Lunedì film – I soliti ignoti – Mario Monicelli

Mario Monicelli è il mio regista preferito. Per tutta una serie di motivi.

Perché ha saputo inventarsi un genere, quasi da solo. Perché ha scelto di perseguire la via della commedia, che è una delle cose più difficili del mondo: è un momento, e da divertente (cosa che Monicelli fu sempre) diventi un coglione (cosa che Monicelli non fu mai). Perché col suo modo di fare e di girare, dimostrava che nulla è più drammatico che essere un comico in un paese di pazzi. Perché ha lavorato con i più grandi (Mastroianni, Gasmann, Sordi, tanto per dire nomi grossi). Perché è stato coerente fino all’ultimo secondo. Perché, nonostante ciò, non si è ripetuto quasi mai, e contemporaneamente ha saputo adattare il suo peculiare, inconfondibile modo di fare cinema al mondo che gli cambiava intorno, contenstandolo sempre e comunque. Ecco, penso che sia soprattutto per quest’ultimo punto, che lo preferisco a chiunque altro, e che voglio parlare, oggi, del film da lui girato che preferisco, pari merito con Un borghese piccolo piccolo, di cui ha già detto (ottimamente) iome.

Ho visto per la prima volta “I soliti ignoti” il giorno dopo la morte di Monicelli: lo trasmetteva La7, in prima serata. Lo guardai in uno stato d’animo piuttosto particolare: ero rattristato per motivazioni personali che non credo sia il caso di ricordare e contemporaneamente elettrizzato ed in qualche modo spaventato da quanto di “politico” mi stava accadendo attorno (iniziavano ad udirsi i primi scricchiolii nella macchina da guerra berlusconiana, e all’università avevamo occupato per protestare contro uno degli ultimi bei regali che B. stava per lasciarsi dietro, la riforma Gelmini degli atenei). La voglia di ridere, in definitiva, era prossima allo zero. Penso che se, quella sera, mi si fossero presentati davanti Aldo, Giovanni e Giacomo in compagnia di un redivivo Bill Hicks, non sarebbero riusciti neppure a farmi increspare le labbra.

Monicelli, con l’aiuto degli straordinari attori protagonisti di questo film, invece, mi fece ridere a creapapelle. Ed ottiene lo stesso effetto ogni volta che il film lo rivedo: anche se il film lo so a memoria, anche se anticipo ogni battuta (col paradossale effetto che mi guarda il film con me inizia a sentirmi ridere prima che ce ne sia motivo), anche se so che tutto lo sforzo della scalcagnata combriccola non porterà a nulla. Credo che se un aereo con a bordo tutti i miei cari precipitasse sulla mia casa distruggendola, se tutti i miei cari perissero nello schianto, se l’incidente causasse anche la perdita della mia virilità, ed il giorno dopo mi facessero vedere questo film, ebbene, riderei anche in quel momento.

Può sembrare sciocco che io sottolinei questo aspetto: ma ho l’impressione che, quando si parla di commedia all’italiana, spesso si tenda a dimenticare che i grandi capolavori del genere, dalla pellicola in questione a “Divorzio all’italiana” a “I mostri”, sono innanzitutto spassosi come poche altre cose al mondo. Certo, poi c’è l’attenta analisi della questione sociale, il modo tutto nuovo in cui gli allora giovani attori interpretavano le parti, la scrittura perfetta di grandi sceneggiatori come Age e Scarpelli, ed il fatto che il genere nacque proprio nella disastrata, distrutta, poverissima Italia. Che poi è quello che tutti fanno notare: che a noi italiani, che siamo sciovinisti impenitenti, piace sempre ricordare che abbiamo conquistato il mondo. Un po’ meno, che l’abbiamo fatto facendolo ridere. Eppure, è ciò di cui dovremmo andare più fieri.

Certo, poi è ovvio che c’è anche tutto il resto. Ne “I soliti ignoti”, protagonista è una banda di poveracci romani (Gassman, Mastroianni ed un paio di eccezionali caratteristi: Tiberio Murgia, Renato Salvatori, Carlo Pisacane, che dopo questo film tutti conosceranno come Capannelle) i quali, mossi dalla fame o dalla necessità (in qualche caso dalla fame e dalla necessità), decidono di tentare un’improbabile rapina ad un banco dei pegni. Come accennato, che non riusciranno mai a farcela è evidente fin dal primo momento: eppure, non si può non fare il tifo per loro, per l’impegno che mettono in quest’iniziativa che, inevitabilmente, non li porterà a nulla, se non a rompersi ossa ed a dover dare un sacco di soldi al furbo ladruncolo che li “addestra” e che offre loro i “ferri del mestiere”, Dante Crucciani (un eccezionale Totò); non si può non fare il tifo per loro anche si sa che in teoria loro sono i “cattivi”, i “delinquenti”, quelli che “remano contro” la ricostruzione che in quegli anni si stava trasformando nel boom economico che avrebbe fatto diventare Peppe er Pantera, spaccone pugile della periferia, in Giovanni, il borghese piccolo piccolo del film omonimo.

Ma no, cosa dico: tutti gli italiani avrebbero potuto trasformarsi in Giovanni, abbacinati dalla falsa ricchezza che gli anni Sessanta avrebbero riversato su di noi, ma non Peppe. A Peppe la ricchezza è preclusa, e ce lo dimostrano gli “sfondi” (che poi sfondi non sono: Roma è uno dei protagonisti della pellicola) in cui il film è ambientato: le borgate, i tuguri per poveracci ed immigrati, la periferia dell’impero di carta che Mussolini aveva creato sfrattando migliaia di persone dalle loro case, e che di lì a poco un altro grande poeta della macchina da presa, Pierpaolo Pasolini, avrebbe cantato con altrettanto lirismo.

Rispetto al bolognese, Monicelli ha una visione più disincantata: sa che nel tentativo ladresco della sua banda c’è anche una grossa componente di fancazzismo; ma, ciò nonostante, non giudica nessuno. La loro determinazione a portare a termine quello che hanno iniziato riscatta tutti i personaggi, ed anche qualcos’altro: il fatto che il gruppuscolo di uomini tenti di ribellarsi alla marginalità in cui la nascente ricchezza italiana li sta relegando con la purezza dei propri sentimenti.

La rapina è una scusa: lo scopo di questi uomini che si uniscono per un fine comune è quello di cementificare relazioni e rapporti umani, di creare un’amicizia che sarà il tema centrale di praticamente tutto il cinema di Monicelli (da “L’armata Brancaleone” ai film che rendono chiaro di cosa si parla fin dal titolo, “Amici miei” e “Cari fottutissimi amici”). Guardatevi il dialogo che si svolge tra Ferribotte e Mario quando quest’ultimo decide di mollare tutto, e ditemi se non ho ragione.

Il film, com’è ovvio, finisce in tragedia; una tragedia umana che la risata non stempera, ma piuttosto rende più dolorosa. Vivesse e girasse oggi, ne sono sicuro, Monicelli farebbe interpretare i ruoli principali ad un un siriano, un romeno ed un albanese. Così facendo ci dimostrerebbe quanto siamo piccini, quando appendiamo cartelli come questo fuori dai nostri esercizi commerciali. Come allora, farebbe incazzare qualche ministro, il quale non potrebbe sopportare che si mostri all’estero che in Italia, ecco, i poveracci rubano (o chiedono l’elemosina) per non morire di fame. Come allora, ci sbatterebbe sul muso la dura verità: e cioè che proprio chi dovrebbe monetarizzare tutto, per riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena, non si piega a voler trasformare le relazioni umane in transazioni economiche. Come allora, ci farebbe ridere a crepapelle.

Ditemi voi come si fa a non adorare un film del genere.

5 thoughts on “Lunedì film – I soliti ignoti – Mario Monicelli

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