Calendario dell’avvento – Il test del libro di Babele

Il test del libro è un classico effetto mentalistico; ridotto alla sua essenza, funziona così: si consegna un libro a qualcuno, gli si fa scegliere una pagina, poi si dimostra o di saper leggere quella pagina con mezzi “non naturali” (ossia, senza mettere gli occhi sul libro), o di aver in qualche modo previsto che il libro sarebbe stato aperto proprio a quella pagina.

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Calendario dell’avvento – Rabdomanzia

Coloro che lavorano con la magia, sia a scopo di intrattenimento, sia pretendendo (non è mia intenzione qui interrogarmi su quanto titolo abbiano queste persone per farlo) di possedere qualche potere, si chiedono spesso perché essa, che pure dovrebbe essere un infinito motore di meraviglia, finisca per divenire antipatica a così tante persone.

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Calendario dell’avvento – A proposito di pubblicità

Ho già riconosciuto, nella puntata conclusiva delle mie Riflessioni parigine, il mio debito nei confronti di Angelo Monne e, soprattutto, nei confronti dei suoi straordinari “minilibri fai-da-te” (a proposito dei quali potete trovare ogni informazione qui); quello che non ho mai detto è che, già prima di quel post, avevo avuto modo di servirmi di quella sua “intuizione tipografica”: per la precisione, con essa avevo realizzato del materiale promozionale.

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Calendario dell’avvento – Introduzione

Seguire l’avanzamento dell’anno solare, ormai, è più facile guardando le vetrine dei negozi che il calendario: si comincia col (breve) “periodo della Befana”, a cui segue il “periodo del Carnevale”, spesso sovrapposto con quello “San Valentino”, ed i due fanno da apripista al “periodo della Pasqua” cui segue il “periodo del mare”, che prelude al “ritorno a scuola” subito sostituito dal “momento Halloween”; dal primo novembre, poi, si possono finalmente mettere in vetrina abeti e presepi e passare al “pezzo grosso”, alla celebrazione che, da sola, potrebbe dare un senso ad un intero anno di fallimenti e conti in rosso.

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Il Messino d’oro

Persone degne di fede mi dicono che uno dei telecronisti in forza alla televisione di stato per seguire i mondiali di calcio manifesti un’ammirazione sconfinata nei confronti delle squadre sudamericane e, in particolare, dei loro fuoriclasse più titolati, e si profonda in coloritissime esternazioni di giubilo quando questi ultimi segnano.

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Qualcosa farò, ma adesso no

Alcuni giorni fa (non so quanti ne saranno passati quando leggerete: ho iniziato con anticipo a scrivere questo disordinatissimo articolo, che non so ancora se e come si svilupperà e concluderà) si è tenuta la partita inaugurale del contestatissimo mondiale qatariota, che ha visto la squadra di casa, artificialmente assemblata da uno spagnolo foraggiato dai denari degli sceicchi del Golfo, soccombere con un secco due a zero contro l’Ecuador, non esattamente la più titolata delle nazionali della confederazione sudamericana.

A fronte di questa figuraccia, non sono stati in pochi ad esultare; si è trattato, mi è parso, delle stesse persone che nelle settimane scorse (e si dovrebbe trattare a parte del tempismo delle proteste) hanno parlato con sdegno di questa evidente buffonata, forse dimenticando che le tre precedenti edizioni del mondiale di calcio, disputate in Sudafrica, Brasile e (sentite quanto suona incredibile ricordarlo, considerando che la guerra ucraina era allora già in corso) Russia, non spiccavano certo per eleganza e trasparenza: anzi, le stesse criticità che il piccolo paese della penisola arabica ha dovuto affrontare (o, sarebbe meglio dire, ha voluto creare), solo ora messe in luce nell'”informazione mainstream”, avevano caratterizzato anche quelle edizioni della manifestazione.

Per parte mia, questo livore (del tutto giustificato, intendiamoci: ma non credo che il bersaglio giusto sia la squadra qatariota, i cui componenti sono solo una versione “privilegiata” di quegli schiavi che hanno costruito gli stadi in cui molti grassi, indifferenti occidentali, primi tra tutti quelli che occupano i vertici della FIFA, si siederanno nel corso del prossimo mese) mi ha portato a pormi una domanda: ma si può veramente parlare del mondiale 2022? O, meglio: ma siamo sicuri che, per chi l’ha organizzato, sia un male che il mondiale vada male, e che noi sottolineiamo che sta andando male?

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Da brividi

Uno degli argomenti di cui ho parlato più spesso, su questo blog, sono i fantasmi: a questo tema (attenzione, spoiler) era dedicato uno degli ultimi post che ho scritto, che mi ha fruttato alcuni lusinghieri commenti da parte di persone che conosco; un’intera rubrica di questo blog, che per contingenze esistenziali non posso più continuare, si intitola Spettri a Verona, ed il suo scopo, riporto dalla sua introduzione, era “non solo parlare con, ma far parlare gli spettri”. Due anni fa, raccontavo affascinato dell’esperienza vissuta dalla mia amica Anita che, alle tre di notte di una calda nottata estiva, al centro di quella pianura padana che molti autori e registi hanno voluto immaginare (immaginare soltanto?) essere luogo di ritrovo di potenze sovrannaturali di vario genere, sul muro della camera del bed and breakfast che dividevamo durante una breve vacanza congiunta aveva visto un fantasma: e solo una forma di pudore mi aveva portato a non confessare, allora, che il primo sentimento che avevo provato quando me l’aveva raccontato era stata l’invidia. Tant’è vero che, poche settimane dopo, trovandomi per una serie di contingenze fortuite a dormire in un’antica magione calabrese, una delle prime domande che avevo fatto alla padrona di casa che mi stava facendo fare un giro turistico tra le mura seicentesche era stata: “Mi dica una cosa, signora: ma ci sono i fantasmi qui?”.

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Un altro tunnel

Ho iniziato a lavorare alla tesi che, infine, ha inopinatamente permesso al signor Gaber Ricci di diventare il dottor Gaber Ricci all’inizio del mio sesto anno di studi; qualche mese dopo, ho incontrato uno studente che conoscevo, più giovane di me, che mi ha chiesto come mi andassero le cose… no, sto mentendo: mi ha chiesto se vedevo la luce in fondo al tunnel, ed io gli ho risposto che sì, la vedevo, ma che dopo vedevo un altro tunnel. Quindi gli ho aggiunto, giusto per sembrare ancor più meritevole di pietà, che mi sentivo più o meno come Sylvester Stallone dichiara di sentirsi alla fine del primo Rocky:

non mi frega niente neanche se mi spacca la testa, perché l’unica cosa che voglio è resistere […] [voglio] reggere alla distanza, quando suona l’ultimo gong [voglio essere] ancora in piedi.

Ero retorico quando avevo venticinque anni, lo so. Più prosaicamente, avrei potuto dirgli che volevo solo una cosa: e cioè, che la mia esperienza da studente di medicina finisse. L’avessi fatto, quella sarebbe stata, probabilmente, l’occasione in cui con più franchezza avessi mai parlato a qualcuno.

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