Sic semper arturianis

Suo padre gli parlava sempre bene di quel film. Gli diceva che era un classico, che come tutti i classici non sarebbe invecchiato mai, non importava quante volte altri (ovviamente peggio) avrebbero raccontato la sua stessa storia; e gli diceva pure, il povero sciocco che non sapeva cosa doveva capitargli (cosa doveva capitare a tutti loro), che era una delle cose più paurose che avesse visto nella sua intera vita. E lui si fidava di suo padre, ci mancherebbe, ma quel film era già vecchio, non molto, ma abbastanza, quando lui era nato, e per questo non aveva mai voluto vederlo, ed ora l’occasione era persa e presumibilmente non sarebbe tornata mai più, perché in cuor suo sperava (ed avrebbe fatto tutto quanto in suo potere perché fosse così) che in futuro gli uomini non avrebbero più voluto vedere cosa gli alieni avevano fatto loro, e non avrebbe dovuto vedere quello che loro avevano fatto agli alieni.

Eppure, nonostante questo, quella frase la conosceva perfino lui: nello spazio, nessuno può sentirti gridare.

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How (and why) to save a life

Ha ancora senso battersi contro un demone/quando la dittatura è dentro di te?

-Afterhours,Padania. Questa frase sarà sempre perfetta

L’altra mattina, mi è accaduta una cosa che credo unica, più che rara: quando, intorno alle nove, ho aperto la porta di casa mia dopo un turno di notte che era stato lungo, e difficile, e pesante, per la prima volta nella mia non-più-così-breve vita professionale (per altro, proprio il giorno prima avevo compiuto trent’anni), mi sono sentito completamente soddisfatto. Per la prima volta nella mia non-più-così-breve vita professionale, l’attimo prima di chiudere gli occhi, non ho rivisto la miriade di errori che avevo fatto durante quel turno e, a cascata, tutti quelli commessi nei turni precedenti; al contrario, ho pensato, con qualcosa più di un briciolo di compiacimento, che ogni situazione che mi si era presentata l’avevo gestita, se non benissimo, quanto meno nel modo in cui ci si aspetta che la gestisca un medico, e non uno studente di medicina trascinato contro la sua volontà nella corsia di un ospedale: e quindi, per la prima volta nella mia non-più-così-breve vita professionale, ho finalmente ammesso che, forse, avrei potuto anche farlo con profitto, quel lavoro così difficile (ma quale non lo è?) che mi ero scelto.

(E badate, so bene che quello di scegliersi il lavoro è un privilegio riservato a pochi).

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Perché la letteratura no?

Mi sono sempre chiesto perché, nel campo della letteratura (di ogni ordine e grado, intendo), sia praticata molto poco, o non sia praticata affatto, la nobile arte del rifacimento e quella, parallela, della versione, e perché gli unici modi in cui gli scrittori paiono capaci di appropriarsi delle idee e della voce degli altri loro colleghi siano la pratica, virtuosa ma vagamente onanistica, della citazione, e quella, censurabile ma assai più onesta di quanto sembri, del plagio.

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Roba da ricchi

La lettura e, soprattutto, la scoperta del minuto libretto di cui parlerò in queste mie note, devo ammetterlo, sono giunte molto vicine a convincermi di una verità che, fino a qualche anno fa, consideravo la più deleteria che avesse mai afflitto il genere umano: quella che vuole che il caso non esista.

Ecco, inizialmente avevo pensato di iniziare l’articolo che state leggendo con queste precise parole.

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