Inferni

Ieri mattina, mentre trasferivo il mio pranzo caldo dalla padella in cui l’avevo cucinato al portavivande in cui l’avrei portato al lavoro, mi sono chiesto: ma perché, in inverno, è il calore che fa appannare un vetro, mentre, in estate, è l’acqua fredda che versi in un bicchiere a produrre lo stesso effetto?

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Dududu

Settembre non è stato solo il mese delle giornate di lavoro così lunghe che mi pareva di essere tornato ai tempi (appena più avanzati di quelli in cui l’età media dei lavoratori delle miniere della Scozia era pari a otto anni e due mesi) in cui perseguitavo le vostre esistenze con Neurosurgery Kid; e no, non è stato nemmeno il mese in cui ho messo in atto un nuovo artificio, tanto diabolico quanto stucchevole, onde introdurvi in un altro episodio di Del peggio del nostro peggio, come ho fatto ad agosto. Episodio che, per altro, giungerebbe non richiesto, in quanto prematuro (e sì che tutte le puntate di quella rubrica nascono di sei mesi e mezzo e con tre giri di cordone ombelicale intorno al collo).

No, settembre (o, almeno, quella parte che ne abbiamo vissuta finora) è stato, almeno ai miei occhi, il mese delle donne.

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Addendum a “L’ipotesi zero”

Nell’apertura del mio precedente post, parlavo (in modo piuttosto irridente) di un certo immaginario legato all’America degli anni Cinquanta; per spiegare a quale immaginario mi stessi riferendo, usavo queste parole:

quell’immagine […] che è stata raccontata […] dal film omonimo di George Lucas, da Grease, da Happy Days e da un sacco di altre produzioni cinematografiche, televisive, teatrali, più o meno dagli anni Settanta in poi […] quell’America in cui le ragazze hanno una larga gonna a fiori, i ragazzi i capelli impomatati e il ciuffo alla Elvis (che gli verrà tagliato quando verranno spediti in Corea), c’è una torta di mele su ogni davanzale ed una muscle car pronta ad investirti ad ogni incrocio

Non ricordo chi scrisse una volta che per capire bene un testo bisogna fare attenzione non solo a quel che dice, ma anche a quel che non dice; si noterà, in quel breve elenco di opere narrative ambientate negli anni Cinquanta, una mancanza: Ritorno al futuro.

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Ex falso quodlibet

Mia madre condivide con me un articolo, che preferisco non linkare, tratto dal sito internet di una televisione locale della mia città d’origine (ma sono sicuro che una televisione locale di Verona – ed anche una di Caltanissetta, probabilmente – avrebbe trattato la notizia nello stesso modo).

Il titolo dell’articolo è il seguente: “Piscina del Nettuno-che-fa-il-morto-a-galla, l’utilizzo del pallone in piscina solo per i bambini non italiani. E poi parlano di razzismo” (sic; il nome della piscina non è quello reale, il corsivo è mio).

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Martiri ed inquisitori (Un gioco della società)

Forse è un aforisma che mi sono inventato io, ma non credo. Sono un pessimo aforista, come il mio Dizionario del diavolo dimostra, e la frase in questione è decisamente troppo brillante per i miei modesti mezzi.

In più, mi par di ricordare di averla letta da qualche parte, e che fosse associata ad un autore di cui non ho trattenuto il nome, che mi suggeriva tuttavia che non avrei condiviso nessun suo pensiero. Tranne, appunto, quello sintetizzato da questa frase, che recita, su per giù, quanto segue.

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Pasqua con chi vuoi

Già l’anno scorso, parlando di quella che probabilmente è la festività meno interessante del calendario, avevo decantato l’unica virtù che le si potesse attribuire, almeno nel mio pensiero: quella di stimolarmi a riflessioni utili. Utili, intendo, per torturare voi che ancora, pervicacemente, vi ostinate a leggere quello che scrivo.

Al contrario dello scorso anno, ed in accordo alla tradizione, quest’anno la Pasqua non l’ho trascorsa con i miei, ma con chi ho voluto (o, per quanto sia stata molto divertente, sarebbe meglio dire con chi ho potuto), ossia con dei miei colleghi che con me condividevano la iella di dover lavorare nel primo di una serie di weekend lunghi; pure, i discorsi post-agnello (#stacce, Silvio) sono stati motivo di ponderazione approfondita.

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