Anima mundi

Sei anni fa, iniziavo un post che era il preambolo ad una delle cose che, a dispetto del suo successo relativamente contenuto, continuo a ritenere tra le migliori fatte su e con questo blog, con queste parole davvero notevoli di Richard Feynman:

Ho un amico artista che alle volte dice cose con le quali non sono molto d’accordo. Magari raccoglie un fiore e dice: “Guarda com’è bello”, e sono d’accordo; ma poi aggiunge: “Io riesco a vedere che è bello proprio perché sono un artista; voi scienziati lo scomponete in tanti pezzi e diventa una cosa senza vita”, e, allora penso che abbia le traveggole. Per cominciare, la bellezza che vede lui è accessibile a chiunque e quindi anche a me, credo. Non avrò un senso estetico raffinato come il suo, ma sono comunque in grado di apprezzare la bellezza di un fiore. Per di più vedo nel fiore molte cose che lui non riesce a vedere. Posso immaginare le cellule, là dentro, e i complicati meccanismi interni, anch’essi con una loro bellezza. Non esiste solo la bellezza alla dimensione dei centimetri, c’è anche su scale più piccole, nella struttura interna, o nei processi. Il fatto che i colori dei fiori si siano evoluti per adescare gli insetti impollinatori, ad esempio, è interessante: significa che gli insetti vedono i colori. E allora uno si chiede: il senso estetico dell’uomo vale anche per le forme di vita inferiori? Perché è estetico? Domande affascinanti che mostrano come una conoscenza scientifica in realtà dilati il senso di meraviglia, di mistero, di ammirazione suscitati da un fiore. La scienza può solo aggiungere; davvero non vedo come e che cosa possa togliere.

Come detto, molto tempo è passato da quel giorno e praticamente tutto è cambiato, ed io per primo; pure, sono ancora tutto sommato d’accordo con quanto detto dal grande fisico americano, e ritengo che nell’esprimere questo pensiero egli abbia avuto un merito ulteriore oltre a quello, per così dire, “superficiale”: quello di sottolineare, a dispetto del tono polemico che parrebbe posizionarlo in uno schieramento ben preciso, quanto stupida sia l’opposizione, nel mondo della filosofia (uso questo termine in senso lato) tra quella che potremmo chiamare “scuola dello spirito” e quella che sarebbe ben felice di qualificare se stessa come “scuola della ragione”. Opposizione che, pure, è concepita da molti come non solo importante, ma addirittura inconciliabile.

Ammetto con vergogna di aver fatto parte di questi molti per molto tempo, e di essere appartenuto, nel tempo, ad entrambi gli schieramenti. Al liceo, ritenevo che il mondo fosse letteralmente pieno di fenomeni che la scienza non poteva non solo spiegare, ma neppure indagare, con quello che allora consideravo un metodo sterilmente insoddisfacente, nella sua ridicola (oggi direi piuttosto provvidenziale) incapacità di giungere alla Verità, e ricordo con chiarezza lo scandalo con cui accolsi le parole del mio amico Federico, che riteneva l’amore essere uno squilibrio di neurotrasmettitori (su per giù, questa è oggi anche la mia opinione); all’università, dove scelsi una facoltà scientifica solo perché ritenevo che così avrei potuto salvare e il mondo, e la scienza, mi feci persuaso che compito dell’uomo di scienza (e cioè, essenzialmente, mio) fosse andare in giro a distruggere non solo le credenze che rovinavano la vita e di chi le professava, e degli altri (il che mi sembra ancora un’attività meritevole), ma anche quelle, innocue, che consentono a tante persone di tirare avanti e di ricevere dalla vita qualcosa di più, oltre il ciclo del “lavora consuma crepa” (e questo, invece, mi sembra oggi francamente spregevole): per un periodo, anzi, e probabilmente di poco altro mi vergogno così tanto, pensai addirittura di iscrivermi all’Unione Atei Agnostici Razionalisti.

Oggi come oggi, pur restando fondamentalmente un materialista privo di fede, coltivo quello che uno dei miei riferimenti intellettuali, Mariano Tomatis, chiama (nel suo capolavoro L’arte di stupire) “approccio smark” alla vita, che consiste nel guardare con “incanto disincantato” al suo mistero e, soprattutto, ai suoi misteri (che tali non resteranno per sempre, ne sono conscio: ma seppure trovi la spiegazione delle cose, non per questo le cose smettono di essere meravigliose, diceva Italo Calvino con una frase che mi è sempre piaciuta tanto che, già nel post di sei anni fa di cui dicevo, essa faceva seguito alla ben più ponderosa riflessione di Feynman). Sono certo che sia stato questo approccio a farmi scrivere articoli come questo e questo, solo per citare i più recenti (se desiderate fare dell’archeologia della mia formazione smark, posso consigliarvi di leggere qui e qui); non so invece dire se sia stato averlo scoperto che mi ha portato ad interessarmi all’illusionismo o se, viceversa, sia stato questo a condurmi a quello. Ciò che è sicuro è che è curioso che sia stato proprio questa mia passione a portarmi di nuovo a considerare la questione del (preteso) scontro tra “spirito e ragione” per cui ormai avevo perso ogni interesse; d’altronde, ho studiato la filosofia molto poco, ma abbastanza per rendermi conto che le sue dispute hanno a che fare più con screzi personali tra gli autori, che con reali divergenze di idee, che per altro sono spesso così confuse da dover essere presentate come complicate.

Ad ogni modo: qualche sera fa sono finalmente riuscito a tornare a fare magia dal vivo (dopo un periodo, coinciso in larga parte con il lockdown e nonostante questo tutto sommato soddisfacente, in cui l’ho praticata su Whatsapp per un pubblico piuttosto vario, il cui zoccolo duro era costituito dai figli del mio amico ammenicolidipensiero… e dai loro genitori); la mia esibizione, in cui, come sempre, non riponevo alcuna fiducia, si è rivelata piuttosto soddisfacente, e tale circostanza (gratta un insicuro e troverai un vanesio) mi ha spinto a dedicare a quest’arte un’energia maggiore di quella che in quest’estate le avevo dedicato (quella stessa esibizione era stata preceduta da un numero fin troppo esiguo di prove). Il primo passo, in questo senso, è stato iniziare una rilettura di un testo di cui, in passato, avevo compreso la grandezza ma che non avevo assorbito in pieno: L’esperienza della magia di Eugene Burger.

Burger, che incidentalmente è il mio illusionista preferito (e basta guardare un suo video su YouTube per capire perché), era divenuto nel corso degli anni un punto di riferimento per coloro che (come me, nel mio piccolo) volevano restituire alla magia la dignità di un’arte e farla tornare ad avere un significato diverso, rispetto alla forma di banale intrattenimento a buon mercato che era finita per diventare a causa di quei cattivi prestigiatori che credevano che il loro scopo fosse far ridere e non stupire il pubblico. L’esperienza della magia può essere considerato il manifesto di questa tendenza: in esso, Burger raccoglie le sue osservazioni a proposito della modalità con cui si può far diventare un effetto magico qualcosa di importante, per chi lo esegue e per chi lo ammira. Nel farlo, l’autore non risparmia critiche a quelle che erano e sono le cattive abitudini di chi crede che basti far sparire una moneta per meravigliare qualcuno, ed a volte raggiunge un tale livello di analisi che i suoi rilievi sulla prestigiazione travalicano il suo ambito specialistico e divengono rilievi al mondo contemporaneo tout court: è il caso del capitolo La tirannia del nuovo (di cui ho già parlato su questo blog), nonché di quello intitolato Le due magie.

In questo scritto, Burger (che era laureato in storia delle religioni) analizza l’evoluzione storica del termine magia, ed evidenzia come, un tempo, nella preistoria o giù di lì, l’atto di far sparire una pietra tra le mani con un metodo fosse così intimamente legato al contatto col mondo degli spiriti da non poter neppure essere chiamato trucco; è stato solo molto tempo dopo, quando avere a che fare con gli spiriti iniziò ad essere considerato sospetto o addirittura criminale, che ci fu bisogno (per salvare la pellaccia e l’anima) di separare l’innocua pratica di quegli innocenti burloni che sono gli illusionisti dalle evocazioni diaboliche di streghe e fattucchiere (donne, ovviamente). In tempi in cui a parlare del o col diavolo non si finisce più sul rogo ma, al limite, in un talk show, sarebbe forse il caso di recuperare le proprie origini mistiche, argomenta Burger (o, almeno, così mi piace riassumere quello che mi pare di aver capito sia il suo pensiero); se non altro perché, così facendo, potremo recuperare pure una visione del mondo assai più ricca di quella che ci restituisce non solo lo sterile scetticismo applicato ad ogni cosa, ma anche l’autodichiarata profondità dell’approccio “spirituale”.

Potrebbe infatti sembrare che la separazione tra la “destrezza di mano” e le messe nere (che, sottolinea ancora Burger, sono un’invenzione del tardo XVII secolo) sia stata figlia prima della diffusione, e poi del trionfo del cristianesimo, ma la verità storica è che la separazione tra Dio e mondo, che corrisponde a quella tra materia ed anima è molto più antica, e può essere fatta risalire a quando alcuni, anonimi fondatori delle prime religioni organizzate iniziarono a considerare gli dei come qualcosa di esterno alla natura: gli uomini cosiddetti primitivi, di fatti, erano praticamente tutti panteisti o, almeno, consideravano tutte le cose imbevute di vita e, dunque, in possesso di un’anima. Era questo che rendeva i loro illusionisti i più onesti che siano mai esistiti: spostare un pezzo di ferro servendosi di una calamita celata nella mano può sembrare, oggi, un turpe inganno, ma in realtà costituiva allora una genuina dimostrazione di quanto il mondo fosse pieno di spirito.

Poi, ad un certo punto, la forza naturale che si sprigionava dal fulmine prese un volto (umano, ovviamente) ed un nome: e fu allora che lo spirito lasciò il mondo, che divenne un vuoto involucro di materia, da disprezzare e rapinare. Ed è qui che torniamo a quanto dicevamo all’inizio.

È un dato di fatto che critiche come quelle che Feynman riportava (anche con un certo divertimento) vengono, più spesso, da persone che praticano una o più delle varie forme di religione di cui, nei tempi nostri, di certo non c’è penuria: ma, a ben vedere, sono stati proprio i precursori a cui questi uomini dicono di richiamarsi ad aver svuotato la natura di quello stesso spirito a cui, ora, vorrebbero che gli scienziati prestassero più attenzione. Sono state persone come Mosè, che tutte le religioni monoteiste considerano un padre, a togliere Dio dalle cose ed a rinchiuderlo nell’alto dei cieli, o tra le quattro assi dell’Arca dell’Alleanza; è stato un filosofo come Platone a sostenere che la pietra in cui inciampiamo e l’albero alla cui ombra ci ripariamo dalla calura non sono davvero una pietra ed un albero, ma solo la pallida imitazione dell’Idea di albero e pianta. La visione di coloro che guardano a queste personalità come a dei maestri non è meno arida di quella di chi, in effetti imbevuto di un’altra religione (quella scientista) guarda ad una parete di granito ed in essa non vede altro che un ostacolo al progresso, da far saltare con la dinamite per costruire al suo posto l’ennesima rotonda che conduce all’ennesimo centro commerciale.

Ricordatevelo, la prossima volta che qualcuno vi parla con meraviglia del DNA e voi borbottate che “ben altro è il miracolo della vita”.

5 thoughts on “Anima mundi

  1. mi guardo bene dal cadere nella trappola filosofica che hai predisposto – mmm, la contrapposizione tra ragione e spirito, come se la ragione non fosse spirito per eccellenza e anzi a volte addirittura spiritismo! – e dall’andare ad aggiungermi alla schiera di coloro che parlano complicato per nascondere che hanno idee confuse (da Hegel a Heidegger e oltre, la lisa sarebbe lunga).

    quindi commento a fini pratici, per dirti due cose:

    1. ho anche io dei nipotini che sarebbero felici di assistere alle tue magie; perché non allarghi il tuo pubblico spedendo anche a me qualche video di whatsapp? venerdì tornano qui e sarà un divertimento guardarseli.

    2. visto che parli di spiriti, a Verona vive uno che con gli spiriti ha pratica intensa e ne ha anche scritto un bel po’; era un grande amico di blog prima di qualche irreparabile litigio; se ti può interessare provare a contattarlo, chiedimi il nome via whatsapp (ma non so l’indirizzo, quindi semmai ti affiderei una interessante ricerca da fare).

  2. penso di poter dire che lo stesso discorso valga per la matematica, alla luce delle ultime considerazioni del minore…

    Il giorno mar 25 ago 2020 alle ore 08:11 Suprasaturalanx ha scritto:

    > gaberricci posted: ” Sei anni fa, iniziavo un post che era il preambolo ad > una delle cose che, a dispetto del suo successo relativamente contenuto, > continuo a ritenere tra le migliori fatte su e con questo blog, con queste > parole davvero notevoli di Richard Feynman: H” >

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s