Più famosi di William Shakespeare

Nel 1966, in un’intervista rilasciata al quotidiano Evening Star con la malcelata intenzione di dimostrare che, benché ne facesse ancora parte, già si stava distaccando dal resto dei Beatles per il temperamento ed il desiderio quasi ossessivo di provocare lo scandalo, John Lennon pronunciò una frase, rimasta famosa (se non sbaglio, dovrebbe aver addirittura dato il titolo ad un volume a lui dedicato), destinata a perseguitarlo e ad appiccicargli addosso l’etichetta di “cattivo ragazzo” dei Beatles. La frase in questione era: “In questo momento, siamo più famosi di Gesù Cristo”.

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Il seme preme

La più abietta tra le creature è il drago […] Infido ed ingannevole, astuto quel tanto che basta per perpetrare le sue malizie […] esso è stato punito dalla natura nell’aspetto e nelle abitudini: ributtante alla vista, egli si nasconde in caverne, nel fondo della terra, ed alla terra è legata tutta la sua esistenza, dalla nascita ed anzi addirittura da prima: esso cresce infatti non nelle calde viscere della madre (la quale per altro, suprema aberrazione!, non necessita per procreare della congiunzione carnale con un maschio, benché questo genere esista ed anzi sia maggioritario nella popolazione dei draghi), ma in un uovo di putrido colore, riposto in una tana scavata nel terreno, la quale viene poi ricoperta di cenere […]

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Testo e contesto

Tempo fa, nei commenti a non ricordo quale mio post, col mio amico redpoz si diceva che forse sarebbe ora di iniziare a riflettere sul ruolo di “normalizzatore” che Diego Bianchi, in arte Zoro, ha assunto, magari suo malgrado, da quando La7 ha deciso di “rilevare” in blocco il suo programma Gazebo (che stava avendo un grande successo su Rai3, e che non si capisce perché la rete nazionale ha deciso di lasciarsi scappare) e di trasferirlo, praticamente tal quale, nel suo palinsesto, solo cambiandogli nome in Propaganda Live e dilatandone la durata, a mio modesto parere ben oltre i limiti del tollerabile. Utilizzando questo termine, “normalizzatore”, volevo intendere due aspetti, tra di loro speculari e complementari, del comportamento assunto da Zoro (il quale, lo dico a scanso di equivoci, ho molto apprezzato durante lunghe fasi della sua carriera) da quando ha iniziato a lavorare per Cairo:

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Un panino di Divina Commedia

Durante la mia adolescenza, ed anche nelle fasi iniziali della mia maturità (sempre che si possa definire maturità lo stato in cui mi trovo ora), una parte considerevole delle mie energie mentali era rivolta a tentare di dare una risposta al seguente quesito: ma, in fin dei conti, a cosa serve studiare letteratura (che, sia detto per inciso, era una delle cose che mi piaceva di più fare)?; e, devo ammetterlo, sto confessando di aver avuto questo curioso hobby (per altro condiviso con parecchi miei coetanei: ricordo discussioni infinite su questo tema nel porticato del mio liceo) con meno vergogna di quello che sarebbe lecito attendersi: a spingere molti a riflettere su interrogativi di tal fatta erano allora, infatti, non solo i giornali, che ne parlavano sovente e per di più con toni sempre apocalittici, o trionfalistici (che si sa sono i toni che hanno più presa sui giovani), ma anche alcuni importanti uomini delle istituzioni. Tra i tanti, mi piace ricordare quel ministro che, rispondendo a qualcuno che lo interrogava sull’opportunità di insegnare i classici a quei ricattabili precari del futuro che erano gli studenti dell’epoca, lo invitò soave a “provare a farsi un panino con la Divina Commedia”.

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Via Gio Batta Domaschi, Spettri a Verona

(Ultimo articolo di questa rubrica, le cui caratteristiche ho cercato di illustrare qui)

Giovanni (da altre fonti indicato come Giovanni Battista, dalla cui abbreviazione trae origine il nome di questa via) Domaschi nacque a Poiano, in Valpantena, il 30 dicembre 1891; era figlio di contadini ed ebbe nove fratelli, tre dei quali morirono in giovane età, essenzialmente a causa della fame. La sua famiglia si trasferì a Verona nel 1898, nell’area della stazione di Porta Vescovo; qui Domaschi iniziò a lavorare, a dieci anni, in una bottega di fabbro febbraio, per passare successivamente a svolgere l’attività di meccanico nelle Officine ferroviarie. La sua coscienza politica maturò probabilmente in quegli anni, e fu attratta in momenti diversi dalle componenti della sinistra di inizio Novecento; infine, probabilmente per tener fede al suo antimilitarismo (che lo portò a rifiutarsi di combattere durante la Prima Guerra Mondiale), abbracciò la causa anarchica. Animatore della Camera del Lavoro di Verona e fondatore di un gruppo operaio (con cui pianificherà l’occupazione delle fabbriche), nell’aprile del 1921 subisce il suo primo arresto, dopo essersi opposto ad una squadraccia fascista che aveva tentato una spedizione punitiva nel suo quartiere: sarà il primo di una lunga serie, che contribuirà ad alimentare la leggenda della sua figura tra i suoi compagni di lotta.

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Via degli Alpini, Spettri a Verona

(Qui una specie di chiarimento su questa rubrica)

Gli alpini sono il corpo di fanteria da montagna dell’esercito italiano. Sono stati fondati nel 1872 e sono entrati nella cultura popolare italiana durante la Prima Guerra Mondiale, quando furono tra i protagonisti della “guerra di montagna” sul confine tra il regno d’Italia e l’impero austro-ungarico, che li vide contrapposti ai loro analoghi tirolesi (gli schützen). Lungo il tratto di mura che costeggia la via veronese che da loro prende il nome, stanno allineate numerose targhe marmoree, che ricordano (anche) i combattimenti sulle cime alpine durante la Grande Guerra: che non fu, comunque, l’unica cui il corpo prese parte.

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Via Cappello, Spettri a Verona

Via corrispondente al cardo dell’antica città romana, connette piazza Erbe con corticella Leoni e prende il nome da una famiglia medievale veronese di farmacisti, i Dal Cappello, che qui possedevano un palazzo. Ai Dal Cappello si ispirò William Shakespeare per creare i Capuleti, protagonisti della tragedia “Romeo e Giulietta”, ed in via Cappello si trova la cosiddetta “casa di Giulietta”. L’aspetto attuale di tale edificio risale agli anni Trenta del Novecento, quando alla struttura di un palazzo medievale (impossibile appurare se si trattasse davvero di quello dei Dal Cappello) si sovrapposero resti marmorei di varia epoca: si tratta dunque di un edificio “fittizio”. Ciò denota una certa coerenza: il suo grande successo turistico deriva dal fatto che esso viene presentato come residenza di un personaggio fittizio. Direttamente sul muro d’ingresso, i visitatori lasciano (così accadeva quando ho scritto questo articolo: attualmente, che per altro le presenze turistiche si sono comprensibilmente ridotte, il muro è stato ricoperto di un materiale sintetico, che viene di tanto in tanto rimosso e sostituito, per la bisogna) le loro promesse di eterno amore: una concessione al “degrado” dell’amministrazione veronese, solitamente assai severa in questo senso.

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Lungadige 26 luglio 1944, Spettri a Verona

(Rimando all’Introduzione per una spiegazione, non so quanto esaustiva, di questa rubrica).

In questa data, a Venezia, due appartenenti ad un GAP (Gruppo di azione patriottica: cellule, ognuna composta da pochi uomini, in cui erano organizzati i partigiani comunisti durante la guerra di liberazione contro fascisti e forze di occupazione nazista) fecero esplodere una bomba all’interno di Ca’ Giustinian, palazzo della città lagunare in cui aveva sede la GNR (Guardia nazionale repubblicana) uccidendo 14 dei suoi membri.

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Viale Colonnello Galliano, Spettri a Verona

(Rimando all’Introduzione per una spiegazione, non so quanto esaustiva, di questa rubrica).

Il colonnello (in realtà, tenente colonnello) Giuseppe Galliano morì il primo marzo del 1896 ad Adua, in Etiopia. Era al comando di un reparto di ascari, truppe di locali che combatterono dalla parte degli italiani durante la guerra di occupazione dell’Eritrea; ultima fase di una lunga opera di penetrazione dell’Italia all’interno del Corno d’Africa.

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Spettri a Verona, Introduzione

Un uomo si aggira per le vie di una città senza nome, gremita di una folla di suoi simili i quali, apparentemente senza sforzo, lo ignorano; attraverso una serie di illuminazioni successive, quell’uomo si rende conto di essere l’unico sopravvissuto di un paese in rovina, e che con quegli esseri umani egli non può avere alcun tipo di interazione perché essi sono, in realtà, spettri.

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