Il signor Spaventa

Il dottor *** sapeva, grazie ad alcune conversazioni che aveva udito senza essere notato, che i suoi colleghi lo consideravano un bravo medico; da questa opinione, inizialmente, dissentiva con decisione, ma aveva infine preso, diciamo per abitudine, ad accettarla come valida. Nonostante ciò, comunque, e nonostante una fedeltà incrollabile nei confronti del reparto in cui lavorava ormai da quindici anni, che lo aveva trasformato in una specie di celebrità locale, non gli era mai capitato (come, d’altronde, non era mai capitato a nessuno dei medici che conosceva, e non ne conosceva pochi) di ricevere un ringraziamento, né verbale, né, men che mai, scritto o, per così dire, materiale, da parte di un paziente.

Dunque, quando quella sera il portinaio dell’ospedale, davanti al quale era passato di corsa, diretto verso una doccia, una cena frugale ed un verosimile assopimento prematuro tra i cuscini del suo divano, lo richiamò indietro per dirgli che c’era un pacco per lui, accolse la notizia con una sorpresa che rasentava l’apprensione; quel sentimento si acuì quando si avvide che il pacco in questione consisteva in una bottiglia di vino più adatta ad una serata in cui si discuteva di teatro d’avanguardia e musica operistica, che alle sguaiate riunioni che, a dispetto dell’età, di tanto in tanto ancora teneva coi suoi amici di più lunga data; e raggiunse l’acme, trasformandosi in vergogna, quando l’occhio gli cadde sull’intestazione della pesante carta su cui era stata vergata (a mano, in una scrittura assai elegante) la lettera che l’accompagnava, e scoprì chi ne era mittente.

Benché gli piacesse ripetere (nella speranza che qualcuno lo contraddicesse, cosa che non accadeva mai) che i pazienti venivano “incautamente” affidati alle sue cure, il dottor *** era infatti convinto di aver salvato la vita ad almeno otto o nove di loro; il signor Spaventa, tuttavia, non era uno di questi, anzi era probabilmente quello da cui meno si meritava di ricevere un ringraziamento e, a voler essere onesti fino in fondo, si trattava piuttosto del più grande fallimento della sua carriera. Non aveva mai condiviso con nessuno quel severo giudizio, e se lo avesse fatto, probabilmente, sarebbe riuscito infine a trovare un poco di quella rassicurazione di cui tanto sembrava aver bisogno, visto che corrispondeva a verità che, infine, era riuscito non solo a farlo uscire dal letto in cui credeva che sarebbe morto, il signor Spaventa, ma addirittura a rimandarlo a casa; e qui, gli assicurava il diretto interessato attraverso la lettera che, giunto a casa, prese a leggere con avidità, e che utilizzava talvolta anche termini più inusuali di questi, conduceva ora “un’esistenza ricca ed assai soddisfacente”. Il dottor *** riteneva tuttavia assolutamente irrilevante come la sua vicenda clinica si era conclusa; quello che lui sapeva, l’unica cosa che riteneva davvero importante, era che il signor Spaventa era guarito nonostante lui, non grazie a lui.

E pensare che sulle prime la diagnosi gli era sembrata assai facile. Mentre un nerboruto infermiere lo aiutava a passare dalla barella su cui aveva pazientemente atteso che venisse il suo turno di essere ammesso alle asettiche stanze dell’ospedale, il dottor *** aveva pensato che un ritratto ad acquerello del signor Spaventa non avrebbe sfigurato, in un testo ottocentesco di medicina che si occupava degli effetti di una prolungata tubercolosi, o di un’altrettanto duratura dipendenza da oppio: la pelle era così sottile che potevano contarsi le ossa del suo cranio una ad una, e le sue mani assomigliavano ad aracnidi tanto mostruosi quanto moribondi; il suo colorito era più degno di una mummia che di un cadavere, ed il suo passo così malfermo che le sue gambe sembravano impacciarlo, più che sostenerlo; la respirazione era cauta, come se ogni respiro rischiasse di lacerare i polmoni, ed al suo polso, che si poteva facilmente cingere con due dita, quasi non si avvertiva la pulsazione dell’arteria. A lungo il dottor ***, armato di fonendoscopio, aveva errato sul suo torace, tanto che ad un certo punto aveva chiesto, scherzando “Ma crede le stia ancora battendo il cuore?”, domanda retorica a cui il signor Spaventa aveva risposto con un sorriso indecifrabile (e questo era forse l’aggettivo migliore per definirlo: indecifrabile). Gli esami a cui lo aveva sottoposto avevano confermato l’impressione del suo acuto occhio clinico: come gli spiegò mentre tentava di convincerlo a firmare un consenso informato, la sua emoglobina era assai bassa, “ad un valore che non ho visto quasi mai”; questo significava, “a voler parlar semplice”, che dentro di lui “praticamente non c’era più sangue”, e che era necessario mettergliene un po’ “dall’esterno”, con una trasfusione. Il signor Spaventa, di cui avrebbe imparato a conoscere la cortesia quasi fastidiosa, si era opposto a quest’eventualità con una fermezza che rasentava la maleducazione, ed aveva aggiunto che non poteva accettare una simile “offerta”: sì, lo ricordava bene, aveva scelto, nell’ampio vocabolario che certo possedeva, proprio quel termine. Il dottor *** non era uso ad insistere con i pazienti, e si era limitato a constatare che, se fosse rimasto inamovibile in quel suo rifiuto, lui non avrebbe potuto fare altro che cercare di scoprire perché il suo sangue si era volatilizzato, e “attendere che la natura facesse il suo corso”; il signor Spaventa aveva accettato quella possibilità, limitandosi ad aggiungere: “Forse dovrebbe essere un poco più ottimista, dottore”.

 Ad avere ragione, come sempre, era stato il paziente.

Anzi, il dottor *** aveva rivisto camminare sulle sue gambe prima lui, che il muscoloso infermiere che lo aveva spostato, pressoché a braccia, dalla barella al letto, e che poco dopo quel turno si era ammalato di un qualche tipo di sindrome a cui nessuno era ancora riuscito a dare un nome; almeno, non fino al momento in cui il dottor *** si stese sul divano e si mise a leggere la lettera. Questa ricostruiva, nei minimi particolari, l’intero iter diagnostico a cui il suo autore era stato sottoposto: citava la gastroscopia e la colonscopia che erano state effettuate, e che erano risultate completamente negative; evocava il dolore della biopsia condotta sull’osso della sua anca, che aveva mostrato una produzione di globuli rossi assolutamente normale (e rifletteva anche sul fatto che, nel momento in cui l’avevano sottoposto a quel test, il suo stato clinico era già nettamente migliorato); ricordava tutti gli esami sulle vitamine ed i sali minerali implicati in quel meccanismo complesso che è la produzione dell’emoglobina, che avevano rivelato come la sua alimentazione fosse completa, e lui non fosse carente di alcun nutriente; infine, riportava con incredibile precisione i valori attraverso i quali, nonostante la pressoché totale assenza di terapie, la sua emoglobina era, infine, tornata a valori normali: insomma, offriva al dottor *** un quadro completo della debacle che per lui era stato assisterlo, in una degenza durata oltre tre settimane, “durante le quali, credo di aver dato molto da fare non solo a Lei, ma anche a tutto il personale infermieristico del Suo reparto”. Giunto a questa frase, il dottor ***, che già sentiva un pervasivo torpore impadronirsi di lui, si risvegliò momentaneamente, per emettere un verso di sarcasmo: il signor Spaventa aveva ragione da vendere, se era vero, com’era vero, che in quei ventuno giorni avevano avuto un numero impressionante di defezioni per malattia, ed anche gli infermieri e le infermiere che infine erano riusciti a tornare a lavoro lamentavano ancora una stanchezza che in molti, e primo tra tutti lui, avevano attribuito ad un cluster di infezione da SARS-CoV-2 e, quindi, ad uno di mononucleosi infettiva.

La sveglia del mattino dopo, come aveva previsto, lo sorprese sul divano, ancora con la lettera in mano; aprì gli occhi, tentò di raddrizzare la schiena che aveva assunto l’assurda posizione dei cuscini e, constatato che non ci sarebbe riuscito, si risolse, come prima cosa, a telefonare a casa del signor Spaventa, forse più per scusarsi, ancora una volta, che non per ringraziarlo; prese il suo smartphone dal tavolino su cui l’aveva posato, scartò un messaggio dell’infermiera con cui quel pomeriggio avrebbe dovuto dividere il turno (“Non ce la faccio proprio oggi a venire dottore, sono ancora stanchissima, farai il turno con Giada”), compose il numero riportato nell’intestazione della lettera: la voce, ora squillante, del signor Spaventa lo salutò dopo appena due squilli. “Buongiorno, chi parla?” disse, e dovette essere assai colpito dal tono con cui il dottore gli rispose: “Salve, sono il dottor ***, la chiamo per ringraziarla…”, perché lo interruppe: “Dottore, santo cielo” disse “sento dalla sua voce che lei deve sentirsi ancora mortificato per non essere riuscito a comprendere cosa mi è accaduto; speravo che la mia gratitudine le facesse abbandonare quest’insana emozione ma, visto che sento che così non è… devo dirle che io credo di sapere da cosa sono affetto, anzi, ne sono sicuro: e posso assicurarle che non è colpa sua, se non l’ha capito”.

“Ah, no?” chiese il dottor ***, quasi con disprezzo. “E cosa sarebbe?”.

Ci furono alcuni secondi di silenzio, prima che il signor Spaventa domandasse, in tono soave: “Lei non ha mai avuto per paziente un vampiro, vero?”.

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