Considerazioni tecniche

(E questo articolo, come sempre troppo lungo, ne è pieno, di considerazioni tecniche… che tuttavia non si riferiscono alla tecnica che potreste pensare sulle prime. In fin dei conti, trovo giusto ricordare che questa epidemia, io personalmente, non devo affrontarla solo come medico.

Qualcuno potrebbe dire che un articolo così settoriale non interessa praticamente a nessuno; tuttavia, ritengo che nel microcosmo che affronto qui potrebbe nascondersi una chiave per leggere anche il macrocosmo che tutti affrontiamo ogni giorno. Probabilmente mi sbaglio; in caso, scusatemi.

Buona lettura).

Una battuta che lessi, se non vado errato, in un libro di Giorgio Faletti recitava: fino ad una certa età un uomo ha paura che le donne gli dicano di no, poi inizia ad aver paura che gli dicano di sì. Una sua variante potrebbe spiegare perché io non parli mai, con amici che frequento di persona, di illusionismo (ed infatti, della mia passione per quest’arte, sono a conoscenza un numero assai maggiore di miei amici virtuali, che non di miei amici reali): non perché temo che mi rispondano di no, quando gli chiederò di “far loro vedere qualcosa” (semmai glielo chiederò), ma, al contrario, perché temo che mi dicano di sì.

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Un tipografo, un fiume, un professore (riflessioni in libertà)

Sono tre anni e mezzo che ci vivo e, nonostante ciò, non sono mai riuscito ad amare e nemmeno a farmi stare simpatica Verona, né credo che ci riuscirò mai. D’altro canto, questa città mi ha dimostrato in più occasioni che il sentimento è ampiamente ricambiato, ed io ho talvolta pensato che i reciproci tentativi di avvicinarci l’uno all’altra, che pure talvolta sono avvenuti, siano del tutto futili: troppe sono le differenze, troppi i punti di insanabile conflitto tra me, che mi considero aquilano e, dunque, montanaro d’adozione, e questa città che finge di non essere l’avanguardia e insieme l’essenza della Pianura Padana, ed a cui rimprovero un numero eccessivo di difetti incompatibili col mio carattere (grettezza, provincialismo, egoismo, una certa, democristiana ipocrisia). Probabilmente, lei dice lo stesso di me: ma, com’è ovvio in questi casi, io sono più che certo di avere ragione, e se vi interessa la sua opinione vi consiglio di andare a chiederla a lei.

Spero con tutto me stesso che questo rapporto di incompatibilità non si concluda come quella famosa battuta di, credo, Paul Valery: ci siamo odiati, ci siamo amati ed alla fine siamo invecchiati insieme. Perché l’idea di invecchiare in questo posto, tra queste mura fuori dalle quali “non c’è mondo, ma solo prigione, tormento, l’inferno stesso” (spiace, Shakespeare, ma non sono d’accordo) è capace di trasmettermi un senso di claustrofobia, che neppure questi giorni di quarantena riescono ad eguagliare.

Diavolo, per altro: non è forse ironico che io sia proprio qui, proprio in questo momento insieme storico e surreale?

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Una storia, quale che sia

Era chiaro per tutti quanto difficile sarebbe stato per i cittadini del Paese, anche per quelli più insigni, sopportare la noia e la mancanza di stimoli che i giorni plumbei dell’Isolamento avrebbero portato con se. Per quel motivo un anonimo dirigente della televisione di stato, il cui compito era decidere i palinsesti dei canali meno significativi dell’ampia pletora che il national broadcasting metteva a disposizione dei propri abbonati, aveva deciso (da casa sua, chiaramente: la necessità di incoraggiare il più possibile lo smart working era così evidente da non richiedere dimostrazione) di dedicarne uno alla replica ininterrotta di classici più o meno riconosciuti della storia del cinema.

Fu in quell’occasione storica che il Filosofo ebbe modo di guardare per la prima volta The Truman Show; e fu mentre lo guardava, che la domanda gli balenò alla mente.

E se noi veramente non si fosse altro che il personaggio di uno show messo in scena per un Dio di cui non riusciamo a cogliere l’esistenza?

Il concetto gli piacque; assai meno, la forma in cui lo aveva espresso. Si sporse comunque, con l’intenzione di afferrare una stilografica ed un post-it riciclato su cui appuntarlo: da quell’interrogativo avrebbe sicuramente potuto trarre un ponderoso saggio che, sospettava, sarebbe assai interessato all’editore Laterza. Il gesto, tuttavia, si interruppe a metà; mentre era ridicolmente adagiato sul bracciolo della poltrona come una Paolina Bonaparte, infatti, una voce gli rispose.

E gli disse: sa che in un certo senso è proprio così?

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Contromano

Ho cominciato a leggere L’ombra dello scorpione di Stephen King, se non vado errato, intorno all’inizio di febbraio, e man mano che mi addentravo nelle sue pagine ho iniziato ad avvertire un senso di sovrapposizione tra il reale e l’immaginato che, come sa chi mi conosce, usualmente trovo assai affascinante: e tale l’avrei trovato anche in questo caso se le circostanze in cui mi sono approcciato a questo romanzo non fossero talmente inquietanti da poter essere state concepite esse stesse dal re del brivido (o, più probabilmente, da un autore horror dotato di una fantasia meno ordinaria).

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Si può davvero parlare di Coronavirus?

L’altra notte, mentre facevo la guardia (perché, a livello clinico, per loro potevo fare assai poco, dal momento che erano sostanzialmente sani) ad un gruppo di pazienti che avevano avuto l’improvvida idea di presentarsi in pronto soccorso lamentando sintomi compatibili con l’infezione da Covid-19, e che non potevano andarsene senza il risultato del tampone faringeo che escludeva questa possibilità, ho realizzato che erano trascorsi ormai cinque giorni dall’ultima volta che avevo scritto qualcosa su queste pagine.

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Primo

Broomhilda era una principessa. Una delle figlie di Wotan, Dio di tutti gli dei. Comunque sia, suo padre era molto arrabbiato con lei[…]. Così lui la pose sulla cima di una montagna […]. E mette un drago che sputa fuoco a guardia di quella montagna. E che la avvolge in cerchio di fiamme infernali. E lassù, Broomhilda rimarrà per sempre… a meno che non giunga a salvarla un eroe senza paura.
– E il tipo giunge?
– Sì, Django, effettivamente giunge. Il tipo si chiama Siegfried.
– E Siegfried la salva?
– E lo fa in modo spettacolare. Scala la montagna perché è senza paura e uccide il drago perché è senza paura e attraversa le fiamme infernali… perché Broomhilda se lo merita.

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