Di qui in poi

Questo mese, apparentemente, Del peggio del nostro peggio è andato molto bene.

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Lasciate stare il sociale

Ad aprile dello scorso anno, scrivendo subito dopo l’ignorato referendum sulle trivelle, esprimevo la mia comprensione per chi, come Alessandro, che allora era il mio coinquilino e che aveva appena compiuto diciotto anni, si sarebbe dovuto portare dietro per tutta la vita questo pessimo ricordo della sua “prima volta” elettorale; riconoscevo anche, tuttavia, che c’era chi stava peggio: quando io e quella banda di giovani idealisti e sognatori che erano i miei amici di allora siamo andati a votare per la prima volta, il 13 aprile del 2008, Berlusconi e la Lega, in due, si presero quasi il 50% dei voti, e qualunque cosa avesse ancora in se (nella denominazione, se non nell’ideologia) una parvenza di sinistra venne brutalmente buttata fuori dal parlamento (iniziò quel giorno, credo, la lenta epurazione dal discorso politico di qualunque approccio “da sinistra”).

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Dududu

Settembre non è stato solo il mese delle giornate di lavoro così lunghe che mi pareva di essere tornato ai tempi (appena più avanzati di quelli in cui l’età media dei lavoratori delle miniere della Scozia era pari a otto anni e due mesi) in cui perseguitavo le vostre esistenze con Neurosurgery Kid; e no, non è stato nemmeno il mese in cui ho messo in atto un nuovo artificio, tanto diabolico quanto stucchevole, onde introdurvi in un altro episodio di Del peggio del nostro peggio, come ho fatto ad agosto. Episodio che, per altro, giungerebbe non richiesto, in quanto prematuro (e sì che tutte le puntate di quella rubrica nascono di sei mesi e mezzo e con tre giri di cordone ombelicale intorno al collo).

No, settembre (o, almeno, quella parte che ne abbiamo vissuta finora) è stato, almeno ai miei occhi, il mese delle donne.

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Se puoi ascoltarmi, rispondimi

E voi,
dicono,
vi occupate di miracoli.

scriveva, qualche decina di decenni fa, Vladimir Majakovskij, rivolgendosi a Dio (o, per meglio dire, al “compagno Dio”).

Majakovskij è, a mio modesto parere, il poeta migliore del Novecento e, probabilmente, uno dei migliori di tutti i tempi (e lo credo, pur non avendo mai imparato come si scrive il suo nome e non avendo voglia di controllare); per questo, faccio mie le parole che aprono la poesia che ho citato, per descrivere il mio rapporto con Dio.

“È risaputo: tra me e Dio ci sono numerosissimi dissensi”.

Dovuti, mi sembra chiaro, anche se Majakovskij non l’ha scritto, al fatto che io non credo che lui esista.

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Virgolette

Lo ammetto: non sono sempre d’accordo con mazzetta (come non sono sempre d’accordo con nessuno, nemmeno con quella mia seconda personalità che si fa chiamare Gaber Ricci). Tuttavia, ogni volta che leggo un articolo come quello che ha scritto ieri, penso che ad ogni giornalista (perché sì, mazzetta è un giornalista) dovrebbe essere concesso di scegliersi un soprannome, se questo servisse ad acquisire una tale capacità di far luce su argomenti così apparentemente controversi con una tale naturalezza.

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