Basta, vi prego, coi sogni

Quasi un mese fa, in un post (questo) che faceva della vertigine la sua vera ragion d’essere, raccontavo di aver raccontato di aver fatto un sogno. Ciò corrispondeva, in gran parte, a verità.

Certo, quell’articolo era stato scritto (e non vedo come avrebbe potuto essere altrimenti) indossando la stessa maschera che mi metto sempre addosso, sulle pagine di questo blog; d’altronde, era vero che avevo messo a parte qualcuno di un sogno, il cui contenuto era stato a tal punto inquietante che mi ero stupito che a produrlo fosse stata la mia mente, sia pure addormentata, e non quella, che so, di Howard Philip Lovecraft. Il testimone involontario del mio terrore non era stato lo stesso che avevo dichiarato nelle righe di quell’articolo, lo riconosco; d’altronde, non mentivo quando affermavo di aver sognato:

di compiere un atto riprovevole, in plurimi sensi; di aver poi sognato di essermi svegliato, e che qualcuno mi ricattava per il sogno precedente; di aver assistito a vari, falsi risvegli, in uno dei quali mi ero trovato intrappolato in una casa in cui era assai semplice entrare, ma impossibile uscire.

Non pretendo di attribuirmi alcun credito per quest’ultima immagine, atroce nella sua infernale semplicità; essa ha svariati precedenti, tra cui il più ovvio è Hotel California degli Eagles. Ho a lungo lottato con essa, convinto che non consentisse nessuna interpretazione che “non chiamasse in causa il dottor Freud”; solo in seguito, ho compreso che si trattava, semplicemente, di un tentativo del sogno di mettermi in guardia contro se stesso. Continue reading

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Nient’altro che sogni

Ignoro se ciò valga anche per gli altri uomini, tuttavia sono giunto a considerare perfettamente normale non ricordare praticamente nulla di ciò che ho vissuto. Viceversa, ricordo praticamente ogni cosa che io abbia mai raccontato, o che mi sia mai stata raccontata. Gli avvenimenti falsi, probabilmente, meglio di quelli veri.

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Con gli effetti speciali

Sabato scorso ho partecipato ad una seduta spiritica.

Tutto è accaduto all’ultimo piano di un castello medievale della Bassa parmense; erano, all’incirca, le undici di sera. Tutte le luci erano accese, benché fosse appena terminato un temporale, non molto dissimile da quelli che altrove, in Italia, hanno negli ultimi giorni trasformato borghi carichi di secoli e di una rispettabilità quasi sdegnosa in un paesaggio lunare o post-apocalittico (in alcuni casi, lunare e post-apocalittico). Non saprei dire per quanto (forse dieci minuti, forse ore intere) io abbia tenuto il dito incollato ad una planchette che si muoveva, da sola, su una tavoletta ouija; lo stesso hanno fatto altre quattro persone, di cui ignoro i nomi ma che possono testimoniare che non sto mentendo. La nostra medium, fino a neppure un quarto d’ora prima di iniziare quello che abbiamo voluto chiamare l’esperimento, giurava di non possedere poteri paranormali; gli eventi parrebbero aver dimostrato che aveva torto. Ad ogni modo, non credo si servirà ancora, in futuro, di queste sue doti, finora rimaste così ben nascoste.

Dal castello che ci ospitava, tempo fa, sparì un busto ottocentesco, rappresentante la nipote illegittima di Maria Luisa d’Asburgo, seconda moglie di Napoleone; con lei tentavamo di comunicare, servendoci del mistico artefatto, perché ci indicasse dove gli ignoti ladri lo avessero nascosto.

Ella ci ha indicato un luogo. Ricerche successive hanno dimostrato che aveva ragione.

Spero che i brevi accenni, per così dire, giornalistici (chi, cosa, dove, quando, perché), bastino a convincervi; ad ogni modo: quel che avete appena letto non è l’incipit di una delle pessime opere narrative cui talvolta ho tentato di applicarmi, e che ho voluto raccogliere (perché fosse più semplice scansarle) sotto questo tag; è piuttosto la cronaca, per quanto possibile fedele, di avvenimenti accaduti realmente.

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La mia voce

A pensarci ora, quando Matteo Renzi è l’uomo più intelligente su un mucchio di cenere (cit.), parrà incredibile; eppure, c’è stato davvero un tempo (neppure troppo lontano) in cui non solo quel che diceva veniva ritenuto meritevole di attenzione, ma in cui l’ex presidente della provincia di Firenze, ex sindaco di Firenze, ex rottamatore, ex presidente del consiglio, ex segretario del PD (la smetto, giuro) era uno capace di far tornare d’attualità perfino Joseph Conrad.

Ciò accadeva, orientativamente, intorno al 2011; dovrebbe essere stato proprio in quell’anno, infatti, che la Leopolda (all’epoca, non ancora una stanca antonomasia, ma qualcosa di cui si occupavano i telegiornali della sera, e non le pagine locali di quotidiani che nessuno legge più) ebbe come slogan una frase tratta da La linea d’ombra; questa frase, per la precisione:

Solo i giovani hanno di quei momenti.

Quando mio fratello, grande appassionato di Conrad, lo venne a sapere, andò fuori dai gangheri. “Ma che cazzo!” mi disse. “Questo dimostra solo una cosa: e cioè, che Renzi La linea d’ombra non l’ha letto”.

“Perché?” chiesi io. “Quella frase non c’è?”. Se c’è qualcosa che di solito mi fa difetto, quella è la perspicacia; pure, avevo all’epoca già compreso che da Renzi avrei potuto aspettarmi questo ed altro.

“Certo che c’è” mi rispose lui. “È l’incipit del romanzo… ma credo che Renzi non abbia letto molto di più. Altrimenti avrebbe scoperto che è l’ultimo romanzo che Conrad ha scritto, a settant’anni; e che l’ha scritto appunto per dimostrare che sono quei momenti dei giovani a causare delle tragedie”.

Vi racconto questa storia non per irridere l’ex [eccetera eccetera], che riesce benissimo in questo compito da solo; ma per chiarire, fin da subito, che sono ben consapevole (al contrario di Renzi) del rischio che si corre a citare, decontestualizzandole, frasi di romanzi che non si sono letti. Ciò nonostante, mi è capitato spesso (qui, ad esempio) di citare una frase, attribuita da una fonte attendibile (un segnalibro acquistato in una Feltrinelli) a Marcel Proust:

Un viaggio di scoperta non consiste nel vedere cose nuove, ma nell’avere nuovi occhi.

benché non abbia mai neppure pensato di leggere un suo romanzo.

Il mio sprezzo del pericolo, anzi, si spinge ancora oltre: non solo quella frase l’ho citata, ma continuerò a citarla. Infatti, essa torna spesso straordinariamente utile; in questo preciso momento, ad esempio, potrei servirmene per rivelarvi che la breve escursione che, domenica scorsa, ho compiuto a Modena, è stata, appunto, un viaggio di scoperta.

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Gaber Ricci, autore dell’Universo

L’opera visibile lasciata da questo autore è di facile e breve enumerazione. Sono pertanto imperdonabili le omissioni e le aggiunte perpetrate da Madame Henri Bachelier in un elenco ingannevole che un certo giornale la cui tendenza protestante non è un segreto per nessuno, ha avuto la sconsiderazione di presentare ai suoi deplorevoli lettori. Gli amici veri di Gaber Ricci hanno visto questo catalogo con allarme, ed anche con una certa tristezza. Non è molto (e sembra ieri) che ci riunimmo dinanzi al marmo finale, tra i cipressi infausti, e già l’Errore cerca di appannare la sua Memoria… decisamente una breve rettifica si impone.

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J.K. Rowling – Harry Potter e i Doni della Morte

Qualche anno fa (un paio d’anni prima che io nascessi, in effetti) Mina, interpretando un testo di Cristiano Malgioglio, cantava che l’importante è finire. Avrebbe fatto bene a ricordarsene quando ha iniziato a ricevere lodi sperticate da chiunque, nonostante rilasciasse ormai album completamente insignificanti (che è assai peggio che brutti); ma non è questo il punto.

Il punto è che le parole cui la tigre di Cremona prestò la voce, sono assai opportune ora che, dopo più di sei mesi di attesa, mi appresto a concludere l’Harry Potter Friday: l’importante è finire. Ma si potrebbe dire pure, e sarebbe altrettanto adeguato, che il problema è finire.

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