Martiri ed inquisitori (Un gioco della società)

Forse è un aforisma che mi sono inventato io, ma non credo. Sono un pessimo aforista, come il mio Dizionario del diavolo dimostra, e la frase in questione è decisamente troppo brillante per i miei modesti mezzi.

In più, mi par di ricordare di averla letta da qualche parte, e che fosse associata ad un autore di cui non ho trattenuto il nome, che mi suggeriva tuttavia che non avrei condiviso nessun suo pensiero. Tranne, appunto, quello sintetizzato da questa frase, che recita, su per giù, quanto segue.

Continue reading

Pasqua con chi vuoi

Già l’anno scorso, parlando di quella che probabilmente è la festività meno interessante del calendario, avevo decantato l’unica virtù che le si potesse attribuire, almeno nel mio pensiero: quella di stimolarmi a riflessioni utili. Utili, intendo, per torturare voi che ancora, pervicacemente, vi ostinate a leggere quello che scrivo.

Al contrario dello scorso anno, ed in accordo alla tradizione, quest’anno la Pasqua non l’ho trascorsa con i miei, ma con chi ho voluto (o, per quanto sia stata molto divertente, sarebbe meglio dire con chi ho potuto), ossia con dei miei colleghi che con me condividevano la iella di dover lavorare nel primo di una serie di weekend lunghi; pure, i discorsi post-agnello (#stacce, Silvio) sono stati motivo di ponderazione approfondita.

Continue reading

Dei non delitti e delle pene

Beppe Grillo non l’ha preso affatto bene, il fatto che tanti giornali abbiano salutato il codice di comportamento che, dopo molte doglie, lui ed altri oscuri membri della dirigenza Cinque Stelle sono finalmente riusciti a partorire per gli eletti del Movimento come una “svolta garantista”.

Verrebbe da chiedersi perché il leader di quello che è probabilmente il partito più apprezzato del paese non ci tenga ad essere accostato ad un’ideologia che è non solo lecita, ma anche encomiabile: perché uno si dovrebbe offendere, a sentirsi dire che ritiene che nessuno debba essere considerato colpevole e, quindi, punito, prima che almeno a livello giudiziario sia certo che ha effettivamente commesso quello che ha commesso?

Continue reading

Non mi piacciono le saghe, parte II

Confesso: mi piacerebbe affermare il contrario, ma sono stato un bambino in tutto e per tutto normae; in quanto tale, ho dato ai miei genitori una quantità inenarrabile di problemi e problemini che a ripensarci oggi forse la Genitrice ed il Padre si fanno quattro risate, ma che all’epoca, giovani per come erano giovani, debbono essere loro sembrati degni dei più raffinati dilemmi prodotti dalle più acute menti di tutti i tempi.

A mia discolpa, tuttavia, almeno in una cosa non sono mai stato fonte di ambasce: il cibo.

Continue reading

De referendo

(che poi, tradotto letteralmente, significhirebbe “A proposito di ciò che dev’essere conseguito”. Vorrà pur dire qualcosa)

Uno dei miei primi ricordi per così dire politici è quello di mio padre e mia madre che, in una domenica che rivedo piuttosto freddina, si studiano su una pagina del Televideo gli otto quesiti referendari sui quali, quella stessa domenica, sarebbero stati chiamati a decidere, insieme ad altri milioni di italiani.

Continue reading

Lo spirito delle scale del Taj Mahal

È vero: la scienza si è limitata a dimostrare che la lingua che parliamo influenza il modo in cui pensiamo; ma, per quanto possa valere la mia opinione, secondo me è vero anche il contrario: ossia, il modo in cui pensiamo influenza la lingua che parliamo. Se in una lingua esiste un’espressione economica per dire qualcosa, significa che i parlanti di quella lingua si trovano spesso nella situazione di dover utilizzare quell’espressione, tanto da rapprendere tutta una circonlocuzione in un unico termine o, al più, in poche parole.

Non ho nulla contro i tedeschi (ed essere razzisti verso i tedeschi non è meglio che esserlo verso, che so, i nigeriani), ma credo che chi parla quella lingua appartenga ad un popolo ben curioso, che ha avuto bisogno di coniare il lemma Schadenfreude, che indica la felicità derivante dalle disgrazie altrui; i brasiliani, che hanno fatto della saudade (che non è la semplice tristezza) un marchio di fabbrica tale da divenire parodia di loro stessi, devono essere meno allegri di quanto il loro carnevale faccia pensare; d’altronde i francesi devono mancare della risposta pronta, avendo messo a disposizione del mondo l’espressione esprit de l’escalier, letteralmente “spirito delle scale”, che usano per riferirsi a quelle odiose situazioni in cui ti viene una risposta fulminante a qualcosa che qualcuno ha detto, ma dieci minuti dopo che quel qualcuno ha finito di parlare. Dieci minuti, in tempi di comunicazione sui social network, equivalgono a quattro generazioni. Quasi cinque, via.

Sia chiaro: è questo un problema diffuso ed ai francesi, semmai, va attribuito il merito di aver saputo dare un nome ad un fenomeno tanto capillare (e lo stesso si potrebbe dire della Schadenfreude e della saudade, probabilmente). Io stesso, stamattina, sono stato colto dall’esprit de l’escalier quando, sull’autobus, mi sono ritrovato ad esclamare: “eh sì, infatti in India mica qualcuno muore di dissenteria”.

Continue reading