Copiare dovrebbe essere reato punibile con la pena di morte?

Il desiderio più ardente di un uomo è quello di fare quello per cui, palesemente, non è portato; io, ad esempio, nella vita avrei voluto fare lo scrittore di aforismi.

Sono invece finito a fare il medico (non voglio in alcun modo dare ad intendere, ovviamente, che sia capace di svolgere quest’ultima professione). Curiosamente, uno dei pochi aforismi che abbia composto e di cui sia soddisfatto riguarda, più o meno, proprio il mestiere che mi è toccato in sorte; esso recita:

coloro che frequentano le facoltà di medicina e chirurgia si distinguono in due categorie: quelli che vogliono fare i medici, e quelli che vogliono fare gli studenti di medicina.

Se queste parole, ai vostri occhi, hanno qualche merito, sappiate che non sono frutto di un particolare acume, ma, semplicemente, dell’esperienza. A vent’anni, incarnavo tutti i tratti peggiori della seconda categoria; ancor di più dopo che, durante una sessione invernale particolarmente fortunata, mi riuscì l’impresa di dare due esami in due giorni.

Provassi ancora i sentimenti che provavo in quei giorni, probabilmente siederei al ministero degli interni e rilascerei interviste parlando di me stesso in terza persona.

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Memoria, ricordi e forse medicina

In uno dei suoi saggi, Borges narra che, quando in Mesopotamia cominciarono a comparire i caratteri cuneiformi, ad essi si guardò, inizialmente, più come ad un pericolo, che ad un’opportunità: se avessero preso l’abitudine di scriversi tutto, argomentarono alcuni, gli uomini, nel giro di due o tre generazioni, avrebbero finito per perdere del tutto quello che era forse il più straordinario tra i doni che la natura aveva loro voluto concedere, la memoria. Può essere divertente notare due cose: uno, che per raccontare questo aneddoto (che, come altri, considero troppo bello, per preoccuparmi della sua veridicità) Borges ed io abbiamo dovuto attingere a fonti scritte; due, che a distanza di secoli ce lo raccontiamo ancora: il che, direi, è una prova sufficiente a dimostrare che gli apocalittici di allora avevano torto.

Eppure, anche l’entusiasmo di quegli integrati che sostengono che, lungi dal cancellarla, l’invenzione della scrittura (e quella della stampa, e quella del computer, e quella della Rete…) abbia potenziato la memoria mi pare errata: quelle invenzioni ci hanno dato dei mezzi per non dimenticarci delle cose, non per farci ricordare meglio. Anzi, il fatto che, nei secoli, abbiamo quasi del tutto dimenticato la mnemotecnica, di cui erano campioni Giordano Bruno e Cicerone, e che oggi è invece materia di spettacoli teatrali (quali quelli portati in scena da Vanni De Luca, ad esempio), dimostra che la tecnologia, qualche danno alla nostra memoria deve averlo provocato.

Per quanto mi riguarda, a ricordarmi che è così ci pensa il delizioso blog di Murasaki. Continue reading

Tifiamo gongoro

E così, alla fine, mi sono ritrovato con Papa ad ascoltare i Fiaska Vuota (“musica rurale, ma in levare”). Conclusione singolare ed imprevista, considerando che tutto era iniziato con una canzone di cui, credo, i Fiaska Rotta non hanno mai prodotto, né mai produrranno (e questo un po’ mi dispiace) una cover: Zombie dei Cranberries.

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Il caso e la necessità (ma senza Jacques Monod)

Come consigliatomi dal mio amico ammennicolidipensiero, sto leggendo L’opera del tradimento.

Il volume è piuttosto impegnativo (per inciso, anche venirne in possesso lo è stato) ed io non l’ho consumato che per metà: mi astengo, dunque, almeno per ora, da qualunque giudizio complessivo su di esso.

Ne ho letto abbastanza, tuttavia, da essere costretto ad ammettere, in barba ad ogni mia precedente asserzione sull’argomento, che è davvero possibile costruire rapporti solidi in un mondo votato all’impermanenza ed alla labilità come quello della Rete: conosco infatti ammennicolidipensiero da più di quattro anni e, in questo lasso di tempo, non l’ho visto che una volta (quella volta l’ho raccontata qui); pure, solo una persona che mi conosceva veramente bene poteva consigliarmi con cognizione di causa un libro del genere.

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Un errore cardanico

Girolamo Cardano è stato, probabilmente, uno degli uomini più brillanti del Rinascimento: matematico, medico, ingegnere ante litteram (usiamo ancora oggi congegni che lui inventò o che, almeno, descrisse per primo), fatalmente filosofo, come tutti i dotti della sua epoca, si vide tuttavia costretto, per sopravvivere, a fare l’astrologo.

Devo alla lettura de Il teorema del pappagallo di Denis Guedj, più volte citato su queste pagine (qui, ad esempio), un aneddoto su questa sua occupazione in cui, pare, Cardano fosse singolarmente dotato. La sua fama di lettore degli astri, di fatti, giunse fino in Inghilterra, che visti i mezzi di comunicazione dell’epoca era lontana quanto la Cina.

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Dove sono le altre tre?

Scrivevo, nell’articolo che precede questo, delle considerazioni (varie e piuttosto interessanti, visto l’argomento che le ha generate) in me suscitate da un servizio (“o, per meglio dire, da una serie di servizi”) del Tg LA7 di domenica sera, che riguardava quello che è, verosimilmente, lo stesso tema di cui si dibatterà, anche stasera, nello stesso telegiornale: l’accordo prematrimoniale il contratto di governo che, con fatica, Movimento 5 Stelle e Lega stanno cercando di mettere a punto (ma dovrebbero avercela quasi fatta: aspettano solo che arrivi Godot).

A causa della mia cronica incapacità di essere breve, di quelle considerazioni, che erano tre, sono riuscito ad esporne solo una; scrivo questo articolo per lasciare traccia anche delle altre due. Perché:

  1. appena Di Maio e Salvini avranno deciso a chi tocca comprare il vestito della sposa, il loro fulgido amore tracimerà su tutti i giornali scalzando dalle prime pagine il matrimonio di Meghan ed Harry, e questo articolo diverrà ancor più anacronistico di quello che già è;
  2. mentre attendevo, le considerazioni aggiuntive sono già divenute tre.

Meglio affrettarsi, dunque; inizierò, anzi, proprio dall’ultima arrivata.

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