Oggetti culturali non identificati (ma forse è solo la Morte Nera)

Negli ultimi giorni dell’anno appena trascorso, mentre Vladimir Putin, annunciando al mondo di aver acquistato missili capaci di fare danni paragonabili a quelli dell’impatto con un meteorite, dava tutto un nuovo significato all’espressione, erano quelle cinematografiche, le guerre spaziali cui dava importanza la maggioranza della popolazione mondiale (o, almeno, la maggioranza della popolazione mondiale di cui importa qualcosa all’industria dell’intrattenimento). Appunto negli ultimi scampoli del 2019 (giusto in tempo, in effetti, perché il merchandise natalizio raggiungesse i negozi), infatti, è uscito nelle sale L’ascesa di Skywalker, capitolo conclusivo della terza (!) trilogia* ambientata nell’universo dei Jedi e dei Sith, che George Lucas inventò nel 1977, mentre dirigeva un film che si sarebbe poi chiamato Una nuova speranza.

Una delle caratteristiche peculiari della nostra specie è il bisogno di sentirsi raccontare storie; d’altronde, da quando fetidi pezzi di melma fuoriuscimmo dalle acque e urlammo alle fredde stelle “io sono l’uomo!”, abbiamo rischiato di estinguerci talmente tante volte, e spesso in circostanze così ridicole, che alcuni hanno finito per ironizzarci su (vedi Stanley Kubrick ed il suo meraviglioso Il dottor Stranamore) ed altri, addirittura, per augurarsi che l’umanità riesca infine nell’impresa: queste due constatazioni, per me ovvie, spiegano, spero, perché probabilmente hanno avuto ragione quelli che tra Natale e Capodanno sono andati al cinema, invece di preoccuparsi dell’ultimo tentativo messo in atto da Putin (in ciò, stupendamente assistito dai suoi più illustri colleghi) di distruggere il continente, quest’isola, il mio popolo, la mia famiglia e me, come scriveva Bertolt Brecht in Primavera 1938 (che, per annientare il genere umano, che sia inverno o primavera non fa grande differenza). Se a queste persone si può imputare un torto, è semmai quello di essersi seduti in sala aspettandosi che la Disney, che dal 2012 possiede i diritti su Star Wars (nonché, pare, la possibilità di polverizzare la carriera di chiunque ci lavori), avrebbe dato loro una bella storia; peggio ancora, quello di essersi lamentati, a visione conclusa, di non averla avuta.

Partecipiamo infatti anche noi ad un gioco che va molto di moda ultimamente, e mettiamoci nei panni di questa grande multinazionale, che ha le mani in pasta un po’ ovunque almeno per quanto riguarda il mercato del divertimento (almeno alla luce delle mie conoscenze, l’unica cosa che la Disney non possiede, in questo settore, è una casa di produzione di film pornografici) e che nella sua esistenza deve rispondere a due imperativi categorici: massimizzare i ricavi ed abbattere le spese. Supponiamo (come in effetti è: Il risveglio della Forza, che ha inaugurato quest’ultima trilogia, è attualmente il quarto maggior incasso della storia del cinema) che un’entità del genere, svincolata da ogni pastoia morale e/o etica, sia in possesso di un marchio che, di per se, attira una quantità consistente di pubblico pagante ai botteghini, e chiediamoci per quale motivo essa dovrebbe sprecare tempo e risorse (venendo meno, quindi, ad uno dei due principi che ne guidano l’operato) per permettere a qualcuno di tirare le fila di una storia che, solo nella sua ultima incarnazione, si è dispiegata su 287 minuti di girato, ed a cui hanno lavorato svariate decine di persone, tra cui due registi con idee molto diverse riguardo come dovrebbe essere un film di Star Wars.

La risposta a questa domanda è: nessuno. Anche e soprattutto perché la Disney non aveva certo bisogno di un capolavoro della storia del cinema, ma piuttosto di uno spot che mostrasse in azione i nuovi personaggi di cui ha mandato in produzione centinaia di migliaia di peluche, action figure e simili amenità.

In altre parole: è il capitalismo, bellezza; ed è ad esso, alla religione del profitto che lo alimenta, ed all’attitudine predatoria che lo accompagna (che, ne converrete, è assai meno piacevole quando viene esercitata contro di noi e non, come accade in molte altre situazioni, a nostro favore), che dovrebbe rivolgersi la rabbia (alcuni fan sono giunti a parlare esplicitamente di lutto, per dare un’idea del livello di delusione che L’ascesa di Skywalker è riuscito ad ingenerare) di chi si sente defraudato non solo dei soldi che ha pagato per entrare al cinema e, magari, anche di quelli con cui ha comprato la statuetta di C3PO che il figlio ha trovato sotto l’albero, ma anche dell’immaginario che almeno la prima trilogia era riuscita a creare, e che la trama raffazzonata dell’ultimo episodio ha riportato a ciò che realmente era, e cioè una macchina inventata per fare soldi.

Intendiamoci: non sono uno sciocco, e so che tutte le storie o, almeno, tutte le storie nate dopo l’affermazione dell’economia di mercato, comprese quelle che mi hanno fatto sognare quando ero ragazzino (Toy story, Il re leone, tutta la saga di Harry Potter, Ritorno al futuro…) sono giunte a me ed al mondo non tanto, o almeno non solo, in virtù della loro potenza, della solidità del loro intreccio o della verosomiglianza dei loro personaggi, ma anche e soprattutto perché erano smerciabili; fin da quando esiste un’industria il cui compito è fare da intermediario tra chi crea opere d’arte e/o di intrattenimento e chi le fruisce, una domanda cui inevitabilmente deve rispondere un artista che voglia campare della sua arte, quale che essa sia, è: “ma riuscirò a vendere questa roba?”. Qualcuno dirà che questo è il migliore dei sistemi possibili, perché impedisce che gli scaffali delle librerie vengano invasi dalla robaccia indigeribile scritta da gente come me; qualcun altro, che è sempre meglio di quello che ha costretto tanti grandi artisti (da Orazio a Mozart passando per Ariosto) ad accettare di farsi cantori della falsa gloria di una pletora di mecenati tanto ricchi quanto fatui ed ignoranti. Personalmente, non credo che la società contemporanea sia migliore di alcunché, ma non è questa la sede per discutere di questo; è comunque un dato di fatto che da almeno duecentocinquant’anni viene attribuito agli oggetti culturali un qualche valore solo quando questo è un valore economico.

D’altronde, oggi come oggi per vendere uno di questi oggetti non ci si affida più alla novità**, bensì alla ripetizione (di situazioni, di tipologie di personaggi, o addirittura di universi narrativi); ed in ciò, le grandi case di produzione (che divengono sempre meno, tra parentesi) sono sostanzialmente sostenute e, anzi, aiutate da quelle stesse persone che, poi, si sentono tradite quando vanno a vedere L’ascesa di Skywalker e si rendono conto che è costruito attorno ad una trama impalpabile ed a personaggi a due dimensioni. Perché la Disney non avrebbe mai messo in produzione quel film, ed anzi non avrebbe neppure acquistato il franchise, se il pubblico non le avesse fatto comprendere che desiderava essere nuovamente rapito in quell’universo che doveva essersi concluso, se non proprio nel 1983, quando uscì Il ritorno dello Jedi, quanto meno nel 2005, con La vendetta dei Sith (ultimo capitolo “manovrato” da George Lucas); che bramava di sentirsi raccontare di nuovo una storia che gli era stata raccontata: ed è per questo, che mi hanno fatto sorridere coloro che hanno criticato Il risveglio della Forza (primo episodio targato Disney) dicendo che era una copia carbone di Una nuova speranza. Ma come, non era proprio questo che volevate? Non siete così desiderosi di rimanere fermi all’interno della stessa storia, anche quando la sua carica si è esaurita, che accettate di buon grado che questa venga frazionata in otto stagioni di dieci, infiniti episodi ciascuna, o addirittura (ed ecco che torniamo alla Disney, che possiede pure i supereroi della Marvel) in più film, ognuno dei quali più lento e lungo di Via col vento?

Trovo questo atteggiamento del cosiddetto fandom non solo esasperante e fastidioso (perché costituisce una sorta di “fuga conservatrice” verso un mondo che rimane sempre uguale a se stesso), ma anche pericoloso: non riesco infatti a definire con altro termine la scelta di delegare ad un’impresa privata il compito di costruire il nostro immaginario, riducendolo, per altro, ad una stanca ripetizione delle stesse avventure vissute sempre dagli stessi personaggi.

Soprattutto quando si tratta di un’impresa delle dimensioni e del potere della Disney.

*Chi non avesse dimestichezza con “l’organizzazione” della saga di Guerre Stellari, qui troverà un pratico riassunto.

** Certo, per quanto possa esserci novità nella narrativa, che da circa quattromila anni racconta, più o meno, le stesse tre o quattro storie: ma esistono parecchi modi, in cui si possono narrare tre o quattro storie. Funziona un po’ come nella musica, se vogliamo, in cui con le stesse dodici note si possono scrivere Fra’ Martino campanaro, oppure Sad eyed lady of the lowlands.

11 thoughts on “Oggetti culturali non identificati (ma forse è solo la Morte Nera)

  1. Pingback: il mio gattino mezzo handicappato – bortoblog 1 – cor-pus 15

  2. viene attribuito agli oggetti culturali un qualche valore solo quando questo è un valore economico

    In fondo, quasi nessuno si è cagato la Gioconda finché il quadro non venne rubato.

      • Giusto ma temo non sia un’esclusiva del capitalismo. Tu stesso hai parlato del mecenatismo ad esempio, ma la mercificazione dell’intrattenimento (e dell’arte) è roba antica: sapevi che a Roma si vendevano le “action figure” dei gladiatori?

      • Ma non esisteva il livello industriale dello sfruttamento dell’opera di intrattenimento. Per altro, la verità è che non sappiamo proprio come veniva vissuto dagli antichi il rapporto con l’intrattenimento.

  3. Ormai tutto è commercio, tutto è merchandising, tutto è profitto.
    E’ profitto la medicina che serve per curare, è profitto l’arte che serve per dilettare, è profitto il film che serve per sognare, è profitto pure la religione.
    Ormai sono disincantato, e non mi aspetto (quasi) più opere che siano pure e fini a sé stesse.

  4. Ci metteresti la mano sul fuoco che la Disney non fa anche porno??

    Merita una riflessione (che non sono certo di essere capace di svolgere) la questione sul valore della produzione artistica. La domanda che mi sorge e’: perche’ solo economico? Per quale motivo, quale e’ la causa?
    Ripensando alla banale definizione ne “L’attimo fuggente”, mi verrebbe da dire che un’opera “d’arte” dovrebbe contenere due aspetti: la maestria tecnica e la sensibilita’ (umana, psicologica, sociale, emotiva…). La prima, mi pare, e’ un po’ andata persa – se non altro da quando Pollock ha potuto smerciare tele letteralmente di schizzi o Duchamp rivendere un urinatoio. Forse con questa si e’ persa anche la seconda: quale sensibilita’ si puo’ leggere se vengono meno alcuni paletti tecnici? Come puo’ un critico (una qualsiasi autorita’) asserire che la rappresentazione X ha maggiore sensibilita’ di quella Y?
    (per inciso, trovo personalmente assai piu’ interessante qualsiasi arte astratta, moderna o post-, di quelle classicamente figurative)
    Tolto tutto questo, tolta l’auctoritas tecnica (una banana attaccata al muro con lo scotch?) e “morale”, la commercializzazione diviene piuttosto facile.

    Nota a margine sulla ripetizione: consiglio fortissimamente di ripensare ad Antigone (e magari di leggere Steiner in proposito – conto di recensirlo a breve).

    • Francamente no.

      Io credo che il problema non sia la maestria tecnica, ma proprio la sensibilità; o, per meglio dire, l’idea di trasmettere un messaggio con l’arte. Siamo d’accordo che un’opera d’arte sia una macchina per generare interpretazioni; ma io credo che il problema di molta arte “alta” sia che non c’è più quest’intenzione, e che il successo di un artista sia determinato dalla capacità della critica di trovare un sens ad un atto essenzialmente insensato. Viceversa, l’arte “popolare” sembra ormai più interessata a veicolare un solo messaggio, che a far fare al suo pubblico il lavoro di interpretazione.

      • Sono abbastanza d’accordo con te sulla “funzione” (meglio: una delle funzioni) dell’arte come generatrice di interpretazioni ed emozioni. Credo tuttavia dovremmo discutere un po’ su questa funzione. In fin dei conti, la predominanza di questa funzione e’ cosa relativamente recente (dal Romanticismo?) e prima di essa l’arte ne ha svolto altre: celebrazione (del potere), narrazione (storico / mitica), educazione, etc.
        Ma non sconterei automaticamente l’aspetto tecnico, la maestria, l’abilita’ artigianale hanno giocato un ruolo non secondario nella percezione dell’artistico (non solo in occidente, ma altrove) e solo piuttosto di recente (post-impressionisti, forse persino post-astrattisti) questo aspetto e’ stato svalutato. In che misura debba essere rilevante, non lo saprei dire.

        Lunga premessa (oddio, mi stai contagiando?), passo alle tue osservazioni – cui mi viene da chiedere: perche’? Perche’ la critica deve trovare un senso ad un atto che altrimenti pare insensato? O, ancora meglio, siamo cosi’ sicuri che il senso delle opere d’arte pre-post-moderne fosse cosi’ evidente? Il senso dei ritratti di Van Dyk e’ proprio quello? E quello delle tragedie greche?
        Anche lasciando da parte queste domande (e’ vero: mi sono un po’ perso), perche’ secondo te si e’ persa questa intenzione di generare interpretazioni?

      • Ma secondo me quel fine è indipendente dagli altri: puoi raccontare una storia e contemporaneamente essere una macchina da interpretazioni.

        Non ne siamo sicuri, ma siamo sicuri che, anche incosciamente, Van Dyck voleva dire qualcosa quando li ha dipinti; possiamo poi scannarci su cosa volesse dire, ma sappiamo che qualcosa voleva dire. Non lo stesso si può dire dell’arte contemporanea, in cui spesso l’artista si compiace dell’incomunicabilità tra lui e la larga maggioranza del suo pubblico potenziale. Dal che, il fatto che il senso all’opera la da il critico, e se questi non riesce o non vuole farlo l’artista ne è, automaticamente, svalutato.

        Personalmente ho una grande opinione della tecnica, e penso che sia fondamentale per suscitare le emozioni che l’arte suscita. Quello che intendevo dire è che non credo che sia questo il punto.

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