(Non) Videmus nunc per fractalem et in aenigmate

Nella pagina Wikipedia ad esso dedicata, si legge che

un frattale è un oggetto geometrico [che] si ripete nella sua forma allo stesso modo su scale diverse, e dunque ingrandendo una qualunque sua parte si ottiene una figura simile all’originale.

Come sapete, provo una irresistibile fascinazione verso tutto ciò che è in grado di suscitare meraviglia, e senza dubbio tali, in virtù delle loro proprietà invero singolari, sono i frattali. D’altronde, non posso negare che, se nessuno mi avesse spiegato che cos’è, il frattale sarebbe rimasto per me un’immagine astratta, priva di ogni motivo di interesse, anche in virtù della sua totale inutilità pratica nel campo che più mi interessa (almeno, per quel che riguarda questo blog): quello delle storie.

Non esistono, infatti, storie frattali e, anzi, le storie siano “oggetti anti-frattali” per definizione: una delle loro caratteristiche è che ciò di cui raccontano cambia completamente aspetto, a seconda che lo si guardi da lontano oppure da vicino; a seconda, cioè, del punto di vista da cui lo si approccia.

Questo, ovviamente, vale anche per quelle narrazioni che, erroneamente, sono considerate oggettive per forza, come la storiografia ed il giornalismo; queste ultime, anzi, risentono non solo dei punti di vista di chi le produce fisicamente, ma anche della società che le produce culturalmente (curiosamente, lo stesso, come dicevo qui, vale anche per la bellezza, categoria che non sempre risulta applicabile alla storiografia o al giornalismo).

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Eterogenesi dei fini – Episodio 1

Wikipedia, citando l’opinione (ritengo autorevole) del “filosofo e psicologo empirico tedesco Wilhelm Wundt”, definisce l’eterogenesi dei fini come

un campo di fenomeni i cui contorni e caratteri trovano più chiara descrizione nell’espressione “conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali

e la riferisce non ai “semplici accadimenti naturali” bensì, specificatamente, all’agire umano.

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Sui lapsus senofontei, che sono sempre d’attualità

Una delle prime versioni di greco con cui, giovane studente liceale, ricordo di essermi misurato, ormai quattordici anni fa, raccontava di Senofonte; lo storico ateniese, infatti, prima di partire per la spedizione dei Diecimila (che avrebbe dovuto consegnarlo alla storia, quanto meno a quella della letteratura), venne colto da un ripensamento e, onde fugarlo, si rivolse a Socrate, di cui si considerava discepolo: maestro, gli domandò, cosa sarebbe meglio per me, andare in Persia o restare qui?

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