Se puoi ascoltarmi, rispondimi

E voi,
dicono,
vi occupate di miracoli.

scriveva, qualche decina di decenni fa, Vladimir Majakovskij, rivolgendosi a Dio (o, per meglio dire, al “compagno Dio”).

Majakovskij è, a mio modesto parere, il poeta migliore del Novecento e, probabilmente, uno dei migliori di tutti i tempi (e lo credo, pur non avendo mai imparato come si scrive il suo nome e non avendo voglia di controllare); per questo, faccio mie le parole che aprono la poesia che ho citato, per descrivere il mio rapporto con Dio.

“È risaputo: tra me e Dio ci sono numerosissimi dissensi”.

Dovuti, mi sembra chiaro, anche se Majakovskij non l’ha scritto, al fatto che io non credo che lui esista.

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Virgolette

Lo ammetto: non sono sempre d’accordo con mazzetta (come non sono sempre d’accordo con nessuno, nemmeno con quella mia seconda personalità che si fa chiamare Gaber Ricci). Tuttavia, ogni volta che leggo un articolo come quello che ha scritto ieri, penso che ad ogni giornalista (perché sì, mazzetta è un giornalista) dovrebbe essere concesso di scegliersi un soprannome, se questo servisse ad acquisire una tale capacità di far luce su argomenti così apparentemente controversi con una tale naturalezza.

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Del peggio del nostro peggio – Aprile (2017, pare)

Per chi fosse così fortunato da non saperlo, Del peggio del nostro peggio è il titolo di una rubrica che è stata ospitata su queste pagine da gennaio a dicembre dello scorso anno. In essa, a cadenza mensile, pubblicavo un monologo satirico, scritto prendendo spunto da quanto avevo letto sui giornali nel mese precedente. Una personale dimostrazione del fatto che dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior, ma a volte dal letame nasce solo del letame che puzza di più.

Se volete leggerne, ed ascoltarne (perché sì, c’è anche la versione audio di ciascun monologo), gli episodi, potete andare qui. Ma, in questo caso, credo che il browser vi abbia rediretto sul sito sbagliato quando avete cercato “fammi male” su Google. Continue reading

Pasqua con chi vuoi

Già l’anno scorso, parlando di quella che probabilmente è la festività meno interessante del calendario, avevo decantato l’unica virtù che le si potesse attribuire, almeno nel mio pensiero: quella di stimolarmi a riflessioni utili. Utili, intendo, per torturare voi che ancora, pervicacemente, vi ostinate a leggere quello che scrivo.

Al contrario dello scorso anno, ed in accordo alla tradizione, quest’anno la Pasqua non l’ho trascorsa con i miei, ma con chi ho voluto (o, per quanto sia stata molto divertente, sarebbe meglio dire con chi ho potuto), ossia con dei miei colleghi che con me condividevano la iella di dover lavorare nel primo di una serie di weekend lunghi; pure, i discorsi post-agnello (#stacce, Silvio) sono stati motivo di ponderazione approfondita.

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Indice terapeutico

Ricordo che quando diedi l’esame di farmacologia, che non è l’esame più difficile che ho sostenuto, mi chiesero quale fosse l’indice terapeutico del paracetamolo. Che, viceversa, è probabilmente la domanda più difficile che mi abbiano fatto, in quei sei anni in cui hanno tentato di insegnare alla mia riottosa persona, se non proprio a far del bene, quanto meno a non fare del male.

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