, ci sono parecchie probabilità che almeno qualcosa vada storto), dal mese prossimo inizieremo entrambi a lavorare. Nel caso ve lo steste chiedendo sì, ci siamo andati insieme, nella stessa automobile: perché ci conosciamo da tempo e sarebbe stato stupido non fare così, ed anche perché, avendo io e lei condiviso tempi e spazi in uno dei luoghi più pericolosi al mondo, e cioè l’ospedale, e dovendone anzi condividere ancora parecchio, abbiamo convenuto che non ci stavamo macchiando di alcun crimine o, comunque, non di un crimine particolarmente grave.

Da qualche parte sotto il limite della nostra coscienza, tuttavia, il tarlo del rimorso doveva essere al lavoro, se è vero, com’è vero, che ad un certo punto, mentre stavamo tornando nella città in cui tutti e due viviamo, ho seccamente interrotto la frase che stavo pronunciando ed esclamato: “Però vedi, alla fine arriviamo sempre a parlare di questo cazzo di Covid”.

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F come falso

Durante i giorni convulsi che hanno infine (ri)portato Stefano Bonaccini alla presidenza della regione Emilia, il portale di informazione online Giornalettismo (che rimane, essenzialmente per una questione di abitudine, il punto di partenza di quella che chiamo la mia “rassegna stampa” mattutina), come credo tutti i “servizi” consimili”, ha pubblicato numerosi articoli, legati, in un modo o nell’altro, alla contesa tra il governatore uscente e la senatrice leghista Lucia Borgonzoni, prestanome del suo segretario di partito che, comunque, è riuscito ancora una volta a convincere i media a raccontare questa campagna elettorale come lui desiderava; tra tutti, quello che mi ha più interessato è stato senza dubbio questo.

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Lifting shadows off a dream

L’ultima volta che, da queste parti, ho parlato di sogni (o, per essere più precisi, dei miei sogni: perché un blog non è altro che un sogno, e come tale non può che parlare di sogni), l’ho fatto con un articolo che ha stupito tutti, e soprattutto sherazade, per la sua imponderabile brevità.

Questa volta, temo, non sarò capace di operare una sintesi tanto mirabile; benché, credo, la cosa migliore che potrei fare è confidarvi che l’altra notte ho sognato che qualcuno stava provando ad uccidermi, e fermarmi lì. Quella di utilizzare poche parole o, meglio ancora, di non utilizzarne alcuna, infatti, è probabilmente l’unica strategia valida per parlare dei sogni.

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How (and why) to save a life

Ha ancora senso battersi contro un demone/quando la dittatura è dentro di te?

-Afterhours,Padania. Questa frase sarà sempre perfetta

L’altra mattina, mi è accaduta una cosa che credo unica, più che rara: quando, intorno alle nove, ho aperto la porta di casa mia dopo un turno di notte che era stato lungo, e difficile, e pesante, per la prima volta nella mia non-più-così-breve vita professionale (per altro, proprio il giorno prima avevo compiuto trent’anni), mi sono sentito completamente soddisfatto. Per la prima volta nella mia non-più-così-breve vita professionale, l’attimo prima di chiudere gli occhi, non ho rivisto la miriade di errori che avevo fatto durante quel turno e, a cascata, tutti quelli commessi nei turni precedenti; al contrario, ho pensato, con qualcosa più di un briciolo di compiacimento, che ogni situazione che mi si era presentata l’avevo gestita, se non benissimo, quanto meno nel modo in cui ci si aspetta che la gestisca un medico, e non uno studente di medicina trascinato contro la sua volontà nella corsia di un ospedale: e quindi, per la prima volta nella mia non-più-così-breve vita professionale, ho finalmente ammesso che, forse, avrei potuto anche farlo con profitto, quel lavoro così difficile (ma quale non lo è?) che mi ero scelto.

(E badate, so bene che quello di scegliersi il lavoro è un privilegio riservato a pochi).

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Due cose sul disastro ferroviario di Corato

E non due per modo di dire. Due di numero, ed adeguatamente numerate.

Che, quando ci sono (al momento in cui scrivo) ventisette cadaveri che la parvenza di vita non ha ancora abbandonato, ed almeno cinquanta persone che si tengono aggrappate ad ogni respiro, io trovo che sia sempre vera la massima di Karl Kraus:

chi ha qualcosa da dire, che si faccia avanti e taccia.

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Rispetto

In una delle pagine del bellissimo “Il teorema del pappagallo“, l’autore, Denis Guedj, fa ricordare al protagonista, l’anziano Pierre Ruche, un passo dell’Iliade in cui Aiace, rimasto il più forte tra i greci dopo il ritiro di Achille in rotta con Agamennone, deve difendere le navi achee da una sortita dei troiani. Apollo, tuttavia, in ira con gli Achei (ma tutti con la a, in questa storia? E pensare che a risolverla sarà uno il cui nome inizia per u…), fa scendere sui combattenti greci una fitta nebbia, che impedisce loro di vedere gli avversari. A questo punto, Aiace si inginocchia (o, almeno, così mi piace immaginarla) e supplica il dio del sole con queste parole: “Facci morire, ma alla luce del sole”.

Ora: io non mi ricordo se questo passo, nell’Iliade, ci sia davvero, o se Guedj se lo sia inventato. Fatto sta che lo adoro. E che, da quando l’ho letto, ho sempre cercato di farne un principio di vita.

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Sentimenti

I miei amici mi dicono che i pensieri di Pascal servono loro per pensare. Certo, non v’è cosa nell’universo che non serva di stimolo al pensiero; quanto a me, non ho mai visto in quei memorabili frammenti un contributo ai problemi, illusori o veri, che affrontano.

Jorge Luis Borges, “Altre inquisizioni”

Se sono vere le parole di Borges (e lo sono), questo significa una cosa: che io, me e me stessa è uno stimolante del pensiero migliore del famoso matematico e filosofo francese.

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