Ci sono cascato…

… e nonostante l’impegno programmatico solennemente assunto qui, non ho resistito e, negli ultimi giorni, ho risposto non ad uno ma a ben due post (di blog molto diversi tra loro) che parlavano di Covid-19 e, ovviamente, dell’impatto che sta avendo sulle nostre vite (e questi temi, d’altronde, sono quelli di cui più spesso parlo non solo “professionalmente”, ma anche “privatamente”: la farina del diavolo va tutta in crusca).

Voglio riportare qui questi commenti, prendendo ad esempio il mio amico bortocal, perché credo riassumano il mio pensiero su due “temi caldi” riguardo la gestione della pandemia, e credo che lasciare traccia del fatto che esso è esistito sarà utile, quando userò questo blog come una capsula del tempo e tenterò di comprendere cosa ero, al tempo del Covid-19 (sperando venga un momento in cui se ne potrà parlare al passato).

Il primo commento è stato vergato sotto questo post dei Wu Ming, che affrontava la questione delle conseguenze politiche della pandemia e, soprattutto, delle misure messe in atto ufficialmente per contrastarla (questione certo non residuale, ma che, sono colpevole, a mio modo di vedere non può scavalcare in importanza quella sulla protezione di chi rischia di ammallarsi e, potenzialmente, di morire):

Io penso che abbiate ragione quasi su tutto. E tuttavia, la domanda mi rimane: come? È un dato di fatto che aumentare i contatti aumenta il rischio di essere esposti ad un virus che mette le persone in pericolo di vita, immediato o “ritardato”. Per carità, è colpa di chi non ha avuto alcun interesse a comprendere quali attività sono più a rischio e quali meno, ma dobbiamo fare il meglio che possiamo con quello che abbiamo: ed ora come ora, consigliare a qualcuno di mantenere una vita sociale, di uscire ed incontrare altre persone, mi sembra un invito ad ammalarsi. Certo, la salute non è solo non prendersi malattie, e so benissimo che in questi mesi la nostra salute mentale è stata messa a dura prova (lo so anche per esperienza diretta); ma ora come ora, si rischia di presentarsi alla porta di un ospedale e di sentirsi rispondere: “non sappiamo dove metterti” se si prende il Covid, non se si ha una crisi di panico (che è orrendo e devastante, non voglio minimizzare). La colpa è di chi negli anni scorsi ha brutalmente tagliato i posti letto? Sì. Ma mai come ora ho sentito la scissione tra ciò che dovrei fare come “fedele” di una certa ideologia e quello che dovrei fare “professionalmente” (sono un medico e lavoro in pronto soccorso e, almeno dove lavoro io, la situazione rischia seriamente di precipitare): come posso dire alle persone che possono uscire, manifestare, incontrarsi, quando so benissimo che così facendo le espongo ad un contagio forse mortale? Questa mi sembra la domanda a cui dare risposta più urgente: è possibile elaborare un metodo di “autocontenimento” del virus, senza per questo diventare fan del lockdown, scherani di Burioni, delatori che chiamano i carabinieri ogni volta che vedono qualcuno con la mascherina non perfettamente in asse? Spero di sì. Ma al momento non vedo traccia di questo metodo.

Questo mio commento ha dato vita ad una piccola discussione (che non riporto per non allungare ulteriormente questo post, che vorrebbe essere solo una raccolta di appunti: vi invito però a seguirla da qui), in cui un utente del blog ha alluso al fatto che, in modo inconsapevole, potrei essere stato vittima di propaganda. Non lo escludo, ma non escludo neanche che c’entri la posizione “privilegiata” da cui sto osservando l’evolversi della situazione, e che mi spinge a considerarla più grave rispetto a chi non può sapere quanti pazienti entrano quotidianamente in ospedale.

Parlando della qual cosa… mi sono trovato, pure, a scrivere alcune, (forse troppo) arrabbiate parole sotto un post (questo) di un sito “per addetti ai lavori”, che esponeva i mille problemi a cui va incontro, a causa dell’insipienza altrui, chi si ritrova a lavorare in un pronto soccorso ai tempi del Covid, che conteneva un attacco piuttosto convenzionale ai cosiddetti negazionisti (termine, sono d’accordo, spesso usato a sproposito) e che si chiudeva con parole di speranza non troppo dissimili da quelle che, durante la prima ondata, ci avevano spinto a considerarci eroi ed a dirci che tutto sarebbe andato bene (entrambi, secondo me, grossolani errori):

ho condiviso quasi del tutto questo post fino alla sua conclusione, in cui mi sembra di vedere un intento consolatorio: d’accordo, le cose vanno malissimo, non sappiamo più dove mettere i pazienti, non abbiamo i mezzi e gli strumenti per trattare al meglio le persone… però facciamo comunque il lavoro più bello del mondo.

Intendiamoci: è vero, facciamo il lavoro più bello del mondo. Ma il problema è che in questo momento non lo stiamo facendo più, quel lavoro: passiamo (o, almeno, io passo) la maggior parte dei nostri turni a tentare di risolvere problemi che non sono medici, e che non dovrebbero essere affrontati da un medico di pronto soccorso; inventiamo percorsi, stiliamo in pochi minuti protocolli, telefoniamo a destra ed a manca per sapere come trattare questa o quella situazione, che sapevamo benissimo si sarebbe presentata ma che “chi di dovere” non ci ha indicato come trattare. In poche parole: improvvisiamo, perché non possiamo fare altro; perché siamo l’unico, maledetto posto in tutto l’ospedale dove non puoi chiudere le porte, dove se si presenta qualcuno alla porta non puoi dirgli “No, questo è un reparto pulito, lei non può entrare” o “No, qui non posso trattarla, vada da qualche altra parte”: insomma, perché siamo quelli che, come al solito, devono sobbarcarsi i limiti di un sistema che sta fallendo a dare risposte, benché abbia avuto tutto il tempo per prepararsele. Stiamo seriamente rischiando di non poter trattare bene i nostri pazienti, perché chi avrebbe dovuto prepararsi a questa seconda fase tanto temuta non l’ha fatto, perché ha preferito dire “Vabbè, magari il Covid mi passa vicino e non mi vede”, e noi, invece che con loro, ce la stiamo prendendo con uno sparuto gruppo di persone che non vuole mettersi la mascherina (non parlo con l’autore di questo post, ma con tanti medici ed infermieri che ho visto scrivere post e tweet in cui dicevano, essenzialmente, “vieni in corsia con me e ti faccio vedere che ce n’è, di Coviddi”): con chi ci sta mettendo praticamente di fronte ad un ricatto, dicendoci “queste sono le condizioni, se vuoi lavorare così, bene, altrimenti non lavorare affatto”. E questa situazione, credo, dovrebbe riempirci di una rabbia senza consolazione.

Al momento in cui scrivo, il commento in questione non ha ricevuto risposta. Forse ho esagerato, ma francamente mi sarebbe piaciuto leggere più parole di fuoco contro chi ci ha messo in una situazione, francamente, di merda, e meno verso chi non ne capisce (forse, perché non ne ha gli strumenti) l’effettiva gravità; più richieste di assunzione di responsabilità, e meno resoconti su quanto “folle” sia lavorare in questo momento (sottintendendo la fierezza di dire: ma noi lo stiamo facendo lo stesso. Perché, cos’altro dovremmo fare?).

Forse da questo articolo si percepirà uno dei motivi principali per cui questa pandemia mi sta dilaniando: l’essere giunto, ad un certo punto, a sentirmi estraneo a due mondi di cui, pure, ritenevo di far parte, quello della medicina e quello della sinistra. Ma d’altronde, entrambi mi stanno dimostrando che, nei loro “ranghi”, non c’è posto per la mia visione: non si può essere prudenti ma non colpevolisti, arrabbiati ma non burionisti.

E insomma ne ho avuto conferma: non sembra esistere, come scrivevo nell’articolo linkato sopra, alcuna “posizione laterale”. Ma forse sono io che non la vedo.

8 thoughts on “Ci sono cascato…

  1. parlare di rispetto con chi è impegnato oggi in prima persona in questa grave situazione, mi sembra perfino riduttivo e svilente. immagino quanto si possa essere frustrati nel vedere quanto poco intelligenza e preparazione hanno avuto spazio nella preparazione a quanto – chiunque e con pochi dubbi – paventava. Tutto sommato penso che il fenomeno dei negazionisti (ho una mia ragione per chiamarli così, ma sarebbe troppo lunga da spiegare qui), sia comunque ristretto a poche anime perdute, anche se fastidiose e rumorose. L’essere dilaniati da due (o più) tendenze contemporaneamente, però @gabericci, non è cosa nuova. Oggi parli di rigore intellettuale contro necessario pragmatismo, ma forse non è quello che comunque – e anche in tempi decisamente più normali – ci troviamo a fronteggiare all’interno dei nostri poveri esseri? Non è proprio quella la capacità migliore di noi umani, di provare a trovare soluzioni anche dove soluzioni non ce ne sono?

  2. ciao, tanta carne al fuoco.
    1. grazie della citazione per il blog come capsula del tempo; non so se sai che puntigliosamente la sto usando a questo scopo da quattro anni, riesaminando, anzi ripubblicando in un blog apposito in un quadro organico i miei post sparsi di dieci anni prima: ti metto in guardia sui risultati possibili (almeno per me): sembro a me stesso ampiamente un cretino e questo ha contribuito parecchio a sminuire la mia autostima (magari ce n’era bisogno, nel mio caso) e forse questa è una strada verso la saggezza, ossia, buddisticamente, verso l’annientamento dell’io.
    2. ho letto con infinita pena il post dei Wu Ming, prolisso e confuso, ma l’ho fatto in omaggio a te, diciamolo pure; con molto maggiore interesse il dibattito che hai aperto tu, dove le posizioni sono emerse in modo molto più lucido e coerente e sei riuscito a fargli dire molte cose finalmente sensate; però, proprio per questo, non so quanto te ne sei reso conto, ma alla fine li hai stanati: la loro posizione è di destra, ammantata di discorsi di sinistra: “sempre considerando che se poi collassa l’economia, il SSN non lo tieni in piedi comunque”; “Il governo ha dovuto tenere conto del malessere sociale provocato dai dpcm. E la cosa triste è che a imporgli di farlo sia stata la fifa per i riot “forconeschi” o nella migliore delle ipotesi confusionari, anziché la sinistra di movimento, la sinistra sociale”. l’idea appunto di questa sinistra estrema è si riuscire a fare le stesse cose che fa la destra estrema; ma purtroppo è dannata a non riuscirci mai, data l’irresistibile propensione alle seghe mentali dimostrata appunto dal post.
    3. il secondo post che citi non l’ho letto: era un’Iliade intera”, e impaginata anche malissimo! e poi dicono che sono prolisso io; ho letto, anzi riletto, il tuo intervento, testimonianza preziosa, direi io, e non saprei dirti perché è rimasto senza risposta; l’unica cosa che mi sento di dire, dal mio radicale punto di vista, è che non mi è sembrato affatto esagerato; ma se penso che tale sembrava a te in relazione al post, mi congratulo con me stesso di non averlo letto.
    4. il quarto punto è il più importante ed è il motivo principale di questo mio commento: la sensazione di sentirmi estraneo al mondo della sinistra di cui, pure, ritenevo di far parte, io l’ho provata da almeno quarant’anni; e non solo per una scelta mia, ma anche per concreti e spesso violenti processi di emarginazione subiti in relazione a posizioni prese, che non erano condivise. il tuo post è stato una importante occasione soggettiva per farci i conti e chiudere la questione, almeno per me: il vero centro del problema, caro gabriele, è che non esiste proprio nessun “mondo della sinistra” dal quale sentirsi emarginati; questa è una forma di suggestione giovanile; un bisogno di sentirsi parte di un gruppo identitario preciso, che dia respiro al nostro modo di essere e di pensare.
    bene, questo mondo non esiste, oppure, se esiste per qualcuno, è soltanto una rarissima eccezione, come i matrimoni ben riusciti, resa ancora più rara dal fatto che questa sarebbe una unione di gruppo. ciascuno di noi è solo nel suo modo originale di pensare, che può essere condiviso da altri solo per frammenti e periodi, visto che tutti continuamente cambiamo e dunque ci allontaniamo gli uni dagli altri. la percezione di fare parte di un gruppo è giusta, utile ed effettivamente condivisa soltanto a termine e per obiettivi limitati: si è parte di un gruppo solo quando si vuole realizzare qualche cosa di oggettivo e circoscritto e questo fine è effettivamente quello a cui anche gli altri tendono.
    al di fuori di queste occasioni circoscritte e mirate, nessuno di noi fa parte di nessun altro mondo che del mondo com’è, disordinato e scomposto, e che non concede affinità totali con nessun gruppo salvo che a chi si fa gregario negando se stesso, e al massimo ci regala un rapporto gratificante con qualche amico, se si riesce a circoscrivere l’area delle simpatie reciproche in modo da non urtarsi troppo con pretese totalizzanti; ed è anche meglio così: solo chi è capace di essere solo con se stesso può realmente costruire rapporti validi con gli altri.
    credo di avere assunto un fastidioso tono da guru, ma credimi che non l’ho fatto apposta. e auguri per le tue dure giornate.

    • Ho fatto passare un po’ di tempo perché volevo ponderare bene la risposta… ma non so se ne ho una a questo tuo denso commento.
      1. Io mi sento ampiamente un cretino già dopo una settimana, con rarissime eccezioni :-).
      2. Devo dire che quella risposta è parsa involontariamente “borghese” anche a me, e quasi avrei voluto chiedere: e quindi ora il governo fa bene?
      Sul 3. non penso di dover aggiungere altro, sul 4… non penso di volerlo.

  3. Pingback: la mia settimana virtuale dal 21 al 27 novembre – 505 – Cor-pus 2020

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