Le tue parole fanno male

Circa un mese fa, mentre stavamo andando insieme ad un congresso a Roma, chiacchieravo con un mio collega ed amico ricordando i bei tempi andati; ad un certo punto lui mi ha detto: “Madonna, quando ti ho conosciuto avresti mandato nei gulag chiunque parlava di meritocrazia!”. Mi sono girato verso di lui e l’ho guardato male, come se nei gulag avessi voluto mandarci anche lui; poi gli ho risposto, tentando di controllare il tono di voce che, comunque, deve essere risultato al minimo piccato: “Cosa vuoi dire, che adesso non sono più così?”.

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La zattera di pietra

La zattera di pietra di Josè Saramago potrebbe essere giudicato un cattivo e anzi un pessimo romanzo, e per più di una motivazione; una di queste sarebbe anche corroborata dall’opinione di quello che potremmo indicare come un’autorità in materia: sto parlando di Jorge Luis Borges.

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Salvator Mundi, un kolossal in due tempi

Titoli di testa

Non molto tempo fa, nel corso di un mio exploit narrativo (questo, per la precisione), mi è capitato di accennare al Salvator Mundi; mi ero tacitamente ripromesso, quando ho pubblicato quel racconto, di riprendere nuovamente in mano la storia di quel dipinto che, ritengo, contiene almeno due spunti che sono meritevoli di discussione: introdurli, è lo scopo dell’articolo che state leggendo.

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Senza senso

Se, intorno agli anni del liceo, mi avessero chiesto quale ritenevo essere la caratteristica precipua del mestiere di artista (argomento di discussione sorprendentemente frequente nel mio gruppo di amici), avrei innanzitutto manifestato la mia indignazione per il fatto che qualcuno ritenesse quello dell’artista un mestiere e, quindi, avrei risposto che, dovendo sceglierne una soltanto, senza dubbio avrei scelto l’estro. In quell’epoca, di fatti, ritenevo che un artista non avrebbe assolto al mandato della sua professione se non esponendo, nel modo più fragoroso possibile, delle emozioni; anzi, dirò di più: delle emozioni che gli appartenevano. In altri termini, per tutto il tempo che ho trascorso “nei pressi” della maggiore età, non ho fatto altro che chiedermi (e questa colpa è ancora più grave se si considera che già conoscevo ed intuivo che doveva essere vera quella frase notevole di Oscar Wilde, l’arte è l’arte di celare l’arte): ma se un artista non spiattella sulla tela che, mentre dipinge, il cuore gli sta sanguinando, allora a cosa diavolo serve, un artista? Un artista che non soffriva e, soprattutto, che non dimostrava di soffrire era, per me, una contraddizione in termini.

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Be like Mike

Nei giorni iniziali dell’Australian Open (poi vinto per la seconda volta in carriera da Rafa Nadal), ha avuto una qualche risonanza, anche fuori dal campo degli “addetti ai lavori” (al quale d’altronde io stesso, che ne sto parlando, non appartengo), l’episodio capitato al termine dell’incontro tra lo slovacco Alex Molcan ed il russo Roman Safiulin, valevole per il primo turno del torneo; episodio che, vi sorprenderà sapere, non ha nulla a che fare con la pandemia di Covid-19 che, pure, in quei giorni, sembrava essere la vera protagonista dell’importante competizione tennistica australiana. In modo meritato, bisogna aggiungere.

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Sii come F.

Pur non seguendolo assiduamente (la mia passione per il fumetto, purtroppo, ha seguito da quando ho lasciato l’università una parabola assai simile alla passione per il cinema descritta in questo post della settimana scorsa), considero Mauro Biani, attualmente in forza a Repubblica ma in precedenza legato al Manifesto e a Liberazione, uno dei migliori vignettisti d’Italia. Ha un suo stile, semplice ma non banale (virtù rara); è capace di essere originale senza essere criptico; ha interesse a parlare di “cose serie” ed a dimostrare che ha a cuore certi temi (vedi ad esempio la vignetta dedicata alla liberazione il 25 aprile); soprattutto, almeno a mia memoria non si è mai reso protagonista degli scivoloni e delle cadute di stile in cui, invece, sono “inciampati” molti suoi colleghi, talvolta in modo così clamoroso da far sospettare che il loro errore fosse deliberato: mi riferisco, per dirne uno, al “genio Makkox” (scusate se cito) ed alla sua argutissima creazione che tirava in ballo Darwin (e quindi il darwinismo sociale) parlando di un uomo che giaceva in coma, tra la vita e la morte, in un ospedale. Un capolavoro di disprezzo cinico su cui Daniele Luttazzi avrebbe, probabilmente, qualcosa da dire.

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