Virgolette

Lo ammetto: non sono sempre d’accordo con mazzetta (come non sono sempre d’accordo con nessuno, nemmeno con quella mia seconda personalità che si fa chiamare Gaber Ricci). Tuttavia, ogni volta che leggo un articolo come quello che ha scritto ieri, penso che ad ogni giornalista (perché sì, mazzetta è un giornalista) dovrebbe essere concesso di scegliersi un soprannome, se questo servisse ad acquisire una tale capacità di far luce su argomenti così apparentemente controversi con una tale naturalezza.

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A Sherazade (Invece di una lettera)

Ci sono persone che malinterpretano il senso dell’espressione “piacere della lettura”. Non sono in pochi, coloro che ritengono che Google abbia ragione, ad immergere i suoi utenti in quella che si chiama “bolla di filtri”. Credono che il compito di un testo piacevole sia quello di dire al suo lettore: complimenti, tu hai ragione e tutti i dati concorrono a dimostrarlo. Sono convinti che si possa gridare al capolavoro solo quando le parole che scorrono davanti ai loro occhi non mettano in discussione le loro più radicate opinioni, anche se quelle parole sono scritte in una forma che, se invece che un libro/un articolo/un post avessero composto un tema da esame di terza media, avrebbe guadagnato al loro autore un sei meno meno (per l’impegno). Professano, indefessi, la convinzione che chi non la pensa come loro non possa esprimere non solo nulla di giusto, ma neppure nulla di bello.

Ho molti difetti, e se mi seguite da un po’ di sicuro ve ne siete accorti anche voi: ma questo, penso, è uno dei pochi che mi mancano. Può testimoniarlo Marco, con cui sono legato da stima (spero reciproca) pur se su alcuni argomenti la pensiamo in modo forse diametralmente opposto. Penso quindi di poter dire con la massima sincerità che, pur apprezzandola grandemente, ritengo che quanto Sherazade ha scritto l’altro ieri non centri il punto.

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Storia di Ibrahim

Io ed Ibrahim (nome di fantasia) incrociamo i nostri destini in un momento curioso; a quelle persone (non sono tra loro) a cui piace pensare che nulla accada per caso, interesserà sapere che, quando ci siamo incontrati, ieri sera alle sette, io stavo concludendo (anzi, a dirla tutta avevo già concluso), mentre lui stava iniziando.

Ma (e temo che questo distruggerà tutta la mistica della frase precedente) non stavamo iniziando e concludendo la stessa cosa.

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Io non sono uno a cui piace dare nomi alle cose, ma…

Scrivevo, qualche giorno fa, nei commenti a questo breve (ma non per questo meno intenso) articolo di ammennicolidipensiero:

Dovremmo trovare un nome per indicare quella particolare figura retorica che consiste nell’iniziare una frase con “non sono […], ma”, e completarla con parole che farebbero arrossire il più smaliziato dei […].

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