Testo e contesto

Tempo fa, nei commenti a non ricordo quale mio post, col mio amico redpoz si diceva che forse sarebbe ora di iniziare a riflettere sul ruolo di “normalizzatore” che Diego Bianchi, in arte Zoro, ha assunto, magari suo malgrado, da quando La7 ha deciso di “rilevare” in blocco il suo programma Gazebo (che stava avendo un grande successo su Rai3, e che non si capisce perché la rete nazionale ha deciso di lasciarsi scappare) e di trasferirlo, praticamente tal quale, nel suo palinsesto, solo cambiandogli nome in Propaganda Live e dilatandone la durata, a mio modesto parere ben oltre i limiti del tollerabile. Utilizzando questo termine, “normalizzatore”, volevo intendere due aspetti, tra di loro speculari e complementari, del comportamento assunto da Zoro (il quale, lo dico a scanso di equivoci, ho molto apprezzato durante lunghe fasi della sua carriera) da quando ha iniziato a lavorare per Cairo:

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Facce ride

Per fortuna il mio razzismo non mi fa guardare quei programmi demenziali con tribune elettorali

cantava, parecchio tempo fa, Franco Battiato, in quella che credo sia a tutt’oggi la sua canzone più nota: e non serve un fine esegeta per rendersi conto che con questa frase, icastica e sprezzante, voleva esprimere tutto il suo fastidio nei confronti dell’ampio numero di appartenenti, a vario titolo, alla “classe dirigente” di allora, costantemente impegnati a ricordare al popolo italiano quanto fosse importante votare per loro. Nel superiore interesse di tutti, sia chiaro: esimi agiografi nostri contemporanei sono sempre pronti a ricordarci come, nella gloriosa Prima Repubblica, malaffare e secondi fini non esistevano, che li ha inventati Tangentopoli.

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Un punto di vista (e un po’ di memoria)

Alcuni anni fa, prima di assurgere nuovamente, anche se per motivazioni sbagliate e largamente surrettizie, agli onori delle cronache, Daniele Luttazzi (che è laureato in medicina) conduceva una vita straordinariamente simile a quella attuale del sottoscritto, facendo silenziosamente il suo lavoro e gestendo, credo in prima persona, un blog; l’unica differenza tra me ed il Luttazzi di quei tempi, a ripensarci adesso, è che il suo blog aveva uno straordinario successo, sebbene in seguito motivazioni tecniche legate all’evoluzione (ma forse sarebbe meglio dire all’involuzione) della Rete abbiano finito per cancellarlo. Mentre quello su cui state leggendo questo scritto vive e prospera (si fa per dire): nel caso aveste bisogna di una prova ulteriore della senescenza di Internet.

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Del peggio del nostro peggio – Ottobre (anno corrente)

Da qualche mese vivo a Verona, d’accordo? Questo mi ha permesso di avere un contatto più ravvicinato col mitologico Nord Est, e di farmi un’idea più precisa del perché in esso si agitino tante contraddizioni e tanti malesseri. Volete sapere di chi è colpa? Della pizza al taglio.

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Del peggio del nostro peggio – Settembre (2017)

All’inizio del mese, non so se avete saputo, uno dei test nucleari condotti dalla Corea del Nord ha provocato un terremoto di grado 6,3 della scala Richter. Le reazioni internazionali sono state dure, ma ancora nei limiti dell’opportunità diplomatica: sanno, infatti, che Kim Jong Un non ha ancora tirato fuori la sua vera arma di distruzione di massa. Le battute dei mesi arretrati di Del peggio del nostro peggio.

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Un solo caso per don Osvaldo Avilés (per ora) – EpisodioQ 1 di 2

“Mi faccia indovinare” disse Osvaldo Avilés “lei viene dai Burgos, non è vero?”.

“Sì” rispose il nuovo arrivato, speranzoso “suppongo l’abbia dedotto osservando il particolare tipo di fango presente sui miei stiv…”.

“In realtà perché, signor Lengère, c’è la sua foto” (corredata da un ampio profilo biografico, pensò a margine) “su tutti i principali giornali nazionali” rispose Avilés, porgendogliene uno in cui era definito “futuro erede della più grande proprietà fondiaria del Sud Est”.

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