Da brividi

Uno degli argomenti di cui ho parlato più spesso, su questo blog, sono i fantasmi: a questo tema (attenzione, spoiler) era dedicato uno degli ultimi post che ho scritto, che mi ha fruttato alcuni lusinghieri commenti da parte di persone che conosco; un’intera rubrica di questo blog, che per contingenze esistenziali non posso più continuare, si intitola Spettri a Verona, ed il suo scopo, riporto dalla sua introduzione, era “non solo parlare con, ma far parlare gli spettri”. Due anni fa, raccontavo affascinato dell’esperienza vissuta dalla mia amica Anita che, alle tre di notte di una calda nottata estiva, al centro di quella pianura padana che molti autori e registi hanno voluto immaginare (immaginare soltanto?) essere luogo di ritrovo di potenze sovrannaturali di vario genere, sul muro della camera del bed and breakfast che dividevamo durante una breve vacanza congiunta aveva visto un fantasma: e solo una forma di pudore mi aveva portato a non confessare, allora, che il primo sentimento che avevo provato quando me l’aveva raccontato era stata l’invidia. Tant’è vero che, poche settimane dopo, trovandomi per una serie di contingenze fortuite a dormire in un’antica magione calabrese, una delle prime domande che avevo fatto alla padrona di casa che mi stava facendo fare un giro turistico tra le mura seicentesche era stata: “Mi dica una cosa, signora: ma ci sono i fantasmi qui?”.

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Un altro tunnel

Ho iniziato a lavorare alla tesi che, infine, ha inopinatamente permesso al signor Gaber Ricci di diventare il dottor Gaber Ricci all’inizio del mio sesto anno di studi; qualche mese dopo, ho incontrato uno studente che conoscevo, più giovane di me, che mi ha chiesto come mi andassero le cose… no, sto mentendo: mi ha chiesto se vedevo la luce in fondo al tunnel, ed io gli ho risposto che sì, la vedevo, ma che dopo vedevo un altro tunnel. Quindi gli ho aggiunto, giusto per sembrare ancor più meritevole di pietà, che mi sentivo più o meno come Sylvester Stallone dichiara di sentirsi alla fine del primo Rocky:

non mi frega niente neanche se mi spacca la testa, perché l’unica cosa che voglio è resistere […] [voglio] reggere alla distanza, quando suona l’ultimo gong [voglio essere] ancora in piedi.

Ero retorico quando avevo venticinque anni, lo so. Più prosaicamente, avrei potuto dirgli che volevo solo una cosa: e cioè, che la mia esperienza da studente di medicina finisse. L’avessi fatto, quella sarebbe stata, probabilmente, l’occasione in cui con più franchezza avessi mai parlato a qualcuno.

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D di Desolante (e forse qualcosa in più)

Raccontavo qualche tempo fa di come l’Italia invasa dai manifesti elettorali di Silvio Berlusconi e Francesco Rutelli (nonché da quelli di Pierferdinando Casini, mister 100% coerenza e lealtà), avesse spinto nel 2001 il Financial Times ad equiparare il nostro paese all’Iraq di Saddam Hussein; quella di quell’anno è la prima campagna elettorale che ricordi con precisione (la sorte è generosa, a volte) e, per lungo tempo, ha costituito la pietra di paragone riguardo la bassezza cui potesse giungere la politica italiana: ad insidiare il suo primato, sta solo l’ultima, vincente battaglia mediatica del Cavaliere; quella, per capirci, che nel 2013, dopo una stagione di governo giudicata fallimentare perfino dai suoi alleati, lo portò, grazie a promesse tanto mirabolanti quanto insultanti, a colmare il distacco di quasi dieci punti percentuali che lo separava da Pierluigi Bersani, il quale diede in quest’occasione prova di singolare inettitudine.

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Ogni uomo (colto?)

A pagina 7 del loro imprescindibile L’arte di stupire, Mariano Tomatis e Ferdinando Buscema, facendo riferimento alle molte storie, tutte vere, tutte sorprendenti, alcune anzi francamente sconvolgenti, raccolte in quel libro (che, come ho più volte confessato su queste pagine, mi ha cambiato la vita), si dichiarano orgogliosamente possessori di una collezione “molto insolita”. Semmai decidessimo di scrivere un libro di viaggi (e sospetto sia una segreta ambizione di entrambi), io e la mia amica Anita potremmo modestamente aprirlo facendo un’affermazione simile; la nostra “collezione molto insolita”, però, sarebbe costituita dai ricordi che ci legano ai numerosissimi monasteri, conventi, abbazie, cenobi e simili che abbiamo visitato, insieme, nel corso del tempo.

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Le tue parole fanno male

Circa un mese fa, mentre stavamo andando insieme ad un congresso a Roma, chiacchieravo con un mio collega ed amico ricordando i bei tempi andati; ad un certo punto lui mi ha detto: “Madonna, quando ti ho conosciuto avresti mandato nei gulag chiunque parlava di meritocrazia!”. Mi sono girato verso di lui e l’ho guardato male, come se nei gulag avessi voluto mandarci anche lui; poi gli ho risposto, tentando di controllare il tono di voce che, comunque, deve essere risultato al minimo piccato: “Cosa vuoi dire, che adesso non sono più così?”.

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