Il visionario (I venerdì del libro, dopo tanto tempo ed ovviamente non di venerdì)

Quando durante una conversazione a proposito di uno dei suoi (ottimi) post sulla Storia di Bulawhar e Budasf, gli ho detto che stavo leggendo Il visionario, il mio amico bortocal mi ha risposto:

Mi sono informato via Google. Ho visto chi se ne è occupato di recente ed è stato certamente il tuo tramite.

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Smania realistica

Il cosiddetto ciclo di Cthulhu si compone di una qualche decina (non sono andato a contarli, lo ammetto) di racconti pubblicati intorno agli anni Trenta del secolo scorso, su alcune riviste pulp americane, da un timido e per certi versi inquietante autore di Providence, nel Rhode Island, Howard Phillips Lovecraft; questi racconti, tutti incentrati sugli incontri tra sfortunati esseri umani e ributtanti, incomprensibili creature giunte sul nostro pianeta dallo spazio profondo (la più famosa delle quali appartiene ad una “tribù” nota come Grandi Antichi e risponde appunto al nome di Cthulhu), sono a modesto parere di chi scrive uno degli apici raggiunti dalla narrativa fantastica non solo nel Novecento, ma nell’intera storia del genere umano: ed a dimostrare che questo mio giudizio, che qualcuno potrebbe ritenere temerario, non è totalmente privo di fondamento sta la sterminata serie di rimandi al ciclo, più o meno obliqui, contenuti in opere letterarie, ed anche figurative, cinematografiche, musicali (i Metallica, per fare un esempio, inclusero in Ride the lightning un pezzo strumentale di oltre otto minuti intitolato The call of Ktulu, che cita un racconto di Lovecraft che, come vedremo, ha effettivamente esercitato un certo richiamo su parecchi artisti). Come se ciò non bastasse, a quasi cent’anni dalla prima comparsa esplicita di Cthulhu e compagnia sulla faccia della Terra, non mancano scrittori che si misurano con la sfida di ambientare nuove narrazioni nella mitologia creata da Lovecraft (e Mondadori ha pubblicato qualche tempo fa una raccolta di questi “apocrifi” piuttosto interessante), o con quella, speculare, di trasportare quest’ultima su media diversi da quelli per cui essa era stata concepita, o che addirittura neppure esistevano quando Lovecraft visse e scrisse. Francamente, non mi stupirebbe scoprire che esiste un podcast dedicato o addirittura condotto da uno o più Grandi Antichi.

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Rapiti

Sto leggendo 14 scoperte scientifiche che non sono servite a niente (sottotitolo: Benché questo sia tutto da dimostrare), di Aleksandra Kroh e Madeleine Veyssié, e mi piacerebbe molto dire che è un libro che tiene fede al suo titolo ed alle implicazioni innovative ed in un certo senso sovversive che esso schiude; purtroppo, devo ammettere che si tratta di una pubblicazione piuttosto convenzionale, a tratti direi quasi reazionaria, e per almeno due motivi.

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Farmakon

(N.B.: in greco antico, farmacon può significare sia farmaco, sia veleno)

Ho appena terminato (dopo una lettura proceduta ad un ritmo non esattamente incessante) il libro di Roberto Ippolito Delitto Neruda, acquistato praticamente per caso a Pienza durante le mie vacanze toscane (quindi meno di due mesi fa, anche se a pensarci adesso pare capitato in un altro tempo, oltre che in un altro luogo). Esso è incentrato su un’ipotesi che non ho paura a definire temeraria: quella secondo cui Pablo Neruda, poeta premio Nobel tra i più noti del ventesimo secolo (nonché probabilmente uno dei pochi che supererà la prova del tempo, essendo ancora adesso letto, commentato e citato, anche a sproposito), sia stato ucciso non dalle conseguenze nefaste di un cancro alla prostata, di cui per altro non aveva mai fatto mistero (anzi è lo stesso Ippolito a ricordare come, durante una festa in casa sua, Neruda disse ad uno dei suoi ospiti di complimentarsi con lui perché, e cito testualmente, era riuscito a pisciare), ma a causa di un’iniezione letale praticatagli nell’addome mentre era degente presso una clinica di Santiago, materialmente eseguita da mano ignota ma ordinata dal regime sanguinario di Augusto Pinochet, che aveva preso il potere con la violenza in Cile appena dodici giorni prima che il poeta morisse. Provvidenzialmente, verrebbe quasi da dire, visto che in quel breve lasso di tempo la dittatura non gli risparmiò un gran numero di dispiaceri, nonché un paio di perquisizioni, certo tutt’altro che cortesi.

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Roba da ricchi

La lettura e, soprattutto, la scoperta del minuto libretto di cui parlerò in queste mie note, devo ammetterlo, sono giunte molto vicine a convincermi di una verità che, fino a qualche anno fa, consideravo la più deleteria che avesse mai afflitto il genere umano: quella che vuole che il caso non esista.

Ecco, inizialmente avevo pensato di iniziare l’articolo che state leggendo con queste precise parole.

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I problemi de “I crimini di Grindelwald”, e quelli dei fan

Martedì scorso sono andato a vedere I crimini di Grindelwald, secondo episodio della saga cinematografica di Animali fantastici, scritta da J.K. Rowling in persona ed ambientata nello stesso universo narrativo di Harry Potter, sia pure svariati anni prima degli eventi che hanno reso famoso il mago con la cicatrice a forma di saetta, e miliardaria la sua mamma.

L’opera in questione ha generato, in Rete, una discussione piuttosto accesa; per motivi che non comprendo fino in fondo (e che forse hanno a che fare col fatto che sono ormai sei giorni, l’equivalente di un’era geologica, che non aggiorno questo blog), ho deciso di offrire ad essa anche il mio modesto contributo. Sussiste, tuttavia, un problema; per spiegare quale, mi vedo costretto a citare Roberto Recchioni, autore di fumetti che non apprezzo appieno ma che, talvolta, ha sintetizzato in frasi di mirabile brevità il pensiero di intere fette di pubblico e, talvolta, addirittura di intere generazioni.

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Basta, vi prego, coi sogni

Quasi un mese fa, in un post (questo) che faceva della vertigine la sua vera ragion d’essere, raccontavo di aver raccontato di aver fatto un sogno. Ciò corrispondeva, in gran parte, a verità.

Certo, quell’articolo era stato scritto (e non vedo come avrebbe potuto essere altrimenti) indossando la stessa maschera che mi metto sempre addosso, sulle pagine di questo blog; d’altronde, era vero che avevo messo a parte qualcuno di un sogno, il cui contenuto era stato a tal punto inquietante che mi ero stupito che a produrlo fosse stata la mia mente, sia pure addormentata, e non quella, che so, di Howard Philip Lovecraft. Il testimone involontario del mio terrore non era stato lo stesso che avevo dichiarato nelle righe di quell’articolo, lo riconosco; d’altronde, non mentivo quando affermavo di aver sognato:

di compiere un atto riprovevole, in plurimi sensi; di aver poi sognato di essermi svegliato, e che qualcuno mi ricattava per il sogno precedente; di aver assistito a vari, falsi risvegli, in uno dei quali mi ero trovato intrappolato in una casa in cui era assai semplice entrare, ma impossibile uscire.

Non pretendo di attribuirmi alcun credito per quest’ultima immagine, atroce nella sua infernale semplicità; essa ha svariati precedenti, tra cui il più ovvio è Hotel California degli Eagles. Ho a lungo lottato con essa, convinto che non consentisse nessuna interpretazione che “non chiamasse in causa il dottor Freud”; solo in seguito, ho compreso che si trattava, semplicemente, di un tentativo del sogno di mettermi in guardia contro se stesso. Continue reading

J.K. Rowling – Harry Potter e i Doni della Morte

Qualche anno fa (un paio d’anni prima che io nascessi, in effetti) Mina, interpretando un testo di Cristiano Malgioglio, cantava che l’importante è finire. Avrebbe fatto bene a ricordarsene quando ha iniziato a ricevere lodi sperticate da chiunque, nonostante rilasciasse ormai album completamente insignificanti (che è assai peggio che brutti); ma non è questo il punto.

Il punto è che le parole cui la tigre di Cremona prestò la voce, sono assai opportune ora che, dopo più di sei mesi di attesa, mi appresto a concludere l’Harry Potter Friday: l’importante è finire. Ma si potrebbe dire pure, e sarebbe altrettanto adeguato, che il problema è finire.

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Invito alla lettura (o ad una lettura) di Philip K. Dick

Sto leggendo Radio libera Albemuth di Philip K. Dick. Sono solo a metà, ma, a meno di clamorose cadute di stile nelle pagine rimanenti, posso dire fin d’ora che non capisco: perché i critici lo ritengono un romanzo minore? Perché la sua casa editrice si convinse a pubblicarlo solo dopo la morte dell’autore? Perché anche la Fanucci, che ha l’esclusiva per l’Italia sulla sua opera, sembra condividere questo giudizio, ed ha pubblicato Radio libera Albemuth in un formato più piccolo di Scorrete lacrime, disse il poliziotto o de La svastica sul sole, unanimemente riconosciuti come pietre miliari della sua produzione?

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