Comunicazione a margine

In conclusione al mio ultimo articolo scrivevo che forse sarebbe il caso di chiudere i microfoni davanti al muso (riporto testualmente) alle orde di “scienziati”, di varia tipologia e formazione, che affollano (ma in certi contesti sarebbe probabilmente più indicato dire infestano) i media da quando la pandemia è iniziata, ormai più di un anno fa (anche se a ben guardare le star della cosiddetta divulgazione scientifica avevano raggiunto la fama già in precedenza).

Tale richiesta era ovviamente formulata anche con intento provocatorio, ma non era in alcun modo motivata da una qualche forma di febbre censoria, per altro per me completamente inedita; semmai, a spingermi a scrivere quelle parole è stata la volontà di portare alle più estreme, e al tempo stesso più coerenti, conclusioni un mantra che agli stessi “scienziati” piace ripetere spesso e volentieri: quello secondo cui una determinata materia può essere esercitata solo e soltanto da chi ha una formazione specifica (e presumo qui si intenda una laurea specialistica, un master universitario o, meglio ancora, un incarico di docenza in quella materia, preferibilmente in un’istituzione privata). Alla luce di questo pensiero, che a volte diventa ancora più estremista e si declina nella forma “può esprimere opinioni su una determinata materia solo e soltanto chi ha una formazione specifica” mi chiedevo: considerando che, faccio per dire e mi ripeto, un immunologo riceve una formazione specifica su linfociti e citochine, ma nessuna su come comunicare ciò che ha studiato con tanta fatica (e so che è così perché molti immunologi sono medici, e vi assicuro che alla facoltà di medicina ben di rado ci veniva spiegato come parlare chiaro degli argomenti di nostra competenza), allora, coerentemente, gli immunologi (e gli infettivologi e i biochimici e gli intensi visti e i fisici teorici…) non dovrebbero astenersi dall’andare in televisione, o sui social, a fare la ruota come dei pavoni mostrando al mondo l’ampiezza della loro conoscenza? O, meno sarcasticamente: non dovrebbero astenersi dal divulgare?

Ribadisco: questi interrogativi nascevano sulla scorta di una volontà di provocazione, ed erano intesi più come una battuta salace con cui chiudere un articolo che aveva superato contro la mia volontà le mille e cinquecento parole, che come un vero spunto di riflessione. D’altro canto, come avrebbe potuto giustamente obiettare qualcuno, è quantomeno ingenuo credere che le “divulgastar” si occupino personalmente della loro comunicazione: senza dubbio avranno un social media manager, e forse anche un ghost writer che si occupa di rivedere i testi di quanto diranno durante le comparsate televisive e le conferenze che vengono poi riversate su YouTube e che fanno centinaia di migliaia di visualizzazioni in pochi giorni; c’è qualcosa di male in questo e, ad un livello più profondo, c’è qualcosa di male nel fatto che queste persone abbiano scelto di perseguire la fama e, dunque, percorrano la via più sicura che conduce ad essa, affidandosi a dei veri e propri professionisti della comunicazione? Assolutamente no; tuttavia, riflettendoci a mente fredda, mi sono reso conto che, per noi che viviamo (a volte, non lo nego, rosi dall’invidia) ai margini della gloria emanata dai divulgatori da salotto televisivo e che spesso e volentieri siamo chiamati a rispondere non solo delle evidenze, ma anche delle opinioni da loro snocciolate, può non essere futile esplorare cos’è la comunicazione di cui i loro consulenti (ipotetici, certo, ma verosimili) sono professionisti.

Credo infatti che, negli ultimi anni (che non per caso sono quelli in cui è avvenuta la rivoluzione della comunicazione), questo termine abbia assunto un significato specifico che ha modificato ed in effetti snaturato quello precedente e per così dire classico (questo cambiamento è per altro ciò che ha reso possibile l’affermazione ed il successo delle molte professioni definite da termini anglosassoni cui ho accennato nel precedente paragrafo); il Vocabolario Treccani, che ovviamente registra in ritardo le evoluzioni della lingua, definisce infatti questo lemma come segue:

il rendere partecipe qualcuno di un contenuto mentale o spirituale, di uno stato d’animo, in un rapporto spesso privilegiato e interattivo

Questo (che lo stesso vocabolario indica come il suo “senso più proprio”) non è nemmeno lontanamente il senso tecnico che questa parola ha assunto nel momento in cui essere famosi è divenuto sinonimo di comunicare; se non altro perché essere l’unico emittente che si rivolge ad una platea di ricevitori assai vasta (anzi, nella migliore delle condizioni il più vasta possibile) rende praticamente inattuabile l’instaurazione di “un rapporto privilegiato ed interattivo” con questa. Ciò dipende dal fatto che la definizione tradizionale di comunicazione mette al centro e contemporaneamente da per scontata la sua natura di mezzo, di strumento attraverso cui veicolare un messaggio (il “contenuto mentale o spirituale”, lo “stato d’animo”); viceversa, la definizione contemporanea, che è stata creata e ad un certo punto è divenuta indistinguibile da quella intesa a scopo commerciale e pubblicitario (non per nulla, non esiste alcun serio corso di comunicazione che non sia anche un corso di marketing), ha se stessa come scopo, ed anzi alcune volte non ha neppure un vero messaggio da far emergere: non è importante, o comunque è meno importante, “mettere in giro” un messaggio dotato di senso; semmai, ciò che conta è che chi quel messaggio lo produce e trasmette raggiunga il massimo numero di persone e che si imprima nella loro memoria (parecchio labile, visto il bombardamento di stimoli a cui è sottoposta nella società dell’informazione perenne) da volerlo sentire di nuovo: la misura di questa distinzione la da il fenomeno del flame, ossia del “litigio furioso” su Internet. Da un punto di vista tradizionale, esso è un fallimento comunicativo, perché indica che due o più persone si sono capite così poco (ossia, sono state così scarse a “mandare un messaggio”) da essere giunte ad insultarsi; da un punto di vista contemporaneo, esso può essere una benedizione o addirittura essere attivamente ricercato allo scopo di aumentare il cosiddetto engagement dei propri tifosi, ovvero per attirare qualche “spettatore neutrale” alla ricerca di un eroe che difende le sue opinioni, quali che esse siano: e non per nulla, storia della comunicazione su Internet (che è il regno del “modo contemporaneo”) è costellata di “blastatori” che sono divenuti oggetto di studio per la loro capacità di fidelizzare i clienti e di attirarne di nuovi… ho scritto clienti? Scusate, volevo dire utenti.

Ora, non vorrei star qui applicando le tre regole della tecnologia di Douglas Adams:

  • Tutto quello che è al mondo quando nasci è normale e banale ed è semplicemente parte del modo in cui il mondo funziona;
  • Tutto quello che viene inventato dai tuoi quindici ai tuoi trentacinque anni è nuovo e rivoluzionario, e con un po’ di fortuna potresti fare carriera usandolo;
  • Tutto quello che viene inventato dopo i tuoi trentacinque anni è contro l’ordine naturale delle cose (e per alcuni anche l’inizio della fine della civiltà come la conosciamo

se non altro perché non ho ancora trentacinque anni; può darsi pure che l’esasperato bisogno di comunicare nel senso che ho cercato di esplicitare possa portare, un domani, a qualcosa di buono (ma la mole di commenti e like per la figlia appena venuta al mondo di Chiara Ferragni mi fa disperare in questo senso). Il punto che volevo sottolineare è che esistono degli “ingredienti”, oggi come oggi, a cui non ci si può sottrarre se si punta al successo comunicativo; tra questi ingredienti spicca non solo la polarizzazione delle opinioni, (che ha condotto, faccio per dire, gli antivaccinisti ed anche i vaccinisti a credersi membri di una comunità religiosa impegnati in una lotta contro l’eresia), ma anche l’estrema semplificazione dei messaggi, che, come detto, possono in un certo momento addirittura scomparire, al punto che ciò che ci si trova a difendere è non più un’idea, ma un brand: ed io non so se quelle che più su ho chiamato “divulgastar” siano state effettivamente consigliate in questo senso, se abbiano seguito una loro naturale inclinazione o se, com’è più probabile, il sistema dell’informazione abbia favorito chi, tra coloro che parlavano di scienza, ha adottato il metodo di comunicazione ad esso più congeniale (perché, come sempre, chi pensa di usare un sistema finisce per esserne usato): quello che so è che la necessità della divulgazione hanno da tempo sorpassato quelle della scienza, ed in questo momento l’unico modo in cui uno scienziato può proporsi, se vuole sperare che qualcuno lo “faccia andare in onda”, è nel modo che irridevo qualche giorno fa. Come rappresentante dei “buoni” di un mondo che è semplicissimo da comprendere, e dove ci sono solo bianchi e neri.

Ma quello che mi ha sempre affascinato della scienza sono i suoi grigi. Forse dovrei aggiornarmi.

13 thoughts on “Comunicazione a margine

  1. quello che trovo divertente, è che per giustamente condannare un metodo di fare divulgazione che non fa davvero divulgazione, si utilizzi uno strumento di social network che è lo stesso veicolo che queste storture se non creato, ha promosso.

  2. Ero partito con l’idea di scrivere un altro commento ma mi ha fatto riflettere diversamente rmammaro. È possibile, oggi, non divulgare la scienza attraverso un linguaggio e dei canali che non siano quelli dei divulgastar? O il problema, più che l’immersione nei canali di comunicazione dei social media, è la (non) capacità di ricezione del messaggio se veicolato diversamente, perché non c’è la capacità di comprenderne il senso, con un analfabetismo funzionale più diffuso di quanti si immagini? In privato, per ragioni che poi ti spiegherò, ti racconterò come spesso anche il mondo della scienza non è più in grado di sostenere se stesso

    • Non è un quesito privo di senso. Ma ripeto che forse non abbiamo altre possibilità. Mi limito a rilevare un fatto, non giudico né giustifico… e non propongo soluzioni, perché non ne ho.

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