Al servizio delle storie

“Il dottor Andrew Wiles?” chiese uno dei due uomini in nero, il Tizio Basso, ed il bicchiere di latte che il giovane matematico teneva in mano cadde al suolo e scomparve in una pozzanghera bianca piena di schegge di vetro. Si era nel 1993, “Men in black” era di là da venire, e si tendeva, ancora, a considerare due uomini vestiti di nero da capo a piedi (a parte per la camicia bianca, che però serviva solo per fare contrasto) agenti coinvolti in qualche operazione governativa segretissima. O al limite beccamorti. Niente di cui fidarsi, insomma. Così, per stare sicuro, invece di chiedere chi fossero, Wiles, riuscendo ad impedire alla sua voce di tremare solo con un grande sforzo di volontà, domandò: “Chi vi manda?”.

“Buona domanda” rispose il Tizio Alto, che rivelò una voce sorprendentemente acuta. “Ma rispondere, credo, ci portrebbe via più tempo di quello che abbiamo a disposizione. Non lavoriamo per il governo, se è questo che la preoccupa. E nemmeno per qualche potenza straniera. Via, lei si occupa di teoria dei numeri, non di fisica atomica. Con risultati eccezionali, certo: ma chi vuole che abbia interesse a rapirla, senza offesa?”

“Quindi, non siete qui per…”

“Ciò non toglie” proseguì il Tizio Basso “che sì, in effetti siamo qui per la congettura. Ma non nel senso che lei immagina”

“Volete sottrarmela, vero? So che c’è un premio piuttosto consistente, per la sua dimostrazione. Per non parlare degli onori, la medaglia Fields e tutto il resto… be’, siete dei ladri sfortunati, signori miei. La mia dimostrazione è già stata depositata per la pubblicazione, e non c’è niente che voi possiate fare per impedire che divenga di pubblico dominio! Niente!”

“Non si scaldi, dottor Wiles, non vogliamo rubarle il frutto di tanti anni di lavoro. E, soprattutto, la consapevolezza di essere riuscito nel suo sogno di bambino: dimostrare l’ultima congettura di Fermat

“Ma come fate a sapere che…”

“Non importa, le basti sapere che lo sappiamo. Le pare abbastanza, per ascoltare quel che vogliamo dirle?”

“Io… sì. Ritengo di sì”. Si avvicinò una sedia e si sedette. Senza accorgersene, immerse le pantofole nel latte.

“Dunque. Ribadisco che non abbiamo il tempo di spiegarle per filo e per segno quale sia il nostro lavoro: diciamo, solo, che siamo al servizio delle storie. Delle belle storie”

“Credo di non capire”

“Non me ne stupisco. Anche a noi, a volte, occorrono centinaia… occorre molto tempo, voglio dire, per comprendere in pieno quale sia il nostro compito. Ma questo ne è un buon riassunto: siamo al servizio delle belle storie. Le proteggiamo dai pericoli che le minacciano”

Wiles deglutì. “Ed io… sarei un pericolo?”

“In effetti, sì. E speriamo di poter avere la sua collaborazione, perché questo pericolo venga rimosso” Tizio Alto si inserì nella conversazione: “Vede, c’è un ragazzo, in Francia, che sta pensando di imbastire una gran bella trama su due dei più grandi misteri matematici della storia: la congettura di Goldbach e, appunto, quella di Fermat. Non voglio rivelarle niente, perché magari le toglierò il piacere di scoprirlo da solo, ma tutto si regge sull’apparente impenetrabilità delle due congetture in questione, e sull’attività di un matematico che, in solitario, riesce a venirne a capo… Mi sembra superfluo dire che una sua dimostrazione, in questo momento, sarebbe quanto meno, come dire, inopportuna”

“Fatemi capire” disse Wiles, alzando la testa. “Voi mi state chiedendo di non pubblicare qualcosa a cui ho dedicato la mia vita, solo perché un ragazzino, in Francia, ci sta scrivendo sopra un romanzo?”

“Ma assolutamente, dottore, non potremmo mai! D’altronde, anche la sua, che viene a conoscenza della congettura da bambino, diventa matematico con l’intento di dimostrare che è vera, e alla fine ci riesce, è una storia troppo bella, perché noi non ce ne occupiamo… d’altronde, si potrebbe discutere dei tempi. Non è che potrebbe, che so, differire un poco l’annuncio del suo incredibile risultato? Non di tanto, basta un anno o due? Magari potrebbe inserire nella dimostrazione un piccolo errore, di cui poi potrebbe avvedersi, e tornare a lavorarci sopra solo per giungere, infine, alla conclusione sperata…”

Wiles si limitò a fissarlo. Ed il suo sguardo non esprimeva più paura, ma solo scetticismo e, anche, una punta di pietà.

“D’accordo, d’accordo” disse il Tizio Basso. “Mi pare ovvio che le nostre parole non l’abbiamo convinta e che ci considera due folli. Va bene, non è nostra abitudine insistere, e meno che mai minacciare. Tuttavia, se ci permette, vorremmo lasciarle un omaggio. Ci faccia almeno il favore di pensarci e, nel caso cambi idea, di avvertirci”

“Avvertirvi? E come?”

“Oh, troverà il modo” disse Tizio Alto.

E poi, non c’erano più. Il bicchiere di latte, integro, stava appoggiato sul lavandino. E, sul tavolo, c’era un libro che lui era sicuro di non aver acquistato.


“Pronto, sono Wiles”

“Oh, dottor Wiles, alla fine lo ha trovato, il modo di contattarci”

“Sì. Senta, volevo avvertirla. Ho letto il libro e… d’accordo. Ho modificato la dimostrazione. Il vostro amico francese avrà il tempo che gli serve”

“Splendido, splendido, dottor Wiles! Eravamo sicuri che ne sarebbe stato conquistato!”

[quando] Wiles annunciò la dimostrazione, stupì per il gran numero di idee e tecniche usate. Dopo un controllo più attento fu però scoperto un serio errore che sembrava condurre al ritiro definitivo della dimostrazione.

(da Wikipedia)

Lasciatevi conquistare anche voi.

Il teorema del pappagallo, di Denis Guedj, TEA

Il teorema del pappagallo, di Denis Guedj, TEA

Questo post partecipa ai Venerdì del libro. E sì, anche al Give math a chance. E credo di potermi inventare un futuro, per Tizio Alto e Tizio Basso.

5 thoughts on “Al servizio delle storie

  1. Questo libro mi manca… lo ammetto… lo cercherò anche se ho una lunga lista di libri da smaltire… prima o poi arriverò anche da lui… o meglio, lui arriverà da me. Buon fine settimana.

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