Quando c’è chi pranza e cena, e chi ha il pane a malapena

Un decennio fa, quando per la prima volta dopo diciannove anni lasciai il nido genitoriale per andare a studiare all’università, tutti i miei parenti, ma soprattutto mia madre e le mie nonne, manifestarono preoccupazione (com’era normale) riguardo parecchie vicissitudini che avrebbero potuto capitarmi: erano ovviamente terrorizzati dai trafficanti d’organi, dagli sconosciuti che avrebbero potuto lubricamente offrirmi delle caramelle glassate all’eroina, dai satanisti che avrebbero tentato di legarmi ad un altare per offrirmi in sacrificio a Bafometto e, più in generale, da tutto quello che può terrorizzare degli adulti che, improvvisamente, devono rassegnarsi all’idea di non poter più controllare momento per momento la vita di un bambino a cui vogliono bene. Avevano creduto decisamente troppo a quel che raccontavano i telegiornali nei ruggenti anni novanta, su questo siamo d’accordo.

Ciò che li spaventava più di tutto, comunque, era ovviamente l’idea che io non mangiassi: e, anche se all’epoca, per difendere quel brandello di autonomia che avevo finalmente conquistato, non l’avrei mai ammesso, oggi posso tranquillamente confessare che avrei pagato per avere ancora tra i piedi, alla sera tardi, mia madre e le sue clamorose cosce di pollo al forno, piuttosto che preparare, come volevo io, gli insipidi cordon bleu che, per i primi due anni di studio, rappresentarono una parte preponderante della mia alimentazione.

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Give up, la recensione (con grossi spoiler)

Scrivo su questo blog, ormai, da più di cinque anni; in precedenza, avevo occupato (abusivamente, dirà qualcuno, non del tutto a torto) un altro spazio telematico, cui, va ammesso, l’Internet aveva dedicato un’indifferenza addirittura superiore, se possibile, a quella che riserva a questo. Ma non importa, non è questo il punto (come disse la volpe che non riusciva a raggiungere l’uva, nella popolare favola di Esopo).

Il punto è, semmai, che tirando le somme, sono ormai sette anni che abito “attivamente” la Rete; e, in tutto questo tempo, solo una volta (questa) mi è capitato non dico di parlare dei, ma di accennare ai videogiochi: in quell’occasione, di fatti, paragonavo al Team Rocket (consesso di malvagi del franchise Pokèmon, caratterizzato – il consesso, non il franchise – da un’imponderabile inconsistenza narrativa) i cattivi di certe teorie del complotto, e mi chiedevo come fosse possibile, pur credendoci, arrivare a temere ed addirittura ad odiare delle storie che contenevano personaggi siffatti.

E dunque, in breve: in più di un settennio da autore (Dio, che parolone), i videogiochi sono comparsi nei miei scritti una mezza volta, e me ne sono servito come metro di paragone, per qualcosa che mi appariva ridicolo. Davvero, chiarito che questo è il mio background, c’è bisogno che io scriva altre parole (che, comunque, scriverò lo stesso, per via di quel mio piccolo problema col dono della sintesi) a proposito di Give up? Davvero, non basta il semplice fatto che io abbia deciso di dedicargli una recensione, a farvi comprendere che è un gioco che tutti anche coloro che, come me, quando sentono parlare di Wolfenstein, pensano al personaggio di qualche parodia di Mel Brooks, dovrebbero giocare?

Se non altro, perché farlo è molto semplice: basta possedere uno smartphone (che, al giorno d’oggi, equivale a dire: basta possedere un cuore che ancora batte).

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Le parole per dirlo

Per motivazioni che non saprei spiegare bene (visto che, colpevolmente, non mi sono mai eccessivamente interessato all’argomento), alcuni giorni fa, tra i consigliati della mia homepage Chrome, è comparsa quest’intervista rilasciata, ormai due mesi fa, dal meteorologo più noto d’Italia, Luca Mercalli, ad un giornalista de Linkiesta. Al centro della conversazione non potevano che esserci, visto il momento in cui è avvenuta ed il titolo dell’ultimo libro di Mercalli, Non c’è più tempo, i temi che hanno contribuito a rendere famoso il “professore coi papillon” a livello nazionale ed anzi nazional-popolare: il riscaldamento globale, le colpe attribuibili all’uomo per questo fenomeno, la visione (apparentemente radicale) dell’ambientalismo da lui professata.

Per una volta, sono stato felice della scelta dell’intelligenza artificiale, perché l’intervista è davvero interessante, ed invito tutti voi a leggerla, nel caso non l’abbiate già fatto; ciò non significa, ovviamente, che io abbia condiviso tutto quello che in essa viene detto.

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Gentlemen’s agreement

“La prego, ignori la penna” disse il Tipo Rispettabile, e mi guardò, o per meglio dire provò a guardarmi, visto che i miei occhi continuavano a restare incollati alla dozzinale biro arancione che, fino a qualche momento prima, era rimasta posata sul tavolo che ci separava: sapete, è piuttosto difficile distogliere lo sguardo da una penna che scrive da sola.

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Questione di scala

Che poi, probabilmente, si tratta di una specie di bias di conferma; o, forse, di qualcosa di peggio, un delirio di riferimento fatto e finito che presto mi porterà a scomparire dentro qualche oscuro reparto psichiatrico, e questo sarà il mio ultimo post su questo blog, e forse avrei dovuto scegliere delle parole migliori, per cominciarlo… ma comunque. Probabilmente, si tratta di una specie di bias di conferma: ogni giorno infatti intrattengo conversazioni con chiunque sia abbastanza prossimo da potermi udire e, pur parlando assai più di quanto non ascolti, molte sono le osservazioni che potrei raccogliere e tentare di far fruttare, se solo non le lasciassi scivolare nel rumore di fondo di ciò che mi circonda; se solo (ed ecco dove sta, il bias di conferma) non notassi ed evidenziassi e selezionassi e ricordassi ed analizzassi soltanto quelle che si riferiscono o anche paiono riferirsi agli argomenti di cui, malamente, mi sono occupato di recente su queste pagine che anche voi state scrivendo. Se solo non notassi ed evidenziassi e, insomma, ci siamo capiti, solo quelle che mi sono necessarie per dare una parvenza di verità alla frase: certe volte, ho l’impressione che i miei amici e conoscenti mi chiedano di continuare ad occuparmi di certi temi (che pure, lo riconosco, mi starebbero a cuore anche senza il loro inconsapevole appoggio), quelle che mi permettono di attribuire ad una causa diversa dalla mia mancanza di concisione il profluvio di -continua e parlipomeni ed addenda da cui questo sito è infestato.

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La mano sinistra delle tenebre

La luce è la mano sinistra della tenebre.

– Ursula K. Le Guin

Molto tempo fa, avevo iniziato una rubrica (intitolata Gaberrici’s Anatomy) che avrei voluto, in qualche modo, divulgativa; in particolare, mi proponevo di utilizzarla per parlare di tutti quegli argomenti di cui mi occupo professionalmente e che avrebbero potuto suscitare l’interesse dei miei tre o quattro lettori abituali, e di qualcuno che fosse giunto su queste pagine tradito dall’algoritmo di Google.

Se mi seguite da un po’, non dovrebbe esservi difficile immaginare che fine abbia fatto, questa rubrica, interrottasi ingloriosamente alla sua seconda puntata, mentre ancora non aveva finito di parlare del primo tema che avrebbe dovuto approfondire: e cioè, del cervello e di certe sue peculiari funzioni.

Bisogna ammetterlo: se è durata così poco, forse, è stata anche colpa mia, che ho scelto di assassinarla in culla andando a scegliere un argomento così difficile.

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