Copiare dovrebbe essere reato punibile con la pena di morte?

Il desiderio più ardente di un uomo è quello di fare quello per cui, palesemente, non è portato; io, ad esempio, nella vita avrei voluto fare lo scrittore di aforismi.

Sono invece finito a fare il medico (non voglio in alcun modo dare ad intendere, ovviamente, che sia capace di svolgere quest’ultima professione). Curiosamente, uno dei pochi aforismi che abbia composto e di cui sia soddisfatto riguarda, più o meno, proprio il mestiere che mi è toccato in sorte; esso recita:

coloro che frequentano le facoltà di medicina e chirurgia si distinguono in due categorie: quelli che vogliono fare i medici, e quelli che vogliono fare gli studenti di medicina.

Se queste parole, ai vostri occhi, hanno qualche merito, sappiate che non sono frutto di un particolare acume, ma, semplicemente, dell’esperienza. A vent’anni, incarnavo tutti i tratti peggiori della seconda categoria; ancor di più dopo che, durante una sessione invernale particolarmente fortunata, mi riuscì l’impresa di dare due esami in due giorni.

Provassi ancora i sentimenti che provavo in quei giorni, probabilmente siederei al ministero degli interni e rilascerei interviste parlando di me stesso in terza persona.

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A proposito di Phoned

Devo aver letto Cell, di Stephen King, non appena uscì nelle librerie, nel 2006 o giù di lì; ricordo infatti di essere giunto a terminarlo solo grazie alla testardaggine cieca dell’adolescente che crede di star facendo la cosa giusta. In effetti, quello fu uno dei meriti di quel libro, che oggi ricordo con fastidiosa indifferenza: farmi comprendere quanto doloroso e, peggio, futile sarebbe stato perseverare nel proposito cui, giovane lettore fulminato da Carrie e Misery, mi ero imbarcato con folle determinazione: leggere tutte le opere di quello che il marketing giornalistico vuole essere il “re del brivido”.

Il suo secondo merito fu quello di pormi di fronte ad un fatto spesso ignorato da chi è convinto, pur non avendo ancora messo mano alla penna (o alla tastiera), di aver scritto il miglior romanzo di ogni tempo (tale era, allora, la mia condizione): non basta, neppure se sei Stephen King, avere una buona idea, per scrivere un capolavoro. Spesso, anzi, non è neppure necessario.

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Absit iniuria verbis – Ancora non siamo fuori dall’introduzione

Alcuni giorni fa, leggendo l’articolo con cui ho annunciato il proposito di lanciare una rubrica intitolata Absit iniuria verbis”, redpoz (qui il suo blog) mi ha scritto, in privato, le seguenti parole:

cioè, hai annunciato il progetto prima di sapere se l’avresti portato a termine??

Ai due punti interrogativi (che, a suo disdoro, compaiono tal quali nella comunicazione informale che mi ha inviato) seguivano tre emoji che volevano indicare, credo, vivo divertimento.

Ho risposto che il primo, vero episodio di quella rubrica (che è questo) tardava ad arrivare perché molte erano le ricerche da fare, e difficoltoso lo stile da adottare.

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Memoria, ricordi e forse medicina

In uno dei suoi saggi, Borges narra che, quando in Mesopotamia cominciarono a comparire i caratteri cuneiformi, ad essi si guardò, inizialmente, più come ad un pericolo, che ad un’opportunità: se avessero preso l’abitudine di scriversi tutto, argomentarono alcuni, gli uomini, nel giro di due o tre generazioni, avrebbero finito per perdere del tutto quello che era forse il più straordinario tra i doni che la natura aveva loro voluto concedere, la memoria. Può essere divertente notare due cose: uno, che per raccontare questo aneddoto (che, come altri, considero troppo bello, per preoccuparmi della sua veridicità) Borges ed io abbiamo dovuto attingere a fonti scritte; due, che a distanza di secoli ce lo raccontiamo ancora: il che, direi, è una prova sufficiente a dimostrare che gli apocalittici di allora avevano torto.

Eppure, anche l’entusiasmo di quegli integrati che sostengono che, lungi dal cancellarla, l’invenzione della scrittura (e quella della stampa, e quella del computer, e quella della Rete…) abbia potenziato la memoria mi pare errata: quelle invenzioni ci hanno dato dei mezzi per non dimenticarci delle cose, non per farci ricordare meglio. Anzi, il fatto che, nei secoli, abbiamo quasi del tutto dimenticato la mnemotecnica, di cui erano campioni Giordano Bruno e Cicerone, e che oggi è invece materia di spettacoli teatrali (quali quelli portati in scena da Vanni De Luca, ad esempio), dimostra che la tecnologia, qualche danno alla nostra memoria deve averlo provocato.

Per quanto mi riguarda, a ricordarmi che è così ci pensa il delizioso blog di Murasaki. Continue reading

Tifiamo gongoro

E così, alla fine, mi sono ritrovato con Papa ad ascoltare i Fiaska Vuota (“musica rurale, ma in levare”). Conclusione singolare ed imprevista, considerando che tutto era iniziato con una canzone di cui, credo, i Fiaska Rotta non hanno mai prodotto, né mai produrranno (e questo un po’ mi dispiace) una cover: Zombie dei Cranberries.

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Di lato all’Aquarius

Che Matteo Salvini, nell’esercizio delle sue funzioni di ministro dell’interno, potesse, ad un certo punto, provocare crisi di ogni tipo (istituzionali, diplomatiche e, soprattutto, di nervi), era certo per chiunque ancora conservasse un minimo di memoria storica: volendo utilizzare una frase frusta, la domanda non era se, ma quando.

Certo, desta un certo sconcerto che, in dieci giorni di incarico, Salvini sia riuscito a far protestare formalmente non uno ma ben due stati: prima la Tunisia, con le sue dichiarazioni riguardo le loro attività di import-export (su tale argomento vi invito a leggere qui); poi Malta, con il tentativo di imporre all’isola di accogliere nei suoi porti, dopo aver deciso di chiudere quelli italiani, la nave Aquarius che, nei giorni scorsi, aveva soccorso e tratto in salvo nel canale di Sicilia oltre seicento persone (che quest’abitudine di utilizzare sempre e soltanto la parola migranti credo ci stia facendo perdere di vista il fatto che non parliamo di succo di zucca congelato, ma di esseri umani).

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