Dududu

Settembre non è stato solo il mese delle giornate di lavoro così lunghe che mi pareva di essere tornato ai tempi (appena più avanzati di quelli in cui l’età media dei lavoratori delle miniere della Scozia era pari a otto anni e due mesi) in cui perseguitavo le vostre esistenze con Neurosurgery Kid; e no, non è stato nemmeno il mese in cui ho messo in atto un nuovo artificio, tanto diabolico quanto stucchevole, onde introdurvi in un altro episodio di Del peggio del nostro peggio, come ho fatto ad agosto. Episodio che, per altro, giungerebbe non richiesto, in quanto prematuro (e sì che tutte le puntate di quella rubrica nascono di sei mesi e mezzo e con tre giri di cordone ombelicale intorno al collo).

No, settembre (o, almeno, quella parte che ne abbiamo vissuta finora) è stato, almeno ai miei occhi, il mese delle donne.

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Se puoi ascoltarmi, rispondimi

E voi,
dicono,
vi occupate di miracoli.

scriveva, qualche decina di decenni fa, Vladimir Majakovskij, rivolgendosi a Dio (o, per meglio dire, al “compagno Dio”).

Majakovskij è, a mio modesto parere, il poeta migliore del Novecento e, probabilmente, uno dei migliori di tutti i tempi (e lo credo, pur non avendo mai imparato come si scrive il suo nome e non avendo voglia di controllare); per questo, faccio mie le parole che aprono la poesia che ho citato, per descrivere il mio rapporto con Dio.

“È risaputo: tra me e Dio ci sono numerosissimi dissensi”.

Dovuti, mi sembra chiaro, anche se Majakovskij non l’ha scritto, al fatto che io non credo che lui esista.

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Virgolette

Lo ammetto: non sono sempre d’accordo con mazzetta (come non sono sempre d’accordo con nessuno, nemmeno con quella mia seconda personalità che si fa chiamare Gaber Ricci). Tuttavia, ogni volta che leggo un articolo come quello che ha scritto ieri, penso che ad ogni giornalista (perché sì, mazzetta è un giornalista) dovrebbe essere concesso di scegliersi un soprannome, se questo servisse ad acquisire una tale capacità di far luce su argomenti così apparentemente controversi con una tale naturalezza.

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Del peggio del nostro peggio – Aprile (2017, pare)

Per chi fosse così fortunato da non saperlo, Del peggio del nostro peggio è il titolo di una rubrica che è stata ospitata su queste pagine da gennaio a dicembre dello scorso anno. In essa, a cadenza mensile, pubblicavo un monologo satirico, scritto prendendo spunto da quanto avevo letto sui giornali nel mese precedente. Una personale dimostrazione del fatto che dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior, ma a volte dal letame nasce solo del letame che puzza di più.

Se volete leggerne, ed ascoltarne (perché sì, c’è anche la versione audio di ciascun monologo), gli episodi, potete andare qui. Ma, in questo caso, credo che il browser vi abbia rediretto sul sito sbagliato quando avete cercato “fammi male” su Google. Continue reading

Pasqua con chi vuoi

Già l’anno scorso, parlando di quella che probabilmente è la festività meno interessante del calendario, avevo decantato l’unica virtù che le si potesse attribuire, almeno nel mio pensiero: quella di stimolarmi a riflessioni utili. Utili, intendo, per torturare voi che ancora, pervicacemente, vi ostinate a leggere quello che scrivo.

Al contrario dello scorso anno, ed in accordo alla tradizione, quest’anno la Pasqua non l’ho trascorsa con i miei, ma con chi ho voluto (o, per quanto sia stata molto divertente, sarebbe meglio dire con chi ho potuto), ossia con dei miei colleghi che con me condividevano la iella di dover lavorare nel primo di una serie di weekend lunghi; pure, i discorsi post-agnello (#stacce, Silvio) sono stati motivo di ponderazione approfondita.

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