Un epilogo, o forse un prologo

La sua magia era fiorita tardi: aveva già quasi trent’anni quando si era resa conto di possederla o, meglio, di aver imparato a controllarla. Si diceva che era perché aveva avuto tutto quel tempo per svilupparsi che, quando infine si era manifestata, si era dimostrata così potente.

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Fare la punta

Esiste in Italia un’ampia massa di autoproclamatisi “progressisti”, che potrebbero essere definiti come segue: sono tutti coloro che hanno l’intima convinzione che il nostro paese (anzi, il Nostro Paese, e vivaddio che almeno all’articolo è concesso di conservare la lettera minuscola) debba respingere i migranti con ogni mezzo disponibile, ma che sia “disumano”, prima di riaffidarli alle amorevoli mani dei loro aguzzini libici, non dargli almeno una carezza o, viste le attuali preoccupazioni per l’igiene, non fargli giungere almeno una parola di conforto e solidarietà. Che è di sicuro quanto di cui più si ha bisogno, per sopravvivere all’inferno che abbiamo contribuito a creare in Libia, in parecchi modi (e quasi sempre, grazie a governi pretesi di centrosinistra).

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La paura creò gli dei

Nel 2004 avevo quindici anni, e già possedevo una coscienza politica: me l’ero costruita leggendo i libri di Harry Potter usciti fin lì; ascoltando le conversazioni degli studenti più grandi che frequentavano il mio liceo, e che mi sembravano abbastanza “alternativi” da potermi fidare (la maggioranza di loro, probabilmente, oggi fa il consulente per la multinazionale più crudele che riusciate ad immaginare, e/o il consigliere comunale della Lega Nord o di Casa Pound); sbirciando, di tanto in tanto, alcune pubblicazioni della cui esistenza, se fossi stato onesto, avrei dovuto informare in confessione il parroco della chiesa che ancora frequentavo, e convintamente.

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Facce ride

Per fortuna il mio razzismo non mi fa guardare quei programmi demenziali con tribune elettorali

cantava, parecchio tempo fa, Franco Battiato, in quella che credo sia a tutt’oggi la sua canzone più nota: e non serve un fine esegeta per rendersi conto che con questa frase, icastica e sprezzante, voleva esprimere tutto il suo fastidio nei confronti dell’ampio numero di appartenenti, a vario titolo, alla “classe dirigente” di allora, costantemente impegnati a ricordare al popolo italiano quanto fosse importante votare per loro. Nel superiore interesse di tutti, sia chiaro: esimi agiografi nostri contemporanei sono sempre pronti a ricordarci come, nella gloriosa Prima Repubblica, malaffare e secondi fini non esistevano, che li ha inventati Tangentopoli.

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D’esperienza

Questo articolo (come praticamente tutti quelli che scrivo) sarà, credo, una stanca ripetizione di riflessioni che altri hanno già sviluppato, prima e meglio, su tribune che, giustamente, hanno una visibilità assai maggiore di questo blog. Me ne scuso anticipatamente con tutti coloro che hanno letture più impegnative delle mie, e che negli ultimi anni si saranno imbattuti (su riviste specializzate di vari settori, e forse anche sulla stampa generalista) in un numero credo considerevole di analisi riguardo i modi ed i temi della comunicazione di Donald Trump.

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Provocazione

Nei giorni o, addirittura, nelle ore convulse che seguirono il terremoto dell’Aquila, qualcuno (purtroppo, non ricordo chi), evidentemente appassionato di letteratura pulp, propose difucilare (sul posto e senza processo, presumo) tutti coloro che si fossero resi colpevoli del reato di sciacallaggio (per altro, non previsto all’epoca, né ora, dal codice penale… ma, siccome nulla è nuovo, nel corso della storia, in quell’occasione si ventilò la possibilità di applicare il codice di guerra).

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