Va già meglio, vero?

Quando sentì pronunciare il suo nome, espirò e, a passo controllato, iniziò a scendere le scale che lo avrebbero portato sul palcoscenico più importante (anche se non il più altolocato, ma che importava) del paese; mentre si trovava tra il sesto ed il settimo gradino, gli tornò in mente quell’idea del ruzzolone, che non era stata sua ma a cui, pure, a lungo aveva pensato di dar seguito (prendendosene il merito, non c’era neanche bisogno di dirlo): ma, alla fine, rinunciò. Intanto, perché i tempi di Stanlio e Olio erano finiti da un pezzo, e poi perché l’ultimo che aveva cercato di diventare famoso facendo finta di farsi male in quel teatro, ormai, non se lo ricordava più nessuno. Anche se, dopo quella sera…

Saltò giù dalla scalinata e scivolò come uno che non è abituato a portare le scarpe eleganti (dozzinale, ma il pubblico rise; rideva sempre, ultimamente); pattinando come se stesse facendo sci di fondo, arrivò infine vicino al conduttore. Questi indossò il migliore dei suoi sorrisi e, senza smettere di guardare in platea, gli strinse la mano (la trovò viscida di sudore, ma non gliene fece una colpa: faceva caldo, su quel palcoscenico, e non solo per via dei riflettori) e, quindi, disse le parole che dovevano dare il via ad un breve duetto: “Che piacere vederti, ne hanno parlato tutti i giornali…”. Lui attese che giungesse l’attimo esatto, e lo interruppe: “Ah, ma allora cosa ci faccio qui? Se ne hanno parlato tutti i giornali, non può essere vero!”. Si voltò, come se volesse andarsene; l’altro lo tirò per la giacca, ed a lui venne in mente quella battuta sul presidente della repubblica che aveva inserito nel copione, e di cui aveva sperato nessuno si accorgesse: nulla di sovversivo, ci mancherebbe, ma, pure, “per prudenza”… Aveva acconsentito a rimuoverla senza protestare eccessivamente; senza protestare affatto, anzi: d’altronde, quando aveva accettato (meglio: quando il suo agente aveva accettato) di partecipare a Sanremo, sapeva che c’erano delle regole, no?

Si voltò a guardare il conduttore, che continuava a trattenerlo fingendo il terrore che, presumeva, può provare uno che si sta lasciando sfuggire il pezzo forte della serata, e decise che, in fin dei conti, era stato fortunato: quanto meno, a lui un paio di battute erano stati costretti a perdonargliele; a quell’altro, invece, che pure in un certo modo aveva un passato assai più glorioso del suo (ma il passato ha il notevole difetto di essere passato), sospettava avessero prescritto, con rigore quasi sanitario, perfino i tempi e la profondità di ogni respiro. Guardò, allora, con molta più indulgenza all’astio che aveva manifestato nei suoi confronti durante le prove, alle quali si era presentato in perfetto orario (funzionava sempre, l’identità del cattivo ragazzo che prende il suo lavoro da privilegiato molto sul serio); e sì che, sin da principio, nei confronti di quell’astio era stato fin dall’inizio comprensivo: perché capiva come doveva sentirsi uno che era famoso perché era lì, di fronte a lui, che era lì perché era famoso.

Slanciò la gamba avanti e la lasciò pesantemente ricadere; ruotò velocemente sui talloni mentre il conduttore, con perfetto tempismo, liberava dalla presa la giacca, ed eccolo faccia a faccia col pubblico, il più esigente d’Italia. Sul suo volto si allargò un sorriso, che pareva capace di fargli schizzare via le orecchie: un sorriso di quelli che avrebbero fatto comprendere anche ad un cieco che aveva scherzato, che non voleva andarsene davvero davvero. Era la regola numero uno, giusto?, pochi messaggi, e molto chiari… no, si stava sbagliando: quella era la due. La uno era quella che conteneva la parola “controverso”, ed un numero di divieti talmente alto da sembrare uscita non dal “consiglio fraterno” di un “collega che ti stima molto”, ma da un sogno erotico di Mussolini.

Diavolo, quella era buona, e gli sarebbe piaciuto dirla; ma sospettava che, se l’avesse fatto, al suo agente, che stava appollaiato in platea da qualche parte ad accertarsi che non facesse cazzate, sarebbe venuto un attacco di cuore: e lui lo sapeva che in quello show non c’era tempo per fermarsi a soccorrere uno a cui si fermava il cuore, ed insomma al suo agente, anche se era un irredimibile stronzo, dopo tutti quegli anni voleva bene, in un certo senso… e poi, ogni cosa a suo tempo. Ci sarebbe stata occasione, a breve, di fargli fermare il cuore, rodere il fegato e qualunque altra metafora fosse possibile costruire partendo da un organo del corpo umano.

Era appena giunta l’inevitabile domanda sui suoi amici giapponesi, che sospettava qualcuno avesse iniziato a credere esistere veramente, benché gli sketch in cui, di tanto in tanto, venivano fuori, erano talmente intrisi di luoghi comuni da sembrare usciti da un film di propaganda americano della Seconda guerra mondiale; la sua risposta gli guadagnò un educato applauso, ed alluse vagamente al genere femminile: ne scaturì una chiacchierata (tutte le battute gliele stava servendo bene, doveva ammetterlo), che si concluse con un’addolorata denuncia di un problema dei nostri tempi, le donne che devono truccarsi e “insomma ieri sera mi sono guardato tutta la puntata del festival, nel tempo che è stata in bagno! E poi mentre sceglieva un vestito, pure il dopofestival… ma lo fanno ancora, un dopofestival? Vi serve un presentatore?”.

Se gli piaceva? Oh, cazzo!, ma certo che no; in fin dei conti, comunque, era sempre meglio di quello che avrebbe seguito, del tutto incongruamente, quel suo curioso aneddoto, su quella volta in cui lo avevano indotto a scegliere tra “un’ottima memoria e (fa un gesto infraintendibile con le mani, come ad indicare una misura) e allora io… cosa stavamo dicendo?”. Era una battuta da sghignazzo, ed in effetti il pubblico sghignazzò; lo stava ancora facendo, quando la voce del presentatore affermò, più che chiedere, che quell’umorismo così “impertinente” dipendeva, forse, dal fatto di essere cresciuto senza una figura paterna di riferimento, e ricordò a tutti i presenti in sala, ed a quelli che stavano guardando da casa (tutte persone che dovevano aver compiuto la sua stessa, avventata scelta, visto quante volte aveva raccontato quella storia, che poi era il vero motivo per cui era famoso, nelle interviste che aveva concesso nelle ultime due settimane), che suo padre era morto quando lui aveva appena tre anni.

Dubitava che un comico fosse l’uomo giusto per discutere di questi argomenti; anche perché, anche se quell’aspetto del suo personaggio era effettivamente “ispirato a fatti realmente accaduti”, non credeva che su di loro la sua testimonianza contasse granché: diavolo, aveva appena tre anni. Che cosa volevano che si ricordasse del padre, a parte le carezze che gli aveva dato e quella volta in cui gli aveva regalato un pallone color verde pisello? Se la cavò con una considerazione (che non condivideva) sul ruolo che dovrebbe rivestire l’ironia nella vita; accennò poi a quanto è importante riconoscere qualcuno come padre, in tempi, come quelli contemporanei, in cui è in atto una sempre maggiore femminilizzazione castrante dei bambini di sesso maschile… cioè, non lo disse proprio in questi termini (altrimenti non l’avrebbero applaudito), ma fu sicuro che un paio di semiologi all’ascolto aveva capito che era quello, che (non) voleva dire.

Scese un silenzio carico d’imbarazzo; di quell’imbarazzo, però, che può facilmente essere scambiato per commozione. Il conduttore lo sciolse ripetendo il suo nome, facendo un passo di lato e lasciando che venisse a prendersi il proscenio, da dove avrebbe pronunciato il suo monologo. Si faceva schifo, ma non importava: aveva fatto tutto, tutto, solo per quel momento, solo per essere lì, a dire quelle precise parole. Erano anni che le preparava, in segreto, e, per la prima volta da quando faceva quel lavoro, gli venne davvero da ridere, mentre diceva, di fronte ad un pubblico che, udita la prima frase, non divenne religiosamente silenzioso come ci si aspettava da chi comprava il biglietto per quel teatro, ma clinicamente attonito, come chi ha appena avuto un colpo apoplettico:

“Avete sentito l’ultima del ministro Salvini? Ora se l’è presa col diavolo. Ma come fate a sopportare tutto questo? Io ho un mio sistema: me lo immagino nudo in una vasca da bagno con Di Maio che lo frusta e Conte che gli piscia addosso. Va già meglio, vero?”.

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