A whole new world

Una delle cose migliori in cui mi sia imbattuto, durante la quarantena appena trascorsa (e sperando che non ce ne sia una ancora da trascorrere) è stato un video, significativamente intitolato Mi piace anche essere triste (e direi che il titolo è sufficientemente esplicativo di per se), che quasi non riesco a credere abbia partecipato allo stesso contest magico di quello che ho aspramente criticato qualche settimana fa, in questo articolo (nel quale ero stato, forse, fin troppo tenero).

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Un tipografo, un fiume, un professore (riflessioni in libertà)

Sono tre anni e mezzo che ci vivo e, nonostante ciò, non sono mai riuscito ad amare e nemmeno a farmi stare simpatica Verona, né credo che ci riuscirò mai. D’altro canto, questa città mi ha dimostrato in più occasioni che il sentimento è ampiamente ricambiato, ed io ho talvolta pensato che i reciproci tentativi di avvicinarci l’uno all’altra, che pure talvolta sono avvenuti, siano del tutto futili: troppe sono le differenze, troppi i punti di insanabile conflitto tra me, che mi considero aquilano e, dunque, montanaro d’adozione, e questa città che finge di non essere l’avanguardia e insieme l’essenza della Pianura Padana, ed a cui rimprovero un numero eccessivo di difetti incompatibili col mio carattere (grettezza, provincialismo, egoismo, una certa, democristiana ipocrisia). Probabilmente, lei dice lo stesso di me: ma, com’è ovvio in questi casi, io sono più che certo di avere ragione, e se vi interessa la sua opinione vi consiglio di andare a chiederla a lei.

Spero con tutto me stesso che questo rapporto di incompatibilità non si concluda come quella famosa battuta di, credo, Paul Valery: ci siamo odiati, ci siamo amati ed alla fine siamo invecchiati insieme. Perché l’idea di invecchiare in questo posto, tra queste mura fuori dalle quali “non c’è mondo, ma solo prigione, tormento, l’inferno stesso” (spiace, Shakespeare, ma non sono d’accordo) è capace di trasmettermi un senso di claustrofobia, che neppure questi giorni di quarantena riescono ad eguagliare.

Diavolo, per altro: non è forse ironico che io sia proprio qui, proprio in questo momento insieme storico e surreale?

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Contromano

Ho cominciato a leggere L’ombra dello scorpione di Stephen King, se non vado errato, intorno all’inizio di febbraio, e man mano che mi addentravo nelle sue pagine ho iniziato ad avvertire un senso di sovrapposizione tra il reale e l’immaginato che, come sa chi mi conosce, usualmente trovo assai affascinante: e tale l’avrei trovato anche in questo caso se le circostanze in cui mi sono approcciato a questo romanzo non fossero talmente inquietanti da poter essere state concepite esse stesse dal re del brivido (o, più probabilmente, da un autore horror dotato di una fantasia meno ordinaria).

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Si può davvero parlare di Coronavirus?

L’altra notte, mentre facevo la guardia (perché, a livello clinico, per loro potevo fare assai poco, dal momento che erano sostanzialmente sani) ad un gruppo di pazienti che avevano avuto l’improvvida idea di presentarsi in pronto soccorso lamentando sintomi compatibili con l’infezione da Covid-19, e che non potevano andarsene senza il risultato del tampone faringeo che escludeva questa possibilità, ho realizzato che erano trascorsi ormai cinque giorni dall’ultima volta che avevo scritto qualcosa su queste pagine.

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