Alcuni brevi appunti su un feticismo

Il mio collega Giovanni, credo con l’intenzione di provocare il mio risentimento o, addirittura, la mia ira, mi ha inviato qualche giorno fa lo screenshot di un commento all’attuale situazione politica, che aveva trovato navigando non ricordo più se su Facebook o su Instagram, e che così recitava:

Comunisti, non siete diversi dal M5S o dalla Lega, W i Draghi, W i Competenti.

(articoli e maiuscole nell’originale).

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Crisi di coscienza?

A dispetto delle apparenze, crisi è probabilmente la parola più amata da giornalisti e politici nostri contemporanei; anzi, chi è aduso a leggere i quotidiani e ad ascoltare i comizi (che ormai è praticamente la stessa cosa) probabilmente si sarà accorto che per queste due categorie professionali la storia pare essere nulla più che una sequela ininterrotta di crisi, una subentrante all’altra, che giustificano ed anzi impongono che ad esse, e solo ad esse, vada indirizzata l’attenzione non solo di chi, per ruolo, deve “prendere delle decisioni”, ma anche dell’intera opinione pubblica.

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Se proprio ci tenete

(Nel momento in cui pubblicherò queste note, probabilmente, su quanto accaduto ieri a Washington sarà già stato scritto tutto, ed il contrario di tutto; per di più, ho buttato giù queste righe, per così dire, in diretta, mentre scorrevano le immagini, assurde, di un tentativo di “conquista” che non avrei mai creduto di vedere coi miei occhi nel corso della mia vita. D’altronde, non avrei mai creduto neppure di vedere una pandemia globale, eppure.

Questi miei appunti, scritti solo per fissare dei pensieri che si accavallavano, probabilmente saranno ridondanti, poco eleganti, slegati ed a tratti intollerabili; queste, d’altronde, sono caratteristiche proprie di tutto ciò che scrivo, anche se voi forse non ve ne siete mai accorti. Le lascio qui, credo, più per me che per voi, per ricordarmi cosa stavo pensando mentre stava accadendo qualcosa che all’inizio non riuscivo a capacitarmi potesse essere vero. Non hanno grandi pregi, come detto; al più, posso dire che sono immediate. Praticamente, anzi, non le ho rilette, anche se le ho scritte più volte.

Ma, se proprio ci tenete, buona lettura)

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L’assedio

Il mio collega ed amico Marco, l’altro giorno, mi ha detto che non ha ancora deciso se ha meno senso il Decreto Natale, che il governo Conte è finalmente riuscito a varare lo scorso diciotto dicembre, oppure l’ordinanza con cui il giorno prima Luca Zaia, presidente di quella regione Veneto in cui ahinoi tutti e due viviamo e lavoriamo, ha istituito il divieto (inizialmente previsto fino al sei gennaio, adesso pare in scadenza domani) di uscire dal proprio comune di residenza o dimora dopo le ore quattordici.

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Al novantacinque per cento

Credo che la domanda che mi sono sentito rivolgere più spesso, negli ultimi mesi, da parte di chi mi conosce abbastanza bene da sapere che sono un medico (che, ahimè, è di solito una delle prime cose che le persone scoprono sul mio conto), sia stata: ma tu, che ne dici di questi vaccini contro il Covid? Lo ha fatto anche, nei commenti ad un mio post di qualche tempo fa, il mio amico ammennicolidipensiero, con un intento vagamente polemico che, devo essere sincero, non mi sento di condannare.

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Ci sono cascato…

… e nonostante l’impegno programmatico solennemente assunto qui, non ho resistito e, negli ultimi giorni, ho risposto non ad uno ma a ben due post (di blog molto diversi tra loro) che parlavano di Covid-19 e, ovviamente, dell’impatto che sta avendo sulle nostre vite (e questi temi, d’altronde, sono quelli di cui più spesso parlo non solo “professionalmente”, ma anche “privatamente”: la farina del diavolo va tutta in crusca).

Voglio riportare qui questi commenti, prendendo ad esempio il mio amico bortocal, perché credo riassumano il mio pensiero su due “temi caldi” riguardo la gestione della pandemia, e credo che lasciare traccia del fatto che esso è esistito sarà utile, quando userò questo blog come una capsula del tempo e tenterò di comprendere cosa ero, al tempo del Covid-19 (sperando venga un momento in cui se ne potrà parlare al passato).

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A kind of magic

Su questo sito ho più volte illustrato quale sia la mia posizione sul “paranormale” (intendendo questo termine in senso assai ampio), ed ho anche raccontato il curioso percorso che, grazie soprattutto all’azione “salvifica” di Mariano Tomatis, mi ha condotto dall’integralismo razionalista che manifestavo a vent’anni, quando meditavo di iscrivermi all’UAAR e ritenevo fosse una buona idea andare a dire ad un malato terminale che era stupido che andasse in chiesa a pregare, e che doveva rassegnarsi all’idea che presto sarebbe diventato nulla piuttosto che sognare che sarebbe andato a stare in un posto migliore in cui non avrebbe più sofferto e, forse, avrebbe rivisto tutti coloro che aveva amato, alla posizione “possibilista” che professo ora; in particolare, ho sovente espresso la convinzione che il magico possa (ed anzi debba) far parte della vita di ciascuno di noi. Questo, ovviamente, non mi ha condotto nelle schiere degli adepti del culto di gente come Roberto Giacobbo, a cui per altro credo manchi una componente fondamentale per divenire dei rispettabili autori di discorsi magici: una buona narrativa.

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Posizione laterale (di sicurezza)

Alcuni giorni fa io ed una mia collega siamo andati a conoscere il primario del pronto soccorso in cui, se tutto va bene (ma essendoci di mezzo parecchia burocrazia, ci sono parecchie probabilità che almeno qualcosa vada storto), dal mese prossimo inizieremo entrambi a lavorare. Nel caso ve lo steste chiedendo sì, ci siamo andati insieme, nella stessa automobile: perché ci conosciamo da tempo e sarebbe stato stupido non fare così, ed anche perché, avendo io e lei condiviso tempi e spazi in uno dei luoghi più pericolosi al mondo, e cioè l’ospedale, e dovendone anzi condividere ancora parecchio, abbiamo convenuto che non ci stavamo macchiando di alcun crimine o, comunque, non di un crimine particolarmente grave.

Da qualche parte sotto il limite della nostra coscienza, tuttavia, il tarlo del rimorso doveva essere al lavoro, se è vero, com’è vero, che ad un certo punto, mentre stavamo tornando nella città in cui tutti e due viviamo, ho seccamente interrotto la frase che stavo pronunciando ed esclamato: “Però vedi, alla fine arriviamo sempre a parlare di questo cazzo di Covid”.

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Più ingrandisco, meno ci capisco

È ironico che non ricordi in che occasione, su questo sito, ho scritto che una delle caratteristiche precipue (e, a voler essere chiari, più fastidiose) della cronaca e più in generale del giornalismo, è quella di non avere apparentemente memoria: si possono star dando, giorno dopo giorno, continue notizie su una guerra in corso, eppure si racconterà di ogni nuovo scontro e di ogni nuova morte (si intende, si quelle avvenute tra i buoni) con l’espressione di chi non si sarebbe aspettato mai che, a sganciar bombe ed a spararsi addosso, qualcuno potesse finire per rimetterci le penne; ci si può profondere in analisi ed approfondimenti ponderosi e financo prolissi su qualunque attentato terroristico commesso in territorio europeo, scavare a fondo nelle ragioni psicologiche e sociologiche che hanno spinto qualcuno a commetterlo (sforzo che, a dire la verità, viene condotto ben di rado), investigare sull’orribile opera di sfruttamento che le “multinazionali del terrore” compiono ai danni dei poveri disperati che teniamo ai margini della nostra società grassa ed egoista, e comunque ritrovarsi di nuovo, alla prossima autobomba, ad osservare il pingue faccione di qualche esimio opinionista che guarda in camera e si e ci chiede, forse provando appena la stessa curiosa sensazione di dejà vu che proviamo noi: perché? Come se non ci fossimo fatti questa domanda negli ultimi diciannove anni (non un giorno di più, non un giorno di meno), e non avessimo già trovato un buon numero di risposte: scomode, certo, ma non per questo meno veritiere.

Ho pensato a questa caratteristica, a ben vedere assai opportunista, quando ho constatato come i giornalisti stavano narrando della morte di Willy Monteiro, il ragazzo ventunenne ucciso a Colleferro a calci e pugni da due suoi concittadini, e cioè utilizzando la cornice della violenza insensata ed inusitata; peccato che quest’ultima parola, che nessuno usa ma che tutti gli articoli di giornale che ho letto fin qui sulla faccenda sottintendono, significhi, dizionario Treccani alla mano, [riferito a] cosa a cui non si è avvezzi, e perciò non usuale, insolita: ed invece, ad eventi come quello capitato (ma cosa dico: ad eventi come quello commesso) a Colleferro dovremmo essere ben avvezzi, visto che ne sono capitati numerosi altri; di cui, forse, conserveremmo una memoria sia pur tenue, se solo il giornalismo non ci avesse convinti (e noi non ci fossimo lasciati convincere) che la storia ricomincia da zero ogni volta che qualcuno ritiene che sia una buona idea continuare a riempire di botte una persona che ha perso conoscenza ormai da molto, troppo tempo.

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