Senza parole

Alcuni giorni fa, senza eccessiva sorpresa, mi sono reso conto di come, da qualche tempo, tendo ad ignorare ciò che le persone che stimo scrivono a proposito del Covid-19 (quindi sì, se ultimamente avete trovato un mio commento in coda ad un vostro articolo che conteneva una ricetta infallibile per arrestare la pandemia, far ripartire l’economia e anche salvare l’aye-aye dall’estinzione, ora sapete che non potete contare sulla mia stima. Credo che sopravviverete lo stesso, comunque).

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Gli altri

Uno dei problemi cardine della storia delle idee è, o dovrebbe essere, se mi è concesso esprimere un’opinione su un argomento di cui non so quasi nulla, qual è stato il momento in cui la cultura condivisa dell’umanità o, per meglio dire, dell’umanità occidentale (perché noi che viviamo nell’emisfero “giusto” abbiamo sempre la sgradevole abitudine di considerarci gli unici abitanti di questo pianeta) abbia iniziato ad assumere i caratteri precipui che possiede ancora adesso o, in altri termini, qual è stato il momento in cui i nostri antenati hanno iniziato a pensare (in modo sostanziale, trascurando tutti i possibili accidenti su questo o quel punto specifico) come pensiamo noi.

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A proposito di principio di uguaglianza

Dedico questo articolo a bortocal (e sono quasi due di fila). Senza il commento lasciato ad un suo recente articolo, questo post, probabilmente, non esisterebbe.

 Riporto da una pagina Facebook, del cui proprietario preferirei non fare il nome (la sapete quella storia del “purché se ne parli”, vero?). Mi sembra una di quelle situazioni in cui potrei scrivere “la questione si commenta da se”:

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Roba da ricchi

La lettura e, soprattutto, la scoperta del minuto libretto di cui parlerò in queste mie note, devo ammetterlo, sono giunte molto vicine a convincermi di una verità che, fino a qualche anno fa, consideravo la più deleteria che avesse mai afflitto il genere umano: quella che vuole che il caso non esista.

Ecco, inizialmente avevo pensato di iniziare l’articolo che state leggendo con queste precise parole.

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E ritengo che nulla di umano…

(C’è un passaggio di questo articolo in cui ho usato, per troppe volte e senza che fosse necessario, l’aggettivo normale, o talune sue variazioni. Vi prego di scusarmi per questo).

Uno dei primi ricordi (avrò avuto tre, quattro anni) di cui ancora conservi memoria riguarda una piccola figurina in vetro, rappresentante una foca che tiene una palla in equilibrio sul naso. Mia madre o mia nonna (non rammento chi tra le due me la regalò) tentò di convincermi che quella minuscola statuina, quasi sicuramente prodotta in serie in qualche oscuro, polveroso sottoscala, era uno Swarovski originale. Come se io potessi rendermi conto di cosa ciò significasse.

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Più che imperdonabile

La notizia del momento, pare, è quella dell’arresto di Domenico “Mimmo” Lucano, sindaco di Riace; che è quella località calabrese che, se nel 1972 non ci avessero scoperto i Bronzi, oggi sarebbe probabilmente famosa quanto Fiumara e Pentadattilo, che pure sono in provincia di Reggio Calabria ed a cui Maurits Cornelius Escher dedicò delle splendide xilografie (che poi è l’unico motivo per cui io le conosco, lo confesso).

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Pentadattilo di Escher. Giusto per far capire di che posti stiamo parlando, sia detto col massimo rispetto.

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Su(lla) Verità e certe sue conseguenze

Mi rendo conto che ciò parrà incredibile a chi, come sherazade, ha imparato a conoscermi negli ultimi anni, ma c’è stato un tempo in cui non solo scrivevo di sovente robe brevi (gli episodi della rubrica Definizioni, ad esempio), ma in cui avrei addirittura voluto essere identificato come “quello che scrive le robe brevi“.

Le difficoltà insite nella composizione dei testi di rapida lettura, unite alla mia manifesta inettitudine, mi hanno progressivamente allontanato da questa aspirazione; l’abitudine ha fatto il resto e, probabilmente, dopo Breve storia della sfiducia nella vista, la mutazione è ironicamente divenuta irreversibile.

Peccato: quel desiderio ha prodotto anche articoli cui sono addirittura disposto a riconoscere dei meriti, come ad esempio questo, dove spiegavo perché non mi piace la parola femminicidio; e vorrei ritrovare quella capacità di sintesi, per illustrare ciò che penso di quanto, qualche giorno fa, szandri ha scritto sul suo blog.

Uso il condizionale perché so che non riuscirò in questo intento; anzi, mentre scrivevo le ultime parole del capoverso precedente, nella mia mente già si agitava un pensiero: “Ma come, davvero riuscirai a resistere all’ardente tentazione di aggiungere una premessa?”.

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Titulus crucis

Stavo andando al lavoro, seguendo la stessa strada che percorro tutti i giorni da ormai tre settimane; a metà di quella via (che credo dedicata ad un personaggio minore del risorgimento italiano), lo sapevo, avrei incontrato quell’edicola, e la sua vetrina, piena delle prime pagine dei quotidiani, appena usciti dalle rotative. I primi tempi, vi avevo guardato con una certa superficiale curiosità; in seguito, mi ero detto che avrei dovuto impegnarmi con ogni forza ad ignorare il muto dialogo che quei fogli di pessima qualità instauravano tra loro o, se proprio non riuscivo a rivolgere loro quella noncuranza che, mi hanno insegnato, è il peggior disprezzo, che quanto meno avrei dovuto lasciare che le pacate parole di tetro grigiore del Corriere, la paternalistica condiscendenza con cui la Repubblica ci spiega come va il mondo, le urla adolescenziali del Fatto che, forse, vuole solo che qualcuno si accorga di lui, si limitassero a lambire la porzione più periferica del mio campo visivo.

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Tifiamo gongoro

E così, alla fine, mi sono ritrovato con Papa ad ascoltare i Fiaska Vuota (“musica rurale, ma in levare”). Conclusione singolare ed imprevista, considerando che tutto era iniziato con una canzone di cui, credo, i Fiaska Rotta non hanno mai prodotto, né mai produrranno (e questo un po’ mi dispiace) una cover: Zombie dei Cranberries.

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