J.K. Rowling – Harry Potter e il Principe Mezzosangue

Ho dato vita all’Harry Potter Friday, la rubrica con cui avevo intenzione di recensire tutti i libri della giustamente famosa saga di J.K. Rowling, il 20 ottobre dello scorso anno, con questo articolo; dall’otto dicembre scorso, quando (a queste coordinate) ho parlato dell’Ordine della Fenice, quella rubrica giace, dimenticata, tra i (molti) tag non utilizzati di questo blog. Ci ho messo meno di due mesi, con i primi cinque libri; tra due giorni saranno quattro mesi, che il sesto attende il suo turno. Perché questa sproporzione?

Non c’entrano le “altre cose” di cui ho dovuto (anzi, ho voluto) occuparmi su questo blog, quelle che, per intenderci, bussavano alla porta e pretendevano che si parlasse di loro, e non di quello che, ancora, in molti considerano solo “un libro per ragazzini”. Anzi, ritengo che, se c’è qualcosa che può aiutarci a spiegare questi tempi difficili (e schifosi, non nascondiamolo), quella è proprio l’opera di J.K. Rowling. Casapound, dalle mie parti, ha candidato un tizio che assomigliava a Lord Voldemort; temo che la somiglianza non fosse soltanto fisica.

No, la motivazione è stata puramente personale; se finora non ho parlato di “Harry Potter e il Principe Mezzosangue”, il volume che segue l’Ordine della Fenice, è perché, semplicemente, è quello che meno mi è piaciuto dell’intera serie; quello che, col senno di poi, più assomiglia alla Maledizione dell’Erede (e se non sapete che cos’è la Maledizione dell’Erede, avete due possibilità: seguire questo link, e scoprirlo, o continuare a vivere felici). Un giudizio piuttosto pesante, che, mi piace pensare (anche se non è così), è dovuto anche al fatto che, quando ho iniziato a leggerlo, già ero stato informato di quell’evento che sarebbe accaduto nel suo ventisettesimo capitolo, “La Torre”. Evento di cui mi vedrò costretto a parlare a breve, per cui, se siete tra le tre persone che non hanno idea di cosa accada in Harry Potter, fuggite, sciocchi! (cit.)

Se siete ancora lì, saprete (o non vi interessa scoprire in questa sede) che mi stavo riferendo alla morte di Silente; la quale si differenzia da tutte le altre (e non sono poche) messe in scena da J.K. Rowling per due caratteristiche fondamentali.

Uno: anche se lo scopriremo solo in seguito, essa non è gratutita ed immeritata come quella di tutti gli altri personaggi che, nello svolgimento di questa storia, ci hanno lasciato le penne. Tra parentesi: considerando che, nella vita vera, la morte è praticamente sempre gratuita ed immeritata, aver scelto di riservare una fine del genere ad un solo personaggio è un indizio del grado di realismo di quest’opera, ingiustamente considerata solo fantasy.

Due: la morte di Silente, per quanto sorprendente, è tutto fuorché insospettabile; se, dopo averlo visto, con le lacrime agli occhi, precipitare dalla Torre di Astronomia, si scorrono all’indietro le pagine del Principe Mezzosangue, ci si rende conto di quanto, narrativamente, quella conclusione era stata ben costruita; probabilmente, anzi, tutto ciò che Silente aveva compiuto fin dalle prime pagine dell’Ordine della Fenice aveva lo scopo di farci arrivare fino a quell’Avada Kedavra che avrebbe posto fine alla sua esistenza (almeno, a quella terrena). Nel quinto libro, Silente compariva pochissimo e, quando lo faceva, era per farsi odiare; per dimostrare che anche una persona della sua intelligenza può compiere il deprecabile errore di credere che un adolescente arrabbiato e spaventato, se lasciato a se stesso, finirà per calmarsi da solo. In questo libro, invece, Silente è presente ed amorevole, rivela ad Harry tutte le informazioni di cui ritiene che abbia bisogno (seppure non tutte quelle che lui vorrebbe), gli offre il suo aiuto prima che Harry glielo domandi, svolge il ruolo di guida che ci si aspetta che svolga un personaggio come lui e, soprattutto, tratta Harry come suo pari e dimostra di fidarsi di lui, consentendogli di accompagnarlo in una missione difficile ed addirittura lusingandolo con una frase che, in bocca a chiunque altro, sarebbe stata di stucchevole piaggeria: “Non ho paura, Harry, sono con te”. Dobbiamo sempre stare attenti, ad affezionarci ad un personaggio a cui un’autrice avveduta come la Rowling vuole che ci affezioniamo.

Inoltre, un presagio di morte aleggia su Silente fin da quando veniamo a conoscenza del fatto che la sua mano è stata ferita. Questa oscura premonizione si fa ancora più fastidiosamente verosimile nel momento in cui scopriamo che quella ferita non è figlia soltanto di una grande magia oscura, ma soprattutto di una debolezza di Silente: e scoprire che quel personaggio, che ci sembrava ultraterreno al punto da essere infallibile (con l’eccezione di quegli errori che commette sovrastimando le proprie capacità), è invece tanto umano da avere le stesse debolezze che abbiamo tutti, non può che ricordarci che, prima o poi, anche lui dovrà morire. Anche perché, la noncuranza con cui ignora quella mano rinsecchita ci dice che, in verità, egli vuole morire: e questo è probabilmente quel che segna il maggior punto di distacco col suo grande antagonista. Lord Voldemort, infatti, teme a tal punto la vecchia con la falce da aver fatto ricorso a metodi oltremodo orridi per impedire che ella lo raggiunga; metodi che prendono il nome di Horcrux, come veniamo a scoprire in questo libro. Purtroppo.

Dico “purtroppo” perché è quando arriviamo di Horcrux, che il Principe Mezzosangue smette di essere l’opera di una scrittrice di talento ed ormai esperta dei “trucchi del mestiere” e diviene paurosamente simile alla Maledizione dell’Erede; cosa un po’ tutti abbiamo rimproverato, infatti, al copione teatrale di John Tiffany e Jack Thorne? Tra le altre cose, l’utilizzo esasperato del deus ex machina. Cito come sempre da Wikipedia:

[il deus ex machina è] un evento o un personaggio che, nel corso di una narrazione, ne risolve inaspettatamente gli intrecci, spesso con modalità apparentemente non correlate rispetto alla logica interna della vicenda

In altri termini, il deus ex machina è l’ultimo rifugio del narratore che si rende conto che quel che ha esposto fino a quel momento non gli permette di portare a risoluzione la situazione difficile che ha voluto creare, o di dar risposta ad un interrogativo fondamentale che ha aleggiato sui personaggi (e sui lettori) fino a quel punto; è una scorciatoia che consente alla storia di concludersi, ma che fa scuotere con delusione la testa ai lettori. La famigerata coperta e la giratempo sono i deus ex machina della Maledizione dell’Erede; gli Horcrux, quelli della serie principale.

Esiste un patto di lealtà tra l’autore di un libro ed i suoi lettori. Esso prevede tra le altre cose che, se in un libro (o addirittura in sette libri) c’è una domanda a cui è fondamentale dare risposta, allora il lettore ed i personaggi devono avere le stesse possibilità di trovarla. Nel corso di Harry Potter vengono poste molte domande; una delle principali è: come ha fatto Voldemort, colpito da una Maledizione Senza Perdono (per cui, ci viene detto, non esiste controincantesimo) a sopravvivere? Sospettavamo, in qualche modo, dovesse entrarci una magia oscura molto potente; ed era stato Voldemort stesso, nel cimitero in cui, durante gli ultimi capitoli del Calice di fuoco, si svolgono le scene più terrificanti dell’intera saga, a confermarcelo. A quel punto, ovviamente, molti di noi, per dare un nome a questa magia oscura, avevano dato fondo a tutta la loro competenza magica, che si compendiava in ciò che J.K. Rowling aveva voluto rivelarci; in questo vasto corpus di conoscenze, non c’era nulla che permettesse di sospettare che esistesse un qualcosa come gli Horcrux. D’accordo, avevamo il diario del secondo libro; ma esso si presentava come un unicuum, qualcosa di cui nessuno aveva mai sentito parlare, e di cui solo le superiori capacità di Voldemort (anzi, di un Tom Riddle sedicenne ma già incredibilmente versato nelle arti magiche) avevano consentito la creazione.

Inventarsi di punto in bianco qualcosa di cui non si è parlato fino a quel momento, significa ammettere candidamente che la storia di Harry Potter, usualmente costruita con la stessa perfetta meccanica di un orologio di precisione, in quel punto sta dipendendo, unicamente, dal capriccio dell’autrice o, meglio, dalla sua incapacità di trovare qualcosa di coerente, rispetto alle regole del suo mondo, per giustificare un fatto straordinario che in quel mondo era avvenuto. Se, nel nostro piano di realtà, avvenisse un fatto del genere, lo chiameremmo miracolo, e dovremmo imputarlo alla nostra ignoranza; qui, piuttosto, siamo di fronte ad un inganno, di cui non abbiamo alcuna colpa.

E, badate, avrei giudicato la cosa con maggiore clemenza, se non avesse riguardato uno snodo di trama fondamentale, e se non fosse stato giocato con la convinzione che, ad ogni modo, i fruitori di quest’opera erano ormai talmente innamorati di essa, che se lo sarebbero bevuto senza battere ciglio.

Non so gli altri, ma io ne sono stato offeso ancora di più, proprio in virtù del fatto che tanto l’avevo amato; ed anzi, quell’inganno continua ancora oggi ad influenzare pesantemente il giudizio che io ho del Principe Mezzosangue, offuscando i meriti delle non poche cose buone che esso contiene (ad esempio, il trattamento del personaggio che gli da il titolo) ed invece rendendo errori degni di stroncatura quelli che, in un altro volume, avrei considerato, semplicemente, difetti minori (la personalità degli adolescenti, per dire, è in questo volume assai meno “di spessore” che nei precedenti, e mai come ora gli studenti di Hogwarts sembrano quei deficienti guidati unicamente dagli ormoni che una certa vulgata “adultista” pretende che siano); lo offusca al punto che, se ci ripenso ora, l’unica cosa buona che riesco a dire, del Principe Mezzosangue, è che è di gran lunga migliore del film che ha generato.

Quel film, però, è senza ombra di dubbio la peggior trasposizione cinematografica delle opere della Rowling e, verosimilmente, una delle peggiori pellicole che abbiano raggiunto il cinematografo negli ultimi trent’anni.

Ci voleva impegno per far peggio di così, insomma.

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6 thoughts on “J.K. Rowling – Harry Potter e il Principe Mezzosangue

  1. … e ci è voluto molto del tuo impegno a raccontarci.
    Ditemi quel che volete accetto qualsiasi giudizio ma i miei pregiudizi nei confronti della saga di Harry Potter sono nati da subito da un genere letterario che non mi appassiona.
    Ho visto il primo film x rispetto al cinema .
    Mea culpissima.

    Shera

    • Nella vita, non dovrebbe essere obbligatorio leggere proprio nulla. Quindi sei più che giustificata :-). L’unica cosa che mi permetto di farti presente è che non si tratta soltanto di un libro fantasy… perché, se così fosse stato, non l’avrei mai concluso, dal momento che anche io verso il genere ho un’invincibile antipatia :-).

      • Grazie Gaber
        Cosi mi era parso dal film e sinceramente non è cattiva volontà ma è questione di scelte e siccome tanto mi piacerebbe leggere diventano anche scelte prioritarie.
        Grazie della tuo bellissimo approfondimento.
        Shera

  2. Ammetto di non aver mai perso la speranza che tu completassi la recensione della serie (l’ultimo volume lo avremo tra un anno o tra due?) e condivido in pieno il giudizio sul film, una roba talmente raffazzonata che non se ne dirà mai abbastanza male. Per quel che riguarda gli horcrux e il meccanismo che li regola, però, non è un’invenzione arrivata fortunosamente nel sesto libro e accenni impliciti ed espliciti abbondano sin dal primo libro, quando Hagrid dice che secondo lui Voldie non aveva più in sé abbastanza di umano per poter morire. Insomma, la saga ruota su quelli, e fanno parte fin dall’inizio dell’impianto originario della storia – poi, naturalmente, possono piacere o non piacere, convincere o non convincere. Per conto mio non ci vado proprio pazza, ma c’è un aspetto che mi ha sempre affascinato: se davvero riesci a entrare nell’ordine di idee di seminare in giro pezzi di anima come fossero gusci di noccioline… è segno che già da un pezzo della tua anima non è rimasto nemmeno il ricordo. Gli horcrux insomma sono un sintomo, più che un vero incantesimo. Quanto al sesto libro inteso come romanzo… non saprei nemmeno trovargli una critica specifica (salvo gli intermezzi sentimentali di Ron e Hermione che onestamente non sono pagine di letteratura destinate a sfidare i secoli) ma mi rendo conto che in qualche modo ha qualcosa di slegato nella struttura, anche se molte singole scene sono davvero belle.

    • Ah, prima o poi la finirò:-). Sai come vanno queste cose, inizi, poi ti annoia, poi ti torna la voglia…

      No no, ma a me l’idea degli Horcrux è piaciuta molto (mi è piaciuto anche il nome, per dire), ma almeno ai miei occhi risulta chiaro che non è un’idea che covava sotto la cenere fin dai tempi della Pietra filosofale. I testi precedenti sono pieni di accenni al fatto che Voldemort ha trovato un modo per sfuggire alla morte, d’accordo, ma nulla fa sospettare che il modo sia PROPRIO quello. Sono accenni massimamente generici, e tu sai che io sono un fan del fucile di Cechov :-). Per dire, non si parla neppure, fin qui, delle “reliquie” dei fondatori… su cui mi permetto di far notare che è stato commesso un errore, nientemeno che da Silente: il preside, infatti, dice che l’unico oggetto appartenuto a Grifondoro giunto fino ai giorni nostri è la spada. Ma ne esiste un altro: il Cappello Parlante.

      Sai cos’è? È che qui J.K. è costretta a premere l’acceleratore, perché la fine si sta avvicinando e la storia deve giungere ad un certo punto. Nei libri precedenti, invece, aveva potuto prendersi tutto il tempo che voleva.

      Veramente mi annoia di più Harry che d’emblé decide che Ginny è la donna della sua vita (per carità, decisione saggia quanto altre mai)… e Lavanda. Dio santo Lavanda.

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