Stasera si recita a registro

Due sabati fa ho finalmente rivisto mio fratello dopo una lontananza durata circa nove mesi (scherzando, gli ho detto che per quanto ne sapevo avrebbe potuto presentarsi con un bambino in braccio e dirmi: ti presento tuo nipote); questa “assenza, più acuta presenza” è stata causata dalla nostra decisione, all’epoca sembrataci assai arguta, di andare a vivere in due regioni diverse (“tanto sono poco più di cento chilometri, cosa vuoi che sia”), che le “misure per il contenimento dell’infezione da Covid-19”, o come diavolo si chiamano in burocratese, hanno esposto in tutta la sua dissennatezza.

Ovviamente, dopo esserci incontrati ed aver scambiato i convenevoli di rito, costituiti in massima parte da insulti (anche se nessuno dei due ha avuto il cattivo gusto di tirare il ballo la madre dell’altro), abbiamo fatto quello che fanno tutti i fratelli che non si vedono da tre stagioni: abbiamo iniziato a parlare di registri linguistici.

In realtà, la discussione è partita da più lontano, e cioè da una mia osservazione casuale riguardo il fatto che l’italiano è, essenzialmente, una lingua artificiale, creata per favorire una comunicazione “internazionale” tra le cancellerie e gli intellettuali degli stati pre-unitari, ma a cui le classi lavoratrici e popolari sono rimaste tutto sommato impermeabili fino alla prima guerra mondiale (e, come si dirà in seguito, probabilmente anche oltre). Mio fratello ha opposto un’obiezione, ed io ho ribattuto con i dati che ho raccolto durante un’analisi socio-linguistica informale condotta nei luoghi in cui ho lavorato negli ultimi cinque anni: qui infatti vivono persone sostanzialmente bilingui, che utilizzano una lingua, il veneto, imparata a casa, per le conversazioni tra parenti ed amici, e ne utilizzano un’altra (o, meglio, ne dovrebbero utilizzare un’altra… ma non affrettiamo le cose), l’italiano, imparata a scuola, in quelle maggiormente formali. Mio fratello a questo punto si è mostrato parzialmente concorde, ed anzi ha riconosciuto che questa è una condizione diffusa praticamente ad ogni latitudine della Penisola, magari con differenze generazionali: mia nonna, che è del 38 e non ha mai lasciato non solo la città, ma il quartiere in cui è nata e cresciuta, si esprime nella maggioranza dei casi in quello strano dialetto del campano che è l’idioma che si parla a casa mia; nella mia famiglia, si è sempre detto che la sua sorella di latte, la quale a vent’anni si trasferì a Milano, non dovette trovarsi dal punto di vista linguistico in una situazione molto diversa rispetto a quella vissuta da chi emigrava in America; e comunque, zia Maria pur avendo svolto per molto tempo una professione, la portinaia, che la obbligava a parlare l’italiano, ancora quando l’ho conosciuta io (aveva quasi settant’anni), preferiva di gran lunga la sua “lingua madre”, quando ne aveva la possibilità (e di fatti, la mitologia familiare racconta che inseguiva le automobili targate Frosinone e ne invitata i conducenti a pranzo). È stato a questo punto che la conversazione si è impercettibilmente spostata sul tema che ho accennato all’inizio: ho infatti osservato che nostra nonna, alla bisogna, ha la capacità e la volontà di mettere insieme qualche parola in un italiano stentato ma accettabile, quando si rende conto che il contesto (parola che ultimamente mi sta perseguitando) lo richiede; tale capacità, e tale volontà, sembra invece mancare ad alcuni e, anzi, alla maggioranza dei veneti, i quali spesso continuano a parlare tra loro, ed anche con degli “estranei”, nella loro vera lingua madre, anche quando la situazione consiglierebbe di non farlo, ad esempio perché c’è qualcuno che quella lingua non la capisce: e questo è un vezzo che colpisce non solo gli anziani, ma anche i giovani ed i giovanissimi. Mio fratello ha ricordato, a questo proposito, quanto capitatogli con un suo coinquilino, originario della provincia di Vicenza: questi aveva invitato a cena una sua amica e conterranea, ed ha parlato con lei, per tutto il tempo, in veneto, di fatto escludendolo dalla conversazione, pur avendo i tre condiviso il tavolo della cena.

Ora: non sono uno sciocco, e so bene che la decisione di utilizzare la lingua “popolare” in alternativa ed anzi a volte in contrasto con quella “ufficiale” è in Veneto una questione sociale ed anche politica in senso stretto; è una scelta che ha a che fare intanto con la costruzione di un’identità (fatto non necessariamente negativo, come argomentavo qui), la quale è per altro ironicamente legata ad una repubblica di Venezia, vagheggiata e mitologizzata, che in queste terre fu colonialista prima del colonialismo, e dall’altro con la necessità di offrire qualcosa ad una popolazione che ha visto infrangersi negli ultimi anni il “miracolo economico” costruito durante gli anni Settanta ed Ottanta, quando i veneti erano i “terroni del Nord”: miracolo che è stato edificato su basi molto fragili, che non sempre è stato “legalmente limpido” e che in larga parte ha devastato i territori dal punto di vista ambientale e sanitario (vedi alla voce PFAS, considera il fatto che il Veneto sia la regione italiana con la più alta percentuale di consumo del suolo…), ma che gli abitanti di quegli stessi territori, e soprattutto quelli “che c’erano”, percepiscono ancora come un’età dell’oro che non ritornerà mai più (perché i giovani sono pigri, perché i moretti vengono a rubare in casa, perché a Roma non capiscono il Veneto…). Non si può dunque negare che ci sia, dietro l’insistenza sull’utilizzo del “dialetto” (magari mascherato da “recupero delle tradizioni”, “conoscenza della nostra storia” e via retorichezzando), un sostrato fascista o, per meglio dire, ur-fascista: Umberto Eco, che ha coniato questo termine, sottolineava infatti come questa ideologia politica “dice [a coloro che sono privi di qualunque identità sociale ed a chi è frustrato da per qualche crisi economica o umiliazione politica] che il loro unico privilegio è il più comune di tutti, quello di essere nati nello stesso paese”.

Ho tuttavia scritto più su che mia nonna ha la volontà e la capacità di “cambiare lingua”, e questo è equivalente a dire che mia nonna ha la capacità e la volontà di (ed ecco che ci siamo tornati) modulare il proprio registro linguistico, di rendersi conto che in certe situazioni si parla in un certo modo e che in altre si parla in un altro; e, se quanto detto nel paragrafo precedente spiega perché in Veneto spesso manchi la volontà di esprimersi diversamente che con la lingua imparata dai genitori e dai nonni (anche quando sarebbe meglio non farlo), non spiega tuttavia perché in certi casi si ha l’impressione che manchi proprio la capacità di farlo; e qui io credo che abbia un peso non indifferente una certa diffidenza verso la cultura scolastica, ed in particolare verso la cultura che in senso lato potremmo definire umanistica: quella, per capirci, che non ti insegna come portare il pane a casa, quella che non potrai utilizzare in nessun modo per fare gli schei. Quella che, come spiegavo qui, è importante conoscere per non farsi fregare. Sia chiaro, questa diffidenza non è una peculiarità propria del Veneto, ed è anzi diffusa a livello trasversale: in Veneto, semplicemente, si esprime con l’incapacità di adattare il registro linguistico, mentre altrove (ed in particolare su Internet) con l’incapacità di percepire quando gli altri utilizzano un certo registro linguistico. Ad esempio, con l’incapacità di capire che un commento sotto un video di YouTube non sempre vuole essere una trattazione accademica su un argomento, oppure la soluzione ai problemi del mondo.

Ed è ironico notare come, spesso, a risultare più impermeabili rispetto al registro linguistico altrui siano le stesse persone che non mancano mai di far notare quanto sono istruite e colte. Per lo meno, molti veneti ci tengono assai a dirti che loro si sono laureati “all’università della vita”.

15 thoughts on “Stasera si recita a registro

  1. ciao, ho letto con molto interesse il tuo pezzo, molto stimolante, come quasi sempre sono i tuoi.
    da veneto di nascita, che non parla il veneto (purtroppo), penso che tutte le tue considerazioni sono giuste, ma manca il punto centrale e veramente decisivo (a parte un giudizio sul colonialismo di Venezia, che credo sbagliato, almeno per quanto riguarda le aree italiane e qjelle dell’Istria e della Dalmazia – ma non per il resto dei possedimenti veneti nell’area greca).
    quello che si parla in Veneto, infatti, non è un dialetto, ma una vera e propria lingua, perfino con una sua storia letteraria distinta, che poi per comodità facciamo confluire nella letteratura “italiana”; il Veneto condivide questa caratteristica con altre Regioni italiane a statuto speciale (Sardegna, Sicilia, Friuli e l’indiscutibile Sued Tirol) senza questo riconoscimento formale a livello politico-amministrativo.
    in qualche modo il Veneto sta all’Italia come la Catalogna sta alla Spagna (e con lei i Paesi Baschi e forse l’Andalusia).
    non è strano quindi che i venenti parlino la loro lingua molto di più di quanto nelle altre regioni non si parlino i dialetti locali; perché, ad esempio, se vai in Germania tu non chiedi a un tedesco di parlare in inglese normalmente…
    poi ci sta anche tutto quello che, giustamente, dici tu. ma prima viene che il veneto è una lingua, non un dialetto.
    e adesso non dirmi che sono un nazionalista veneto, per favore! 😉

    • Assolutamente no, ed infatti in questo pezzo nell’unica occasione in cui ho chiamato il veneto “dialetto” l’ho fatto come qui, cioè tra virgolette. So bene che il veneto è una lingua… e per altro credo si possa dire lo stesso di molte (praticamente di quasi tutte, anzi) parlate locali italiane. A L’Aquila, ad esempio, si parlava un rarissimo esempio di idioma di diretta derivazione sabina.

      • grazie, tiro un sospiro di sollievo… 😉
        però io non direi che tutte le parlate locali sono lingue, altrimenti lo sarebbe ogni dialetto di ogni piccolo borgo, un poco diverso da quello vicino. perché lo siano, occorrono delle condizioni particolari, e non sono nemmeno ben sicuro di saperle dire: ma, ad esempio, direi: una produzione letteraria in quella lingua ed un riconoscimento politico, magari anche soltanto amministrativo (ma mi rendo conto dell’arbitrarietà di queste definizioni, che credo farebbero inorridire un linguista puro).
        vero che l’Italia è la patria di differenze dialettali così forte da impedire spesso la comprensione tra parlanti solo dialettali di paesi diversi.
        questo ha reso praticamente bilingui intere generazioni di italiani che hanno imparato l’italiano standard della televisione (vero strumento di unificazione linguistica del paese, come disse De Mauro); e il bilinguismo è associato ad una maggiore plasticità cerebrale e ad una maggiore facilità al pensiero divergente.
        il calo verificato sperimentalmente dell’intelligenza media degli italiani degli ulti due-tre decenni potrebbe essere associato al fatto che sono diventati prevalentemente monolingui, salvo coloro che hanno sostituito l’inglese al dialetto come effettiva seconda lingua.

      • grazie della domanda: veramente non ne sto usando nessuna di precisa, anche perché penso che il confine tra i due fenomeni sia molto difficile da definire.
        mi pare che definire che cosa sia una lingua non sia un problema tanto linguistico, quanto politico: comunque, come accennato nel secondo commento a gaber, direi che una lingua è un sistema organico e coerente di comunicazione verbale usato da una comunità che la riconosce come tale. un dialetto è un sistema di comunicazione verbale che può essere considerato una variante di una lingua ed è usato da una comunità che lo considera tale e che è parte di quella più ampia che usa la lingua di riferimento.
        mi rendo conto del carattere totalmente arbitrario di queste “definizioni”.
        ma è come quando si cerca di definire che cos’è l’arte: anche l’arte, alla fine, è tutto ciò che viene considerato tale, mi pare molto difficile trovare definizioni più stringenti.

  2. Il cambio di “registro linguistico”, o meglio del modo di comunicare, lo abbiamo credo un po’ tutti, in relazione al contesto in cui ci troviamo. Tra amici, o tra colleghi, è facile che scatti un vocabolario “gergale”, che rende più diretta la relazione tra le persone. Non è u cambio di lingua, ma di linguaggio.

    Io sono un Veneto “atipico”. I miei genitori non mi hanno MAI insegnato il dialetto, sebbene loro fossero cresciuti a “pane e dialetto”. Una scelta che ho per certi versi apprezzato, ma che mi spiazzava quando alcuni miei amici parlavano in dialetto o tra loro o con i loro genitori, ed io non capivo (o capivo poco) quanto stessero dicendo.

  3. Più che di registro linguistico a me piace parlare di lingua delle origini, di lingua delle emozioni e delle emotività, quella che si fatto plasma la tua forma mentis, l’unica utilizzabile quando vuoi davvero comunicare il tuo modo di essere e percepire la realtà, quella che esplode nei momenti di rabbia (hai mai sentito un veneto imprecare in italiano?). In ogni caso condivisibilissima la tua riflessione

    • L’idea che solo una lingua plasmi la forma mentis, solo una lingua esploda nei momenti di rabbia, solo una lingua sia utilizzabile quando vuoi comunicare il tuo modo di essere è fortemente limitante.

      Sono un veneto che impreca in italiano e si lagna in tedesco con altrettanta facilità.
      Sono un veneto che pensa spessissimo in inglese.
      Tutte lingue che influiscono sul mio modo di essere e percepire la realtà.

      • forse non solo, ma sono abbastanza convinto che prevalentemente sia così. si può certo arrivare a pensare spessissimo in un’altra lingua, dipendentemente da quanto la usi, si può dire “shit” anche se sei di bassano del grappa, ma la mia riflessione è riferita a un “prima”, a un q

      • scusa, partito commento. dicevo, per riprendere, a un qualcosa che “se non è semanticamente definito allora con difficoltà esisterà nella tua mente”, ovvero “se è definito in un certo modo, così lo percepirai”. un esempio banale ma chiarificativo di ciò che penso: quello che per noi è “il mare”, maschile, in spagna è “la mar”, femminile, ed in conseguenza di ciò io sono convinto che l’idea che ne deriva, l’immagine, sia radicalemente diversa.

  4. Pingback: fuoriblog dal 22 al 28 maggio 2021 – 232 – Cor-pus 2020

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