Dentro e fuori dal sogno

Quando, la scorsa domenica mattina, ho incontrato la mia amica Anita, la prima cosa che lei mi ha detto è stata: “Questa notte alle tre e mezza ho visto un fantasma”.

Eravamo in un bed and breakfast in provincia di Parma e, a mia discolpa contro coloro che volessero accusarmi di essere un pericoloso propalatore di epidemia (sono per altro asintomatico e tutti i fastidiosissimi accertamenti riguardo la presenza nel mio corpo col famigerato Covid-19 sono risultati più volte negativi), la struttura, piuttosto isolata nel bel mezzo della Bassa Parmense, non aveva altri clienti oltre noi. La sera prima eravamo andati a cena presso una “salsamenteria” (riporto fedelmente la definizione con cui viene qualificata da ogni fonte che sia stato in grado di trovare), che già più volte aveva avuto modo di appurare quanto voraci possono essere due persone minute come noi (ma di fronte allo strolghino ed al parmigiano reggiano invecchiato sessanta mesi, credo cadrebbe in tentazione anche un padre del deserto); quel giorno, avevamo in programma di percorrere i circa trenta chilometri che ci separavano da Langhirano e, in particolare, da una sua frazione, Torrechiara, dove si trova un castello rinascimentale che molti appassionati di cinema conoscono bene, anche se, probabilmente, a loro insaputa: è di fronte alle mura di quel maniero, infatti, che sono state girate alcune tra le scene più spettacolari di Ladyhawke, uno dei molti grandi film girati da Richard Donner tra gli anni Settanta ed Ottanta. Il castello, costruito per volere di un condottiero e signorotto locale, Pier Maria de’ Rossi, doveva servire come rifugio d’amore per lui e per Bianca Pellegrino, che era all’epoca la sua amante pressoché ufficiale e che tale rimane anche a distanza di secoli: le guide turistiche (che, lo so bene, non sono esattamente un esempio di affidabilità: ma diamo loro il beneficio del dubbio) riportano che i due sono sepolti, fianco a fianco, all’interno della cappella di San Nicodemo, piccola chiesa interna alla costruzione; nonostante la loro sia stata una storia piuttosto felice (Bianca e Pier Maria trascorsero insieme gran parte della loro vita senza sostanziali noie, e per chi ci crede sono ancora insieme), però, non mancano leggende che vogliono che l’uno o l’altra si aggirino di notte tra i merli e nei fossati, invocando il nome dell’amato/a e ricordandogli/le i voti d’amore eterno fatti in vita, ed addirittura incisi nei muri della loro meravigliosa stanza da letto, la Camera d’oro.

Storie di questo tipo (parlo degli spettri, non degli adulteri) non mancano in praticamente nessuno dei castelli che ho avuto la fortuna di visitare negli anni, e quella zona dell’Emilia pare essere particolarmente ricca di anime più o meno in pena; d’altro canto, lo ammetto, a primo impatto ho fatto fatica a credere che una di queste fosse andata la notte precedente a fare una visita di cortesia ad Anita: e così, nonostante avessi notato che la sua espressione, mentre mi dava notizia di quel curioso incontro, era piuttosto seria e, anzi, oserei dire quasi tesa, l’ho presa in giro. Un poco me ne vergogno, ed un poco no: mi sono vendicato delle molte occasioni in cui, soprattutto di fronte alle mie velleità illusionistiche, lei aveva manifestato un materialismo, se possibile, ancora più integralista del mio; d’altronde, sapevo che a dar corda a quella che, nonostante non ci credessi, mi sembrava comunque una bellissima storia (se incontri un fantasma e lui non ti fa alcun male, perché dovresti temerlo?) prima o poi lei sarebbe uscita da quello strano stato di trance in cui sempre esita per lunghi minuti il suo sonno dopo che si è svegliata, e proprio in ragione di quel materialismo si sarebbe vergognata (e mi avrebbe rimproverato per non averla fatta ragionare) di essere stata così sciocca da aver creduto che un’ombra sul muro fosse l’impronta di un’anima trapassata rimasta su questa terra… perché? Francamente, quel bed and breakfast non mi sembra un luogo in cui siano stati commessi crimini; se si escludono le vezzose decorazioni alle pareti, ovviamente.

Così, avendo constatato quanto grave fosse la situazione per lei, ho iniziato ad offrirle l’ampio campionario di spiegazioni razionali che, se anche solo una volta avete letto uno di quegli sterili debunking che si divertono a prendersela con le leggende metropolitane, conoscerete benissimo: lo hai sognato; eri mezza addormentata; è stato il caldo; ti ha fatto male la birra; ieri sera abbiamo mangiato troppo (ed almeno quest’ultima spiegazione resisterebbe a qualunque tentativo di smentita). Ma anche questo, probabilmente, è stato un errore; se non altro per questo motivo: posso io davvero essere sicuro che quel fantasma non sia mai esistito? Poco più su, ho scritto che alla sua esistenza non credevo, e questo (che è stato essenzialmente un automatismo del mio pensiero) dovrebbe essere rivelatore: così come per l’esistenza di Dio, non abbiamo alcun modo scientifico per accertare se una data manifestazione sia un fantasma (o un angelo, o un demone, o un poltergeist); anzi, non abbiamo nemmeno una definizione formale di cosa sia, un fantasma, e di quali caratteristiche potrebbero permetterci di riconoscerlo come tale oltre ogni ragionevole dubbio: queste limitazioni dimostrano che di esse non se ne è mai sentito il bisogno, e che dunque è assai improbabile che esista una vita dopo la morte o, almeno, quella vita dopo la morte, ma ci dicono pure che dovremmo essere assai più cauti (proprio per rispetto al rigore scientifico di cui ci facciamo paladini) quando etichettiamo come scemenze storie come quelle capitate ad Anita. Per altro, per chi le vive esse sono così intense che lei ha continuato a raccontarmi la sua finché non ci siamo seduti a far colazione sotto un bellissimo portico, ed il primo caffè della giornata ha spazzato le ultime “ombre strisciate fuori dal sogno”, come le avrebbero chiamate i Dream Theater, che con un nome del genere non potevano non comparire in questo articolo.

Con tutto ciò, voglio dire che ho deciso di devolvere i miei (ben scarsi) averi alle società che propagandano lo spiritismo, e che riconoscerò Roberto Giacobbo (sul quale ho per altro tentato di esprimere un giudizio qui) come un profeta? No, e credo che sulla questione “fenomeni paranormali” (quando non siano in gioco tentativi di truffa ai danni di persone assai fragili, naturalmente) bisognerebbe mantenere un atteggiamento meno polarizzante, ricordando che (mi scuso per la frase fatta) tra il bianco del “sono tutte frottole” ed il nero dell’“è tutto vero”, esistono svariate gradazioni di grigio.

Quella che io ho scelto, e che dopo congrua riflessione ho comunicato anche ad Anita (che credo l’abbia accettata) è la seguente: effettivamente hai visto un fantasma, però quel fantasma non esiste.

Non credo che in molti si stupiranno dell’apparente contraddittorietà di questa conclusione, per spiegare la quale potrei far ricorso ad una frase piuttosto nota, tratta da Harry Potter e i Doni della Morte (per altro, chi la pronuncia è in un certo senso un fantasma): naturalmente sta succedendo tutto nella tua testa, ma perché questo dovrebbe significare che non è vero? Eravamo in un ambiente che favoriva determinate suggestioni: il bed and breakfast in cui dormivamo era probabilmente l’unico luogo abitato nel raggio di parecchi chilometri di pianura completamente buia, che dunque si prestava ad essere riempita di qualunque cosa; ci trovavamo nella stessa città in cui, mentre lei mi guardava, io ho partecipato ad una seduta spiritica (ne ho parlato qui, utilizzando più o meno queste parole: io lo so che esistono molti modi “naturali” per farlo accadere, ma sta di fatto che sotto il mio dito quella planchette l’ho sentita muoversi da sola; in seguito, per altro, ho ripetuto l’esperienza); non eravamo in un posto troppo diverso da quello in cui, insieme ad un gruppo di altri amici, abbiamo passato un’intera nottata a raccontarci storie del terrore. Capite dunque che tutto sommato non ci sia nulla di strano nel fatto che il cervello della mia amica, sotto l’influenza della stanchezza, dell’afa padana e di una cena pantagruelica, abbia deciso di lavorare alla creazione di un fantasma, in maniera tutto sommato indipendente rispetto alla sua proprietaria, o almeno a molti suoi convincimenti e desideri.

Perché immagino che, a questo punto, un’obiezione potrebbe essere: se si lascia andare a simili suggestioni, allora la tua amica Anita non dev’essere materialista ed anzi materiale quanto tu la descrivi. Troverei, lo ammetto, una simile obiezione piuttosto superficiale: contraddizioni (in realtà apparenti) come questa sono praticamente la norma non solo per gli uomini singoli (per citare un esempio speculare, Arthur Conan Doyle era un fanatico fedele dello spiritismo, eppure fu capace di creare uno dei personaggi più “quadrati” della storia della letteratura; gli orrori metafisici di Lovecraft, d’altro canto, poggiavano su una solida conoscenza delle più dure tra le scienze), ma anche per la storia culturale di interi gruppi sociali. Avete mai pensato, ad esempio, che il romanzo gotico fiorì proprio quando sembrava che l’illuminismo fosse trionfante, e che il movimento decadentista prese vita contemporaneamente al positivismo ed alla sua pretesa di poter spiegare l’intero universo semplicemente col freddo calcolo? Il Rinascimento non fu forse uno dei periodi storici in cui maggiore fu l’interesse per l’esoterismo? E soprattutto: Newton, uno dei padri della scienza moderna, non intendeva utilizzare quelle sue scoperte per scrivere un grandioso trattato di alchimia?

Non possiamo rinunciare alla parte irrazionale del nostro cervello, più di quanto possiamo rinunciare al fatto di possedere due polmoni ed un fegato: credo sia questo che una parte della mia amica Anita abbia voluto dire all’altra, utilizzando come “canale di comunicazione” quello stato di “cosciente incoscienza” che non è sonno e non è veglia, e che il mio amico Mariano Tomatis chiama “la zona del crepuscolo”. Di qualcosa del genere si era accorto anche Gilbert Chesterton, che scrisse da qualche parte, nella sua sconfinata opera:

non è che quando gli uomini smettono di credere in Dio, smettono di credere. Anzi, iniziano a credere a tutto.

Ed è proprio questa sua frase che spiega perché io credo che non dovremmo temere, ma anzi rivendicare che i fantasmi esistono anche quando siamo ben svegli, e consci di tutto quello che ci succede intorno: perché, se non lo facciamo noi in modo ludico e liberatorio, qualche chiesa cercherà di farlo in modo molto, molto più violento. Per riportarci in quella “fortunata” condizione in cui non siamo più così sciocchi, ma crediamo solo ad una cosa: al Dio giusto, cioè a quello in cui lei ci dice di credere, pena il rogo.

5 thoughts on “Dentro e fuori dal sogno

    • Ho letto solo ora il pdf che, mea culpa, avevo dimenticato; be’, il mio punto di vista è sempre quello: se ti fa piacere pensare che lo fosse… chi sono io per dirti che non è così?

      (Il pdf l’ho scaricato e da domani sono in ferie… cercavo giusto qualcosa da leggere).

  1. anni fa (ma forse te l’avevo già raccontato), al palazzo del tè di mantova vidi una lapide di cui ricordo le testuali parole dell’epitaffio: “a clinio cottafavi, animatore di spiriti e di mura. la società del palazzo ducale ad imperitura memoria”. ecco, in quel “animatore di spiriti e di mura” c’è un universo. per parafrasare un noto concetto: “è l’uomo che crea i fantasmi?” (sottoitolo: delle meraviglie dell’amigdala e della sua non casuale posizione nel cuore del nostro encefalo)

    p.s. mi spiace davvero per l’altro giorno. alla fine, per altro, dopo aver consegnato le scarpe abbiamo fatto la costa ovest del lago, perché quella est era milano marittima dei tempi peggiori (come traffico).

  2. Ma va? Abbiamo avuto pensieri molto simili! (D’altro canto, abbiamo già prospettive di partenza molto simili). Credo che sia molto importante quella presa di coscienza sui limiti della nostra conoscenza, come atteggiamento scientifico: senza stare a ripetere quanto ho già scritto nel mio post, è necessario sospendere il giudizio; come per gli UFO – se non so che cos’è, non posso fornire spiegazioni prive di riscontro, ma dire semplicemente “non lo so, indaghiamo”. E se l’indagine non è possibile, rimane una questione irrisolta, anche se a tanta gente non piace restar senza spiegazioni.

    Stavo anche pensando che, in effetti, il fantasma è in sé irreale, tanto che si usa il termine per dire qualcosa di inesistente, una proiezione della propria mente, al di là del fatto se possa essere o meno l’anima di un defunto. Lei ha davvero visto un fantasma, qualcosa di strano e immateriale; che cosa poi fosse quel fantasma è opinabile. Dipende da quali “tracce” ha lasciato in lei. Anche quel post che ho scritto si basa su un evento piuttosto singolare e inquietante, e per la persona coinvolta (alquanto “sensibile” su tali manifestazioni) è stato significativo.

    In ogni caso, non riconoscere l’esistenza di una parte irrazionale è un buon ingrediente per la ricetta del disastro.

    • La tua riflessione sul fantasma mi fa venire il motto dietro cui si riunirono negli anni Sessanta alcuni giovani autori di fantascienza che volevano trasformare il genere in qualcosa di più adulto: “il vero spazio inesplorato è quello interno”. Forse gli UFO ci sono, ma sono le proiezioni della mente di chi li vede e non degli oggetti reali: quindi in effetti gli UFO esistono, ma non bisognerebbe cercarne le prove con mezzi fisici, bensì psicologici. Ed in questo senso l’errore lo fa sia chi li cerca e “ci crede”, sia chi fa le “indagini” e lo nega. È come cercare un complesso con un telescopio.

      Ma, comunque, io ritengo che quando si ha una credenza si debba essere ben consapevoli che si ha una credenza: viceversa, ci si inganna da soli. Ed anche questa è una buona ricetta per un disastro.

      (Sugli UFO, i fantasmi, i sogni premonitori… la mia idea è “per quello che ne sappiamo, no. Se avete altre prove, magari!”).

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