Su(lla) Verità e certe sue conseguenze

Mi rendo conto che ciò parrà incredibile a chi, come sherazade, ha imparato a conoscermi negli ultimi anni, ma c’è stato un tempo in cui non solo scrivevo di sovente robe brevi (gli episodi della rubrica Definizioni, ad esempio), ma in cui avrei addirittura voluto essere identificato come “quello che scrive le robe brevi“.

Le difficoltà insite nella composizione dei testi di rapida lettura, unite alla mia manifesta inettitudine, mi hanno progressivamente allontanato da questa aspirazione; l’abitudine ha fatto il resto e, probabilmente, dopo Breve storia della sfiducia nella vista, la mutazione è ironicamente divenuta irreversibile.

Peccato: quel desiderio ha prodotto anche articoli cui sono addirittura disposto a riconoscere dei meriti, come ad esempio questo, dove spiegavo perché non mi piace la parola femminicidio; e vorrei ritrovare quella capacità di sintesi, per illustrare ciò che penso di quanto, qualche giorno fa, szandri ha scritto sul suo blog.

Uso il condizionale perché so che non riuscirò in questo intento; anzi, mentre scrivevo le ultime parole del capoverso precedente, nella mia mente già si agitava un pensiero: “Ma come, davvero riuscirai a resistere all’ardente tentazione di aggiungere una premessa?”.

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Devo dirti una cosa – Remastered

Tornai a casa dall’ufficio prima del solito, saranno state le 15:00, e avvolto da brividi di freddo mi misurai la febbre con un vecchio termometro a mercurio: 38,8°.
“Laura” dissi a mia moglie “me ne vado subito a letto, non riesco neppure a stare in piedi”. Presi un antipiretico e mi coricai.

Mi addormentai subito, ma il mio ‘sonno’ si tramutò rapidamente in ‘sogno’.
Meglio sarebbe dire in ‘incubo’. Non saprei dire se a causa della febbre alta, o perché erano settimane che avevo degli attriti in famiglia, fatto sta che entrai come in un film del terrore, senza vie di fuga.

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“Freaks: disabilità e sguardo” di Ivan Cenzi (Bizzarro Bazar)

Volevo fare un reblog come si deve (e sapete quanto raramente ne faccia), ma purtroppo, benché il sito di Ivan sia sviluppato in “ambiente WordPress”, questa possibilità mi è negata. Provvedo dunque a proporvi questo interessantissimo articolo del curatore di Bizzarro Bazar nel mondo più primordiale che si possa immaginare: con un link. Andate qui e leggetevi questo articolo, che parla di un tema di cui purtroppo si parla poco e male: la disabilità e, soprattutto, il rapporto del “normale” con il disabile.

Alle molte e condivisibili parole di Ivan, mi limito ad aggiungere i miei cinque centesimi: in meno di vent’anni di iper-correttezza, siamo passati da “handicappato” a “disabile”, per giungere infine all’aberrante “diversamente abile”. Capolavoro di pilatismo pietista: uno che non ha le gambe non è “diversamente abile”, non sa fare qualcosa che gli altri non sanno fare. O, magari, sì, lo sa fare (camminare sulle mani), ma ciò non toglie che ciò lo privi di qualcosa che, invece, agli altri uomini è consentito: camminare sulle sue gambe. Questo sguardo di ipocrita ammirazione, che poi è lo stesso che si rivolge ai malati di cancro, fa passare di mente a molti che i disabili vivono in uno stato di minorità, la loro vita è più difficile della nostra e, per questo, dovrebbero ricevere qualcosa di più, che la comoda etichetta di “diversamente abili”.

Buona lettura.

Sarà vero? – Cap. Neurosurgery Kid

Copio-incollo, variando dove mi è necessario, l’introduzione che il buon clipax premette a ciascuno degli articoli che fanno parte di questa sua (bella) rubrica. Di cui trovate qui l’ultima puntata.

Per questa mia incursione – spero non sgradita – in quel mondo, che si ambienta – spoiler! – in un ospedale, ho deciso di richiamare sulla scena Neurosurgery Kid. Tranquilli, è solo un breve spin off, e non la preparazione per una nuova serie (per la serie che si spera partirà per la stagione autunnale, magari ci risentiamo un’altra volta).

[Sarà vero è una rubrica tra l’incubo e la realtà, tra il drammatico ed il grottesco, tra verità e menzogna su fatti forse accaduti o probabilmente solo temuti, quasi certamente reali in un’altra dimensione. O anche in questa, ma l’autore non si piglia responsabilità: se vi riconoscete in uno dei personaggi, il problema ce l’avete voi].

Nadia (nome di fantasia) era uscita per andarsi a fare un giro in moto, ma le cose non erano andate esattamente come aveva sperato. E sì che sua madre glielo diceva sempre, che per una signorina la moto non stava bene. Ma la madre era una donna di altri tempi, non l’aveva mai capita, e comunque era morta da tempo e lei era abbastanza grande da essere già madre ed anzi nonna, figurarsi se non poteva permettersi di decidere di prendere la moto ed andarsene a fare un giro su per le montagne abruzzesi.

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Sentimenti

I miei amici mi dicono che i pensieri di Pascal servono loro per pensare. Certo, non v’è cosa nell’universo che non serva di stimolo al pensiero; quanto a me, non ho mai visto in quei memorabili frammenti un contributo ai problemi, illusori o veri, che affrontano.

Jorge Luis Borges, “Altre inquisizioni”

Se sono vere le parole di Borges (e lo sono), questo significa una cosa: che io, me e me stessa è uno stimolante del pensiero migliore del famoso matematico e filosofo francese.

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Storia di una città, la recensione (L’emeroteca di Babele)

(Tempo fa, lessi da qualche parte “Quando qualcuno lo dice meglio di me, lo cito letteralmente, senza vergognarmene”. E quindi: visto che quanto avrei potuto pensare io, di questo libro, lo ha pensato anche l’anonimo recensore della Rivista letteraria numero 27 di questo mese, solo che lo ha scritto meglio, tra parentesi citando anche me non so bene per quale motivo e sotto il consiglio di chi, vi copio tutto l’articolo, e buonanotte; mi sono solo limitato ad inserire dei link dove ho ritenuto opportuno, ed anzi devo ammettere che avrei fatto proprio un copia – incolla, se solo della rivista esistesse una versione on line.

Colgo l’occasione per dire che questo post inaugura una serie di articoli – copiature simili, che intitolerò, come vedete su, L’emeroteca di Babele. Che poi, si potrà chiamare emeroteca, anche se l’articolo viene da una rivista e la raccolta sarà aggiornata in date del tutto casuali? Mi auguro di sì. Buona lettura).

Quando questa rivista nacque, ormai vent’anni fa, i suoi creatori trovarono spiritoso ironizzare sull’industrializzazione e conseguente banalizzazione della cultura, dandole il nome che ha (il numero rappresenta l’età media di chi allora faceva parte della redazione. Altri tempi).

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Le blogger lo sanno…

… c’è poco da fare (cit.).

Ed infatti: leggete un po’ cosa ha scritto questa mattina Il Sole 24 ore (non un foglio marxista-leninista: Il Sole 24 ore).

D’altronde, non è che fosse un segreto per qualcuno, eh? Cosa dovrebbero fare quei poveri contribuenti che possono permettersi di non mettere in dichiarazione dei redditi proprio tutto tutto quel poco che guadagnano? Ce lo diceva ieri, Galatea, sta la crisi.