Certo bisogna farne di strada, da una ginnastica d’obbedienza

Man mano che le settimane avanzano, e che questi maledetti coronavirus sembrano volersi tenacemente adeguare al motto “ci siamo e ci resteremo”, emerge con sempre maggiore evidenza l’inadeguatezza delle misure di contenimento varate, fin dal febbraio dello scorso anno, dal governo Conte, e sostanzialmente confermate dal governo Draghi, che d’altronde con l’esecutivo precedente condivide ministro “competente” e consulenti (e che per i rincalzi nelle altre posizioni si è affidato a Forza Italia ed alla Lega…). Di questa inadeguatezza, e anzi sarebbe meglio dire di questa fallimentarità, che a me pare indiscutibile se non altro per il fatto che, a dispetto degli sforzi fatti, siamo ancora qui a chiederci se riusciremo a sfangarla per il 2023 (nonché quanti divieti punitivi possiamo ancora inventare, prima di quella data), sarebbe forse il caso che parlasse non un oscuro blogger dilettante, raggiunto mensilmente da un numero di lettori pari agli abitanti del suo quartiere, ma uno dei non pochi insigni accademici che, negli ultimi tempi, la televisione ha elevato al rango di esperti; i quali invece hanno trascorso gran parte del tempo loro concesso per comparire in video (forse, per non dover ammettere che, un po’ come tutti, di questo virus non solo non avevano ma, soprattutto nelle fasi iniziali dell’epidemia, non potevano aver capito nulla) a darsi addosso come dei ballerini che si stanno disputando l’ultimo posto nella finale di Amici di Maria De Filippi. E, qui mi prendo un piccolo appunto mentale, su questa identità tra le trasmissioni “popolari” a tema Covid ed i talent show sarà forse il caso di tornare a parlare in futuro.

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