Eppure

(Articolo lungo e forse controverso, su un argomento probabilmente poco piacevole. Se non siete nel giusto mood, vi prego, fermatevi qui).

Ad un certo punto, nella seconda parte di Harry Potter ed i doni della Morte (non il migliore della saga cinematografica, ne convengo), Voldemort è convinto di aver compiuto l’omicidio di Harry e, dunque, di poter tornare trionfante ad Hogwarts, per mostrarne il cadavere a coloro che hanno combattuto con e per lui. Raggiante, il Signore Oscuro si pone di fronte ai suoi nemici, e li invita (ma si tratta piuttosto di una minaccia) a deporre le armi e ad unirsi a lui. A questo punto, si fa avanti Neville Paciock (a mio modesto parere, vero eroe della storia) e, con coraggio, afferma che la morte di Potter non significa nulla; che non era per quello che lui era, ma per quello che rappresentava, che è stata combattuta la battaglia di Hogwarts. E quando qualcuno (Seamus Finnegan, se non vado errato) gli chiede di lasciar stare, sottintendendo che, ora che il protagonista è morto, nulla ha più senso, lui si gira a guardarlo e, con un certo disprezzo, gli dice:

La gente muore tutti i giorni.

La frase, mi rendo conto, sembrerà di una banalità sconcertante; pure, spicca per profondità, dal momento che la serie cinematografica sembra avercela messa tutta per cancellare uno dei messaggi cardine di quella letteraria: la semplice constatazione, per dirla con le parole del professor S., che la morte è una cosa naturale, e che né io, né nessun altro, possiamo (né dobbiamo) impedirla.

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Grandi speranze

L’altra sera parlavo con un mio amico, uno a cui una volta ho detto che mi pare uscito dai ranghi dei grigi quadri dirigenziali del PCI degli anni Settanta; argomento della discussione era non ricordo neppure più quale delle ultime imprese di Matteo Salvini, probabilmente una che riguardava lui e le cubiste del Papeete. Ad un certo punto, ho sbrigativamente definito il ministro dell’interno un fascista: il mio amico, come molte persone che sono davvero di sinistra (per quanto di una sinistra che rimpiange i tempi in cui era un segretario di partito ad importi cosa significava essere di sinistra) deve, sotto sotto, in qualche modo ammirare Matteo Salvini (laddove gli “extraparlamentari” lo disprezzano, i “democratici” temono che porti loro via gli ultimi tre elettori di centrodestra che ancora li votano, e tutti gli altri vorrebbero essere lui), e mi ha quindi risposto come segue (posso riportare le parole precise perché la conversazione si è svolta su Whatsapp):

non è fascistaaaaaa (sic), è un populista nel senso base del termine.

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Fatevi i cazzi vostri

E va bene, forse il momento è giunto: negli scorsi giorni, ho accuratamente evitato non solo di scrivere, ma anche di leggere/ascoltare/visionare robe che avessero a che fare col risultato (che, ad onor del vero, avevo previsto sarebbe stato drammatico) delle lezioni europee che si sono tenute (anche con la mia partecipazione, che sospetto figlia di un incongruo senso di colpa) lo scorso ventisei maggio. Le diverse facce di questo mio assenteismo hanno, ovviamente, motivazioni diverse.

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Problemi narrativi

Da quando ho smesso (non molto tempo fa, va riconosciuto nonostante la mia età non esattamente para-adolescenziale) di saltare compulsivamente da un canale all’altro di una televisione mal sintonizzata, nella speranza che, in mezzo all’effetto neve, comparisse la fugace visione di un paio di tette, ho smesso, pure, di interessarmi di quel che faceva e diceva Pamela Prati; la quale, per altro, non mi piaceva molto neppure ai tempi in cui ogni mio interesse era rivolto verso qualunque essere umano fosse sprovvisto di un cromosoma Y (perdonate, ho vissuto anche io gli anni tra i quattordici ed i diciassette). Certe sue dichiarazioni successive, che preferirei non riportare, mi hanno confermato che quella era stata, probabilmente, una delle scelte migliori della mia miseranda vita.

Certo avrei continuato, e con una certa soddisfazione, ad ignorare tutto quanto riguardava la signora Paola Pireddu (vero nome della Prati) se, durante la mia sonnacchiosa rassegna stampa quotidiana, l’altra mattina, non fosse saltato fuori un titolo clickbait a mettermi a parte di un evento che, con i miei ben noti limiti, tenterò di riassumere in poche parole: in pratica, le agenti della showgirl avrebbero inventato per lei un fidanzato e le avrebbero addirittura organizzato un matrimonio con lui, costringendola poi ad ammettere, in quel pozzo della dignità che sono i programmi televisivi del pomeriggio, che quell’uomo (che avrebbe risposto al nome di Mark Caltagirone) non esiste.

L’intero gioco (o forse sarebbe meglio parlare di truffa?) è andato avanti per almeno sei mesi (e sarei curioso di sapere come le sue artefici pensavano di riuscire a tirarsi fuori dagli impicci); difficile valutare il grado di consapevolezza della Prati, che in queste ore si sta prendendo una valanga di insulti che probabilmente non merita e che, stando a quel che si sa, è probabilmente la figura più tragica dell’intera vicenda; la quale, non sto neppure a dirlo, avrebbe avuto tutti gli ingredienti per interessarmi: non solo perché rappresenta alla perfezione gli estremi cui la nostra società dell’immagine (e quindi dell’immaginario e dell’immaginazione) può spingersi, ma anche perché mette in scena quella frizione tra realtà e finzione, tra avvenuto e raccontato che è uno dei miei temi narrativi preferiti. Per altro, l’intera storia si presta ad una riflessione: in un mondo, come quello dello spettacolo, in cui flirt, matrimoni e perfino gravidanze sono praticamente previsti per contratto, è davvero qualcosa di cui scandalizzarsi a tal punto annunciare le proprie nozze con qualcuno che non esiste?

Insomma, in un mondo indeale io starei scrivendo questo articolo sul “Caltagirone gate”; d’altronde, nel mondo reale in cui viviamo, quella che si conclude oggi (in un modo che sarà drammatico, comunque vada a finire) è stata una settimana dominata dalla fine della campagna elettorale, con tutto ciò che ne consegue. E cioè: con Matteo Salvini che, per mettere a tacere le polemiche sulla sua presenza a Palermo alla cerimonia di commemorazione di Giovanni Falcone, la trasforma nell’ennesima occasione per fare propaganda; con Luigi Di Maio, leader del “partito della Rete”, che occupa la televisione in qualunque fascia oraria in cui non si trasmetta Peppa Pig e… oh, già, con Carlo Calenda, candidato nella mia circoscrizione del partito preteso progressista più grande d’Italia, che dimostra tutto il suo amore per la cultura (quella che dovevamo usare per sconfiggere i fascisti, ricordate?) sclerando male ed insultando un gruppo di scrittori.

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Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi

L’attività più in voga nel campo della “sinistra” istituzionale, ultimamente, pare essere quella di dichiarare, pubblicamente e senza alcuna vergogna evidente, che Matteo Salvini “non sta facendo abbastanza”, “non si sta muovendo in fretta quanto servirebbe” o, tout court, che “non sta rispettando le promesse che ha fatto in campagna elettorale”.

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