QAnon – Perfino i miei errori

Nel post che precede questo, e che ho cercato, per quanto possibile, di mantenere ad un livello di oggettività, riassumevo la parabola di QAnon, quella che è, verosimilmente, la più bizzarra (e meno divertente) teoria del complotto in cui mi sia capitato di imbattermi; riassumevo o, per meglio dire, tentavo di riassumere: tante e tali, infatti, sono le ramificazioni e gli sviluppi che essa ha assunto, che è impossibile darne un quadro organico e completo. A chi volesse la sintesi più brutale, si potrebbe dire: un anonimo (o un insieme di anonimi), che asserisce di possedere un’autorizzazione per accedere ai documenti più riservati in possesso del Dipartimento statunitense dell’energia, ha pubblicato, su Internet, una serie di post (chiamati bread crumps, molliche); in essi, egli dichiara che la Clinton, Obama, Soros (e, ho scoperto, anche Tom Hanks) sono i leader di una gigantesca setta satanista che pratica rituali pedofili, e che Donald Trump sta tentando in ogni modo di annientarli; un gruppo di americani crede a questo anonimo, che si fa chiamare Q.

Ciò, tuttavia, oltre a non essere così sintetico, toglierebbe ogni profondità ad un intreccio che è andato ben oltre la nuda trama.

Credo, anche se non l’ho scritto nell’altro post (perché si tratta di una mia opinione), che sia anche questo, ad aver avvicinato QAnon e i Wu Ming, da sempre interessati a ciò che non è lineare, a ciò che è perturbante, anche (soprattutto) quando proviene dallo schieramento a loro avverso; nonostante questo, la vostra eventuale domanda sarebbe ancora legittima: ma perché un gruppo di scrittori italiani, per quanto militanti, si preoccupa (e non poco) di un’ipotesi cospirativa statunitense tanto estrema da fuoriuscire perfino dal recinto dell’ideologia alt-right e da giungere tanto vicino all’ingresso del reparto di psichiatria? Intanto, ritengo, perché QAnon è una storia, e dunque sussiste un interesse, per così dire, professionale; in second’ordine, ci sono due motivazioni più specifiche:

  1. il loro primo romanzo si intitola Q e, come hanno notato molti loro fan stranieri, esistono numerose analogie tra il suo personaggio eponimo e l’autore (o gli autori) delle “molliche”: entrambi, infatti, dal cuore di una superpotenza che minaccia di crollare sotto il peso della sua stessa grandezza, producono e diffondono dispacci gonfi di segreti tanto oscuri, quanto falsi;
  2. questo parallelismo ha spinto alcuni ad ipotizzare che QAnon sia una colossale beffa, messa in atto da militanti di sinistra per ridicolizzare la destra americana, ed in questo simile agli scherzi giocati ai danni dei mass media, alla fine degli anni Novanta, dal Luther Blisset Project (una sua breve storia si trova qui), un gruppo di cui fecero parte anche gli attuali membri dei Wu Ming. Q, anzi, lo firmarono proprio col nome Luther Blisset.

Nei commenti che seguono il primo post dedicato all’argomento (che forse sono ancora più interessanti del post stesso) viene sottolineato che, se di burla si è trattato, non è che sia riuscita proprio benissimo: la destra, infatti, ha finito per appropriarsene ed usarla per i propri porci comodi, tra cui quello di giustificare gli atti paraterroristici di cui parlavamo nello scorso post.

Mi permetterei inoltre di aggiungere che, se accettiamo questa ipotesi di lavoro, di questo scherzo non si comprende l’utilità: i Wu Ming hanno scritto che la bufera giudiziaria che sta per abbattersi sulla presidenza Trump ha colto i suoi supporter (convinti da QAnon che i processi contro due importanti collaboratori del presidente non fossero altro che “operazioni di facciata” per coprire le vere operazioni della magistratura statunitense) completamente impreparati; ma non credo che tale effetto fosse stato previsto da chi (un anno fa!) ha avviato la “macchina burlogena”. E quindi, tolto questo: a cosa serve o, per meglio dire, a cosa è servito QAnon? Le beffe del Luther Blisset Project, in un momento storico in cui non era così evidente, dimostravano che i media creavano le stesse paure che cavalcavano, e che non sapevano distinguere (per fare un esempio) una messa nera da una festa in maschera. Qui cosa si voleva dimostrare? Che la gente crede alle bufale? Davvero?

E ancora: ma solo a me questo scherzone progettato dalle più acuminate menti dell’antagonismo made in USA pare rivelare un retropensiero di destra?

C’è infatti una sola certezza, riguardo QAnon: e cioè, che esso è stato costruito apposta per adescare non i giornalisti (che infatti ne hanno sempre parlato con disgusto e/o incredulità) ma le persone comuni; anzi, una categoria particolare di persone comuni: quelle in possesso di una cultura di base talmente scarsa, da non essere nemmeno capaci di distinguere tra una favola (per altro scritta assai male) e non dico dei fatti, ma quantomeno dei sospetti con un minimo di fondamento.

Ora, intendiamoci: io lo so che il successo di molte teorie del complotto dipende anche dal fatto che esse soddisfano una serie di “bisogni” assai poco onorevoli che molti esseri umani (forse tutti) hanno; so, pure, che questo è lo stesso motivo che porta le destre al trionfo. D’altronde, bisogna riconoscere che la scarsa educazione di un’ampia fetta della popolazione aiuta, in tal senso: ed in un contesto simile, dal prendere “semplicemente” in giro delle persone ignoranti (cosa di per se già abbastanza riprovevole) al prendere in giro delle persone perché sono ignoranti il passo è breve, ed è auspicabile non farlo: può essere infatti sadicamente divertente ridicolizzare degli analfabeti funzionali (ma va ancora di moda, quest’espressione?) che, anzi, in certi casi sono analfabeti tout court, ma se lo si fa bisogna avere ben in mente che così si crea una dicotomia tra “gli illetterati che vanno dietro a QAnon e votano Trump” e “gli illuminati che renderebbero il mondo un paradiso, se solo quegli altri non avessero il diritto di voto”. Ed alzare muri, operare distinzioni tanto manichee tra “buoni” e “cattivi”, è un obiettivo di e da destra, perché sposa la teoria del “gruppo eletto”, che si potrebbe riassumere nella seguente formula:

x, in sé, sarebbe perfetto/a, se solo non lo/la inquinassero y.

Mettete “la Germania” al posto di x e “gli ebrei” al posto di y, ed avrete il nazismo; mettete “l’America” al posto di x e “gli ignoranti trumpisti” al posto di Y, ed avrete il pensiero “di sinistra” che sta dietro a QAnon; i cui ideatori, evidentemente, ritengono che Trump abbia vinto non grazie agli enormi interessi di una ristretta elite, di cui si è fatto portavoce, ma per via della stupidità del popolino. Stupidità della quale, per altro, quel popolino ha colpa solo in minima parte.

In un paese classista come gli USA, infatti, l’istruzione di qualità (anche quella elementare) è un lusso che pochi si possono permettere: e così, questo compiaciuto sghignazzo contro chi è così scemo da abboccare finisce per colpire non il carnefice (che potrà continuare con la sua propaganda, bugiarda ma più “moderata”, e che quando sarà il momento calpesterà anche gli stessi “plebei” che oggi lo appoggiano) bensì le vittime di un sistema profondamente ingiusto: vittime che, per citare Umberto Eco, “risolvono tutti i loro problemi nel modo sbagliato”, ma che sono comunque delle vittime. E, come insegna Daniele Luttazzi, quando volgi l’arma del comico (di cui lo scherzo è un sottogenere) verso una vittima, stai facendo dello sfottò fascistoide.

Insomma, vagliare l’ipotesi burla mi ha fatto tornare in mente una frase di Jimi Hendrix:

ho sentito gente copiarmi così bene che copiava perfino i miei errori.

Il problema è che qui sembra che ad essere copiati siano stati solo gli errori.

6 thoughts on “QAnon – Perfino i miei errori

  1. Parecchie cose che scrivi mi spingono a riflessione, non tanto sulla vicenda di QAnon in sé, quanto sulle “conclusioni” (se così posso chiamarle) che trai.

    Parto dalla più banale, la “colpevolezza” degli analfabeti funzionali, visto che ho appena finito di ascoltare questo: https://www.youtube.com/watch?v=J6lyURyVz7k
    “Tutto si tiene”, verrebbe da dire, perché evidentemente viviamo in un circolo vizioso nel quale l’ineguaglianza alimenta l’ignoranza, che a sua volta alimenta le strumentalizzazioni più becere.
    E’ abbiamo un bel lottare contro le fake news, se le premesse sono queste.
    Un amico consigliava di lasciar perdere la battaglia politica per i prossimi 5-10 anni e focalizzarsi su quelli successivi, una sorta di “battaglia di retroguardia”. Per ripartire dalla scolarizzazione, aggiungerei io (come le vecchie campagne di memoria post-coloniale), nella speranza di creare un terreno da quale sia possibile maturare condizioni di confronto differenti.

    Step successivo: davvero quel “creare muri” che descrivi è “di destra”?
    Concordo sul fatto che “creare muri” (letteralmente o in altre forme di discriminazione/esclusione radicale) lo sia, ma il principio di eguaglianza -che è cardine della sinistra- premonisce di “trattare in modo eguale situazioni uguali e in modo diverso situazioni diverse”. Il problema è tracciare le diversità rilevanti: per la sinistra “storica” (fino a oggi) questioni di etnia/religione non lo so, ma l’educazione basilare? Possiamo ragionare sul fatto che forse è mutato il contesto e le diversità rilevanti potrebbero essere mutate?
    Penso, ad esempio, all’analisi sulla massa già proposta all’inizio degli anni ’30 (Ortega y Gasset fra i tanti, Toqueville prima di lui).

    Passo indietro: sicuramente, come scrivi, questa differenza dipende da fattori (anche) economici. Il che mi porta ad un’altra domanda: è di destra un “autoritarismo illuminato” che imponga alcune restrizioni in prospettiva di miglioramenti futuri per larga parte della popolazione? In fin dei conti tanti progressi sono stati “imposti” da minoranze (penso alle monarchie europee fra tardo 1700 e 1800). Non che voglia propugnare questa soluzione.

    Insomma, la domanda è: come educare le masse (che non vogliono essere educate)?

  2. Bene, io che all’istruzione di base ci lavoro cerco di dedicarmi anche alla questione delle fonti (e del più elementare buon senso), non senza qualche risultato. Ma lavoro su un campione privilegiato e le famiglie sembrano abbastanza raziocinanti.
    Il problema, secondo me, è non tanto l’analfabetismo di ritorno quanto quello di semplice andata, che risale a ferite mai ancora curate dopo la riunificazione d’Italia. Ma sono tutte cose già dette e ridette, temo…

  3. Semplicemente il fatto che le percentuali di analfabetismo in molte regioni fossero terrificanti e che solo dal secondo dopoguerra l’istruzione ELEMENTARE si è davvero diffusa (ma con diverse zone d’ombra al Sud). Insomma, gli italianinsono più ignoranti della media degli europei per lunga tradizione.

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