Sii come F.

Pur non seguendolo assiduamente (la mia passione per il fumetto, purtroppo, ha seguito da quando ho lasciato l’università una parabola assai simile alla passione per il cinema descritta in questo post della settimana scorsa), considero Mauro Biani, attualmente in forza a Repubblica ma in precedenza legato al Manifesto e a Liberazione, uno dei migliori vignettisti d’Italia. Ha un suo stile, semplice ma non banale (virtù rara); è capace di essere originale senza essere criptico; ha interesse a parlare di “cose serie” ed a dimostrare che ha a cuore certi temi (vedi ad esempio la vignetta dedicata alla liberazione il 25 aprile); soprattutto, almeno a mia memoria non si è mai reso protagonista degli scivoloni e delle cadute di stile in cui, invece, sono “inciampati” molti suoi colleghi, talvolta in modo così clamoroso da far sospettare che il loro errore fosse deliberato: mi riferisco, per dirne uno, al “genio Makkox” (scusate se cito) ed alla sua argutissima creazione che tirava in ballo Darwin (e quindi il darwinismo sociale) parlando di un uomo che giaceva in coma, tra la vita e la morte, in un ospedale. Un capolavoro di disprezzo cinico su cui Daniele Luttazzi avrebbe, probabilmente, qualcosa da dire.

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L’importanza delle esplosioni nel cinema di Sergio Leone

A causa di una giovanile passione cinefila, poi purtroppo sopitasi per non dire estintasi, durante i miei anni tardo-liceali ed universitari mi capitò di vedere numerosi film. In particolare, la mia attenzione si appuntò sulle pellicole “classiche”: su quelle, cioè, che “coloro che ne sanno di cinema”, consesso elitario quanto pochi altri ma a cui al tempo bramavo appartenere, riteneva indispensabili per essere considerati anche solo “conoscitori minimi della materia”.

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Senza forma

INTRODUZIONE (MODERATAMENTE SARCASTICA)

Ho pensato spesso, in questi giorni, di dedicare un articolo “strutturato” a quanto capitato a Greta Beccaglia, la giornalista che seguiva Empoli-Fiorentina a cui un tifoso ha toccato il sedere. Infine, ho rinunciato a questa possibilità, per due motivazioni: la seconda sarà, spero, chiara alla fine di questo post; la prima è che gli articoli “formali” si riservano alle notizie, e quella della molestia subita dalla Beccaglia, in fin dei conti, non lo è affatto: a questo proposito vale sempre, infatti, l’adagio di Joseph Pulitzer, il quale in un’occasione ebbe a dire che “un cane che morde un uomo non è una notizia; un uomo che morde un cane lo è”. La categoria della notizia, insomma, è strettamente legata a quella della novità (d’altronde, sui giornali c’è la sezione Attualità, mica quella Vita di tutti i giorni) ed a quella dell’eccezionalità, e “in Italia le donne vengono molestate dagli uomini” non è, in effetti, né nuovo, né eccezionale: è la grammatica stessa a dimostrarcelo. Nella frase precedente ho infatti scritto che le donne vengono molestate; col verbo al presente indicativo, nella sua forma definita gnomica, che è quella di cui ci si serve per esprimere concetti che sono sempre veri: l’acqua bolle a cento gradi. Il sole sorge ad est e tramonta ad ovest. In Italia le donne si molestano: significa che le si è molestate in passato, che le si sta molestando adesso, che le si molesterà in futuro.

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La differenza

Mio fratello sostiene di aver domotizzato casa sua; per parte mia, ritengo che utilizzi il termine a sproposito, se non altro perché la procedura di domotizzazione da lui seguita è stata oltremodo semplificata: tutto quello che ha dovuto fare è stato andare su Internet, comprare un attrezzo, prodotto da Amazon, che si chiama Alexa, connetterci un paio di altre chincaglierie tecnologiche, insegnargli a riconoscere la sua voce (ed io sono sicuro che così facendo ha ceduto ogni diritto su di essa a quella brava persona di Jeff Bezos) e, voilà!, ora può impostare un timer, accendere le luci, cambiare canale, farsi raccontare le barzellette ed un paio di altre attività, più folkloristiche che utili, semplicemente chiedendolo (o forse ordinandolo) al device ™ Amazon. A questi risultati, praticamente trascurabili, se ne aggiungono tuttavia di filosoficamente preoccupanti, ne converrete; o forse sono solo io che, quando vado da lui e sento Alexa salutarlo come se fosse lo scià di Persia per rispondere al suo “sono a casa”, penso subito a Terminator, a 2001 Odissea nello spazio ed a tutti quegli altri, grandi film sulla rivolta delle macchine di cui il suo appartamento rischia di divenire il set per un remake “casereccio”, ma non per questo meno inquietante.

Le prime volte, ho cercato di condividere i miei dilemmi “fantascientifici”, nonché quelli etici ed in ultima analisi politici (cerco di non contribuire in nessun modo all’impero di Bezos, che in più di un’occasione ha dimostrato di avere in spregio le più banali regole della solidarietà umana) con mio fratello; di fronte a certe sue risposte piccate, che per altro mi tacciavano anche sottilmente (e forse giustamente?) di complottismo, ho tuttavia preferito desistere, ed ora come ora cerco di soffermarmi il meno possibile a riflettere sul fatto che proprio lui, che tra noi due ha ereditato i geni migliori della famiglia, si sia lasciato abbagliare dalla pubblicità che descrive Alexa come “il futuro”. Quando l’attrezzo in questione ti sveglia con le notizie ed il meteo del giorno, ossia come avrebbe fatto la più comune tra le radiosveglie degli anni Ottanta.

Non sono comunque riuscito ad evitare di volgere lì il pensiero quando ho letto questo articolo di Oggi Scienza, che parla di “deepfake testuali”.

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A kind of magic

Il Bizzarro Bazar Contest è un curioso concorso d’arte che, ogni settembre, il suo ideatore ed animatore Ivan Cenzi organizza per celebrare il compleanno di Bizzarro Bazar, blog dedicato all’esplorazione del sublime di cui, se incrociate a queste coordinate da qualche tempo, sarete stanchi di sentirmi tessere le lodi (ma meglio una volta in più che una in meno, dico io). Le regole di questo contest sono semplici: si può partecipare con opere di qualunque tipo (ed infatti negli anni il Bizzarro Bazar Contest ha ospitato le forme d’arte più disparate, dai dipinti alle canzoni, dai cortometraggi alle bare ed ai reliquiari… sì, davvero), purché abbiano come soggetto la creatura a cui il concorso è intitolato e/o, perché no, il suo creatore. Quelle più “strane, macabre, meravigliose” vengono ricompensate con ricchi premi e cotillons, e comunque tutte si guadagnano un posto in quella camera delle meraviglie che è il post con cui Ivan, di anno in anno, annuncia i vincitori.

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Tiro due calci ad un pallone e poi chissà

Posso testimoniare senza tema di smentite che la fede interista di mio padre è rimasta incrollabile anche nel lungo digiuno di vittorie durato dal 1989 (vittoria in campionato dell’Inter di Trapattoni) alla squadra di alieni guidata da Josè Mourinho che, prima in Italia, conquistò il Triplete, perché l’iniziazione a quella fede è stata una parte così importante della mia educazione, da essere cominciata ancora prima che io venissi al mondo (sono nato proprio nell’89 e, fossi stato femmina, mi sarei chiamato Serena, come l’attaccante i cui gol portarono i nerazzurri al successo in campionato quell’anno), e da essere proseguita con un rigore tale che mia madre continua a spergiurare che io ho detto “gol” e “forza Inter” prima di “mamma”. Io stesso ho ricordi molto nitidi dei (rari) trionfi e dei (frequenti) tonfi di quella che negli anni Novanta è stata in tutti i sensi la mia “squadra del cuore”: la finale vittoriosa della coppa UEFA del 1998, il fallo da rigore non sanzionato di Mark Iuliano su Ronaldo nello stesso anno, il 5 maggio del 2002, quando proprio insieme a Ronaldo piansi dopo che la squadra di Hector Cuper si fu suicidata all’ultima giornata di campionato, per altro sul “campo amico” della Lazio.

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Farsi le domande basta?

Il 7 novembre del 2015, su queste pagine, pubblicai un articolo, intitolato (in maniera stranamente brillante) Io non sono uno a cui piace dare nomi alle cose, ma, in cui riflettevo, ed implicitamente insistevo, sulla necessità di trovare una denominazione (perché una cosa esiste solo quando ha un nome) per quella figura retorica costruita nella forma: io non sono uno [inserire declinazione del fascismo a piacere], ma [asserzione che farebbe impallidire anche il più smaliziato degli esponenti alla declinazione sopraddetta, ed a cui si è spergiurato di non appartenere].

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Il visionario (I venerdì del libro, dopo tanto tempo ed ovviamente non di venerdì)

Quando durante una conversazione a proposito di uno dei suoi (ottimi) post sulla Storia di Bulawhar e Budasf, gli ho detto che stavo leggendo Il visionario, il mio amico bortocal mi ha risposto:

Mi sono informato via Google. Ho visto chi se ne è occupato di recente ed è stato certamente il tuo tramite.

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Cosa si prova ad essere un pipistrello?

Il terzo libro della saga di Harry Potter, Il prigioniero di Azkaban, è con ogni probabilità quello dell’intera serie in cui più felice e feconda è l’attitudine della sua autrice, J.K. Rowling, ad inventare cose, a popolare il suo mondo di concetti, creature ed oggetti che lo rendono tanto effettivamente magico quanto sinistramente inquietante: in questo volume, infatti, vengono introdotti per la prima volta i Dissennatori (i quali sono una trasposizione narrativa della depressione), guardiani appunto di Azkaban, il carcere dei maghi, capaci non solo di risucchiare tutta la felicità dalle persone che, incautamente, li avvicinano, ma anche di privarle letteralmente della loro anima; l’incantesimo per scacciarli, che “funziona” quando ci si concentra su un ricordo felice e si pronuncia la formula Expecto Patronum, che significa: invoco un protettore; la Giratempo, una curiosa macchina del tempo “a scadenza”, che permette di tornare nel passato di un’ora soltanto, e che bisogna usare con attenzione onde evitare di incontrare i se stessi del passato (il che causerebbe un paradosso temporale: sapete, una di quelle cose che fanno crollare l’Universo); ed infine i Mollicci, creature più dispettose che realmente oscure, di cui nessuno conosce la vera forma perché, quando li si incontra, essi si trasformano nella cosa di cui più ha paura chi sta loro di fronte.

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