QAnon – Quasi una premessa

In chiusura del mio ultimo post, citavo (e non per la prima volta, credo) quella frase invero notevole di Gilbert Chesterton:

quando gli uomini smettono di credere in Dio, non è che smettono di credere. Iniziano a credere a tutto.

Pur provenendo da un uomo le cui idee non condivido praticamente su nessun punto, devo ammettere che essa è piuttosto arguta, e bisogna riconoscere che contiene un buon grado di veridicità (ad esempio, mette a nudo con mirabile brevità il paradosso che si annida nel pensiero di gente come Odifreddi, che si dichiara non credente ma che professa, in realtà, una religione dell’irreligione). D’altronde, non ci si può nascondere: essa ha dei limiti. Ad esempio, tace del fatto che anche gli uomini che credono in Dio sono contemporaneamente capaci di credere a tutto: lo dimostra che, in quegli stessi Stati Uniti in cui molti sono convinti che Dio li abbia creati, così come sono adesso, in soli sette giorni (e si vede che andava di fretta, per citare Bill Hicks), abbia avuto (nell’ultimo anno eh, non nei giorni oscuri delle streghe di Salem o del maccartismo) un seguito considerevole una roba come QAnon; i cui punti salienti tenterò di riassumere, se me lo consentite, per coloro che non abbiano voglia di leggersi una lunga pagina Wikipedia, per altro redatta nell’aspra lingua di Albione.

Tutto è iniziato ad ottobre del 2017, quando hanno cominciato a comparire, su 4chan, dei post intitolati Bread crumps, ossia “molliche di pane”; il loro autore, come in molti casi su quel sito, era anonimo e si firmava, semplicemente, con la lettera Q (da qui il nome della teoria: Q ed anon, che è l’abbreviazione di anonimo). Costui affermava di lavorare presso il dipartimento dell’energia e di possedere “un’autorizzazione Q”, che consente l’accesso a vari tipi di documenti riservati; questa posizione gli avrebbe consentito di scoprire che è in corso un piano per tentare di rovesciare l’attuale presidente degli Stati Uniti. Donald Trump, infatti, si starebbe dando da fare (alcuni dicono addirittura che questo è il vero motivo per cui ha deciso di candidarsi) per smantellare (tenetevi forte) una gigantesca rete mondiale di pedofili satanisti, che fa capo a vari personaggi famosi, egualmente divisi tra politici, imprenditori, attori di Hollywood. Non vi sorprenderà sapere che tra i tanti spiccano Barack Obama, Hillary Clinton e George Soros (il quale, evidentemente, deve turbare i sogni dei “sovranisti” americani quanto turba quelli degli italiani).

Passando di bocca in bocca e, soprattutto, di sito in sito, e giovandosi delle aggiunte di parecchi altri utenti (tutti in possesso, evidentemente, di un’autorizzazione Q) le prime “molliche” hanno cominciato a raggrumarsi e sono giunte a formare un filone da un chilo e mezzo; alla fine QAnon ha tracimato da Internet ed è finito nel mondo offline: a maggio, un gruppo di vigilanti ha dato l’assalto ad un campo di senza tetto, convinti che lì fossero tenuti prigionieri i bambini destinati a finire nelle camere da letto (e, c’è da scommettersi, sulle tavole da pranzo) di Obama e degli altri “cattivi” di questo ennesimo rimasticamento dei Protocolli dei Savi di Sion; poche settimane dopo, un uomo ha occupato, praticamente manu militari, il ponte sulla diga di Hoover, poco lontano da Las Vegas, per chiedere che venissero pubblicati i veri risultati dell’indagine dell’FBI sulle mail private di Hillary Clinton, di cui molto si parlò durante l’ultima campagna elettorale americana. Perché gli adepti di QAnon credono che quelli resi pubblici dall’agenzia di intelligence siano stati pesantemente ritoccati.

In Italia, i primi a parlarne sono stati, verosimilmente, i Wu Ming (a quasi un anno dal quando ha preso il via: nel caso a qualcuno servisse una dimostrazione di quanto poco sappiamo di ciò che accade lontano dal nostro ombelico). È stata, a ben vedere, una fortuna.

Lasciata a chiunque altro, questa storia sarebbe verosimilmente divenuta il solito reportage sul ventre oscuro dell’America e sull’ennesima teoria del complotto (o forse sarebbe in questo caso meglio dire culto del complotto) da esso partorita, ed avremmo assistito al consueto freak show su tutti quegli statunitensi che sono capaci di bersi qualunque follia, purché provenga dal (o sia favorevole al) loro presidente, il quale, ovviamente, non può essere altrimenti che bianco e arrogante (altrimenti o è un frocio pedofilo, o è uno che ha falsificato il proprio certificato di nascita). Chissà, forse non ci sarebbero state risparmiate neppure le illazioni sulle conseguenze delle continue congiunzioni carnali tra consanguinei, che sono ormai un luogo comune della letteratura popolare che si occupa di redneck.

Il collettivo bolognese, invece, è riuscito a far esplodere quello che era, in fin dei conti, poco più di un fatto di costume, e tra le righe del (breve) articolo in cui ne hanno parlato sono riuscito a scorgere: un proposta di discorso altro sulle fake news; una breve analisi della psicologia dei sostenitori dell’alt right statunitense, così simile e così diversa dai populismi italiani; una disamina sulla dialettica vero-falso, che tanto mi affascina; perfino, un intrigante ed al tempo stesso inquietante racconto su un illusionista che tenta di trasformare il mondo (o, quanto meno, gli Stati Uniti) nel suo palcoscenico. Abbastanza per colpirmi; abbastanza, anzi, per appassionarmi al punto da farmi vincere la mia cronica pigrizia e da farmi tradurre (piuttosto male, in verità) l’intervista che gli stessi Wu Ming hanno rilasciato a Ryan Broderick di BuzzFeed. La trovate qui, con relative correzioni. Perché per la cronaca vale evidentemente quel che vale per le barzellette: tutto dipende da come la racconti.

E, forse, è per questo che io sto scrivendo quell’articolo: quello che leggerete tra qualche giorno e che conterrà, più o meno, la mia versione della barzelletta; o, per meglio dire, il mio punto di vista sul modo in cui, secondo alcuni, essa è stata raccontata. Di quell’articolo, vorrei che questo fosse un preambolo, quasi una premessa: la ricostruzione di “come si sono svolti i fatti”; la pista di decollo, solidamente piantata a terra, da cui partirà il lieve aeroplano dei “se” e dei “credo”.

Perché mi è capitato spesso di sentire qualcuno (di solito, un editorialista) che si chiedeva, riflettendo sulla quantità esorbitante di bufale che sembriamo essere capaci di ingurgitare senza essere mai sazi, “Ma quand’è che le cose hanno cominciato ad andare storte?”; e nessuno che gli abbia mai risposto che forse il tempo zero è stato quello in cui si è violata la regola fondamentale del giornalismo: da una parte i fatti, dall’altra le opinioni.

9 thoughts on “QAnon – Quasi una premessa

  1. Lasciami dire (da ateo) che credo che non si possa credere a questa cosa, che dice Chesterton, che chi non crede in Dio, poi crede a tutto. Comunque non credo sia mio compito dirti in cosa credere.

    Dopodiché, prima che si sviluppi un loop spazio-temporale, ti ringrazio e attendo con interesse l’articolo che ci mostra dall’alto lo sviluppo degli eventi.

  2. Certo che viviamo in un mondo di creduloni.
    In un periodo in cui l’informazione viaggia alla velocità della luce, si potrebbe ritenere (o sperare) in una facile divulgazione del conoscere.
    All’inverso, sono proprio le panzane di questo tipo a fare facile breccia nelle fragili menti odierne. Conosco di persona uno che crede al 90% delle teorie complottiste, e non c’è verso di ragionarci insieme. Non oso chiedergli del Q-Anon.

  3. Io non metterei in contrapposizione al buon giornalismo i fatti con le opinioni che possono essere opinabili pur partendo da un dato di fatto. Le bufale o fake news Così come piace chiamarle oggi non sono giornalismo ma hanno lo scopo di depistare l attenzione e quanto più inverosimili sono tanto più diventano credibili un po’ come quei fiori finti .
    così incredibilmente ben confezionati da sembrare veri.
    Chi crede lo fa per pigrizia mentale o per incapacità di risalire alle fonti.
    Mi sa che sono andata fuori tema.

    Sherabientot grazie

    • In realtà no, hai commentato nel futuro: sto infatti scrivendo un articolo che affronterà precisamente quel tema :-). Per il resto, non dico che le opinioni non possano essere giornalismo: dico che nel buon giornalismo fatti ed opinioni dovrebbero essere separati. Anzi, non lo dico io, ma qualunque manuale sul tema.

  4. Io resto basita e questo è quanto.
    Quand’è che le cose hanno cominciato ad andare male? Da quando agli uomini piace pensare di essere tra i pochi eletti che non si fanno turlupinare dalle bieche apparenze avendo accesso a fonti segrete e note appunto a pochi eletti. Da quando insomma si fanno turlupinare, cioè di tempi assai remoti.
    Certo che come komplotto questo di Qanon è ancora più idiota della media, e sì che ce ne vuole.
    Attendo sviluppi, vagamente schifata.

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