Perché la letteratura no?

Mi sono sempre chiesto perché, nel campo della letteratura (di ogni ordine e grado, intendo), sia praticata molto poco, o non sia praticata affatto, la nobile arte del rifacimento e quella, parallela, della versione, e perché gli unici modi in cui gli scrittori paiono capaci di appropriarsi delle idee e della voce degli altri loro colleghi siano la pratica, virtuosa ma vagamente onanistica, della citazione, e quella, censurabile ma assai più onesta di quanto sembri, del plagio.

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Roba da ricchi

La lettura e, soprattutto, la scoperta del minuto libretto di cui parlerò in queste mie note, devo ammetterlo, sono giunte molto vicine a convincermi di una verità che, fino a qualche anno fa, consideravo la più deleteria che avesse mai afflitto il genere umano: quella che vuole che il caso non esista.

Ecco, inizialmente avevo pensato di iniziare l’articolo che state leggendo con queste precise parole.

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Quando c’è chi pranza e cena, e chi ha il pane a malapena

Un decennio fa, quando per la prima volta dopo diciannove anni lasciai il nido genitoriale per andare a studiare all’università, tutti i miei parenti, ma soprattutto mia madre e le mie nonne, manifestarono preoccupazione (com’era normale) riguardo parecchie vicissitudini che avrebbero potuto capitarmi: erano ovviamente terrorizzati dai trafficanti d’organi, dagli sconosciuti che avrebbero potuto lubricamente offrirmi delle caramelle glassate all’eroina, dai satanisti che avrebbero tentato di legarmi ad un altare per offrirmi in sacrificio a Bafometto e, più in generale, da tutto quello che può terrorizzare degli adulti che, improvvisamente, devono rassegnarsi all’idea di non poter più controllare momento per momento la vita di un bambino a cui vogliono bene. Avevano creduto decisamente troppo a quel che raccontavano i telegiornali nei ruggenti anni novanta, su questo siamo d’accordo.

Ciò che li spaventava più di tutto, comunque, era ovviamente l’idea che io non mangiassi: e, anche se all’epoca, per difendere quel brandello di autonomia che avevo finalmente conquistato, non l’avrei mai ammesso, oggi posso tranquillamente confessare che avrei pagato per avere ancora tra i piedi, alla sera tardi, mia madre e le sue clamorose cosce di pollo al forno, piuttosto che preparare, come volevo io, gli insipidi cordon bleu che, per i primi due anni di studio, rappresentarono una parte preponderante della mia alimentazione.

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Questione di scala

Che poi, probabilmente, si tratta di una specie di bias di conferma; o, forse, di qualcosa di peggio, un delirio di riferimento fatto e finito che presto mi porterà a scomparire dentro qualche oscuro reparto psichiatrico, e questo sarà il mio ultimo post su questo blog, e forse avrei dovuto scegliere delle parole migliori, per cominciarlo… ma comunque. Probabilmente, si tratta di una specie di bias di conferma: ogni giorno infatti intrattengo conversazioni con chiunque sia abbastanza prossimo da potermi udire e, pur parlando assai più di quanto non ascolti, molte sono le osservazioni che potrei raccogliere e tentare di far fruttare, se solo non le lasciassi scivolare nel rumore di fondo di ciò che mi circonda; se solo (ed ecco dove sta, il bias di conferma) non notassi ed evidenziassi e selezionassi e ricordassi ed analizzassi soltanto quelle che si riferiscono o anche paiono riferirsi agli argomenti di cui, malamente, mi sono occupato di recente su queste pagine che anche voi state scrivendo. Se solo non notassi ed evidenziassi e, insomma, ci siamo capiti, solo quelle che mi sono necessarie per dare una parvenza di verità alla frase: certe volte, ho l’impressione che i miei amici e conoscenti mi chiedano di continuare ad occuparmi di certi temi (che pure, lo riconosco, mi starebbero a cuore anche senza il loro inconsapevole appoggio), quelle che mi permettono di attribuire ad una causa diversa dalla mia mancanza di concisione il profluvio di -continua e parlipomeni ed addenda da cui questo sito è infestato.

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Quel che è rimasto fuori da È esistito un tempo

Dedicato a bortocal, che in un certo senso ha ispirato queste note.

Attraverso un percorso che non saprei ricostruire fino alla sua più remota origine (ma chissà se esiste poi qualcosa per cui si può dire con precisione: è nato qui, in quel giorno lì), sono venuto a conoscenza, qualche giorno fa, della battaglia di Parabiago, combattuta per il controllo di Milano tra le forze della famiglia Visconti da un lato… e quelle della famiglia Visconti anche dall’altro. Nella cittadina lombarda, infatti, si scontrarono nel 1339 le forze “regolari” meneghine, comandate da Luchino, zio del signore di Milano Azzone, e quelle capitanate da Lodrisio, anch’egli appartenente un Visconti, a sua volta zio di Azzone e cugino di Luchino. Così si risolvevano le beghe ereditarie quando non esistevano gli avvocati civilisti, pare.

Ad ogni modo: ero lì che mi chiedevo quanti danni abbiano prodotto, nei secoli, l’ambizione e l’avidità di un pugno di uomini (che sono gli unici di cui, curiosamente, la storiografia riporta i nomi), e sull’atteggiamento fatalista che dovevano aver sviluppato i contadini che vivevano sul Sempione, abituati anno dopo anno a vedere tutto il poco che possedevano sisificamente distrutto dagli eserciti in marcia, quando un pensiero (che, come sempre, ho creduto acuto quando l’ho formulato, ma che mi sembra banale e sciocco ora che lo metto per iscritto) mi ha colpito:

le signorie medievali italiane sono come le mafie.

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Automa Gran Maestro

Con difficoltà, riconosco che, da quando ho iniziato a scrivere, il mio stile e l’efficacia della mia scrittura hanno subito un lievissimo miglioramento, che li ha portati appena al di sopra del limite della mediocrità; ciò è dovuto, credo, ad una buona abitudine che ho acquisito con l’esperienza e che, ho scoperto, è condivisa da “colleghi” (giustamente) assai più famosi di me (come William Wordsworth e Stephen King). Di quest’abitudine ho finito di fare una regola di vita, che recita, più o meno: non metterti mai a scrivere poco tempo dopo aver capito di cosa vuoi scrivere.

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Il giardino dell’obiezione che si triforca

Ho talvolta meditato di aggiungere ai tag di questo blog (che sono troppo numerosi, ed ampiamente sottoutilizzati) un loro fratello chiamato Borgesiana. Il motivo di questa risoluzione è facilmente intuibile a chi mi conosce; a chi, fortunato lui, prima di capitare su questa pagina ignorava la mia esistenza, credo basterà sapere che le prime tre parole di questo articolo sono una citazione letterale di un testo di Jorge Luis Borges, e che lo stile dell’incipit è praticamente un plagio del modo di scrivere del grande intellettuale argentino, che è, a mani basse, il mio scrittore preferito.

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